Alfredo Giuliani, dall’eremo della linguetica

Luca Archibugi

Foto di Dino Ignani

Alfredo Giuliani a dieci anni dalla scomparsa, avvenuta il 20 agosto del 2007, ci appare sempre più scrittore anomalo. Nel necrologio apparso sul «Corriere della Sera», qualcuno parlò addirittura di «santità». Dopo aver contribuito a delineare i confini possibili – e tuttavia paradossali – della nuova avanguardia italiana, dove vigeva principalmente il demone dello sperimentalismo, passò a scomporre e sminuzzare cartapesta ed epigonismi, presunte eredità di quegli anni ruggenti, i primi anni Sessanta e ciò che ad essi seguì.

Il giovane Max (ora ristampato da Adelphi, che lo pubblicò la prima volta nel ’72), in tal senso, è opera emblematica in quanto si situa al centro, anche cronologicamente, di questo processo: i suoi bizzarri personaggi, portatori di una «neolingua» avventurosa ed eroicomica, particolarmente sensibile (come del resto è sempre stata la poesia di questo autore) alle panzane e all’insensatezza linguistica della comunicazione quotidiana, che dall’ironia al sarcasmo transitano verso un inusitato e imprevedibile lirismo, – non più debitore di alcuna concessione agli stilemi del «poetese» (termine coniato, con genialità, da Sanguineti). Al gioco al massacro non si sottrae l’idea stessa di romanzo: «Faccenda che riguarda i romanzieri. Il grande romanziere della nostra epoca dovrebbe essere involontario e pickwickiano».

Il neologismo della «linguetica» (mescidante linguistica e semiotica, discipline che allora spadroneggiavano in lungo e in largo), che tirava in ballo come ascendente illustre Alfred Jarry, autore frequentato costantemente da Giuliani (una sua pièce e una delle sue più belle poesie recano lo stesso titolo, Nostro Padre Ubu), donava una luce nuova – a un tempo canzonatoria e implicata – al rapporto con il linguaggio, ossessione novecentesca e, in particolare, della letteratura d’innovazione.

Tuttavia, l’importanza del «romanzino» (da lui così definito) di Giuliani va ben al di là delle implicite o esplicite posizioni teoriche o di poetica che pur esso contiene. Non è un caso che l’incipit sia: «Avevo deciso di usare forze che mi vennero meno. […] Lo faccio adesso perché m’è diventato più difficile, i sentimenti devono passare attraverso la tecnica, fate che il gesto più corrivo diventi un procedimento».

La descrizione dei personaggi è data in un finto glossario vergato in ordine alfabetico. Non solo essi vengono descritti in un vero e proprio «a parte», come detti da un attore che si rivolga al pubblico: nel contempo, perdono nell’ironia ogni connotazione di sostanza e rimangono come pure forme, appesi a un inizio e a una fine entrambi impossibili. Tutto può iniziare e finire a ogni momento, gli avvenimenti transitano còlti per brevi tratti, passaggi che durano un lampo. Ravvisarvi un’interna coerenza è compito affidato esclusivamente al lettore. È la stessa visione che Giuliani aveva espresso in poesia nel Tautofono (Feltrinelli 1969; poi in Versi e nonversi, 1986), considerata una delle sue opere più riuscite.

I frammenti di senso concorrono a delineare principalmente un orizzonte d’attesa. Il giovane Max è pura attesa e sospensione, non già compimento. Il paradosso è dunque quello di lasciarsi andare alle avventure e agli imprevisti del reale senza forzarne minimamente il flusso: a patto, però, che tale deriva sia ricompensata dall’acuirsi della visione non più debitrice verso alcun orpello precostituito. Ben venga, dunque, la «frase fatta» (stilema frequente in tutti i poeti della neoavanguardia), purché generi continui spiazzamenti mediante il montaggio e mise en abyme della convenzione linguistica.

Di conseguenza, l’aspetto estetico si lega alla «rinuncia», un po’ come nella Struttura dell’iki (è una parola giapponese che si traduce manchevolmente con «grazia», ma ha un significato assai più vasto) del «sodale dell’Imperatore» Kuki Shuzo, terzo stadio preceduto dalla «seduzione» e dall’«accrescimento spirituale». Non è un caso che, riflettendo su Giuliani, il pensiero vada verso Oriente, e in particolare verso il Giappone. Giuliani scrisse più volte di Murasaki Shikibu e della sua Storia di Genji, considerata non da pochi una delle grandi opere di tutti i tempi. Scrisse anche un saggio importante sul seguito di quest’opera, La signora della barca (ristampato da Bompiani, insieme alla traduzione di Piero Jahier, nel 1981).

Che cosa legava Giuliani alla dama di corte dell’anno Mille infelicemente e diuturnamente innamorata di Genji, principe splendente? Sulla carta, una tale opera non parrebbe lontanissima da un poeta incline alla sperimentazione di nuove forme? Al di là di ogni apparenza, in lui non venne mai meno il bisogno di percorrere strade diverse. Anzi, è proprio per questa necessità quasi invalidante, tale perché perseguita con il minimo ricorso a un’ideologia poetica, ossia a ogni sostegno estrinseco, che egli pervenne a una visione in cui la mai rinnegata dissoluzione delle forme, un moto, per così dire, lineare, si completasse in un movimento circolare: talché, l’orizzonte di una nuova legislatura si potesse definire nella ricerca di continui punti di fuga. La sua forza fu sostanzialmente centrifuga. Detto in una formula tranchant, si potrebbe forse azzardare che nessuna avanguardia, per lui, avrebbe potuto fermare la necessità dell’avanguardia stessa. In tal senso, dunque, la sua opera si colloca in una costante riformulazione del punto di vista.

Fin dagli anni Cinquanta, Giuliani tenne la rubrica di poesia sul «Verri», la rivista diretta da Luciano Anceschi. In un articolo memorabile, uscito sulla «Repubblica» e a tutt’oggi non pubblicato in volume, per il ventennale dell’antologia I Novissimi (di cui fu prefatore e curatore), arrivò a sostenere che il Gruppo 63 non fosse mai esistito. Che cosa voleva dire Giuliani con questo paradosso?

Semplicemente che «era un fantasma che siamo riusciti a far esistere e che ossessionava chi non c’era». Non a caso, anche Il giovane Max, dominato dall’istinto di fuga, ebbe un seguito, Dal diario di Max (uscito da Marini Editore nel 2006, in una collana diretta dallo stesso Giuliani e Achille Perilli). Tale Diario costituisce un necessario complemento e andrebbe ristampato assieme al suo antecedente. A un anno dalla morte, Alfredo Giuliani non dismette la sua ironia. Così recita il trentesimo capitoletto: «Salutari i fanghi dell’Ade». Del resto, nel capitoletto venticinque si legge: «Mondo sono i dintorni dell’eremo».


Alfredo Giuliani

Il giovane Max

Adelphi, 2017, 108 pp., € 10

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