Le vite degli animali infami

Massimo Filippi

Fotografia di Stefano Belacchi

Al linguaggio obbligatorio e rituale si intrecciano le impazienze, le collere, le rabbie, le passioni, i rancori e le rivolte.

(Michel Foucault)

1. Linguaggio obbligatorio e rituale. È il linguaggio capace di rendere “umanitario” l’orrore più cupo – le guerre, gli stermini di massa, i respingimenti, l’esclusione istituzionalizzata, la quotidiana messa a morte de* vivent*. Il linguaggio che legittima la malvagità del banale, l’inarrestabile lavorio dei dispositivi di smembramento che, dietro una scintillante patina di normalità e di naturalità, continua a trasformare il vivo in morto. È proprio da questo linguaggio che prendono le distanze le fotografie di Stefano Belacchi e le parole di Benedetta Piazzesi, fotografie e parole che insieme vanno a formare Un incontro mancato – libro tanto breve quanto intenso e capace di dissestare lo sguardo che smaterializza i corpi dei non umani, che consegna le loro vite all’insensatezza più completa e che rende il loro dolore tanto immenso da farlo diventare «insostenibile» e «indicibile». Libro che prova, per continuare con Foucault, a mostrare come «possa esserci nell’ordine di tutti i giorni qualcosa come un segreto da svelare»: l’impatto letale delle «minuscole turbolenze» della vita contro «lo sguardo impassibile del potere». Belacchi e Piazzesi si impegnano così ad allestire un vero e proprio esperimento gestaltico che ci fa vedere dei volti là dove pensavamo di percepire delle cose, cercando di farci assumere la giusta prospettiva per scorgere la morte e le pratiche tanatopolitiche dietro l’anamorfosi collettiva che, come diceva Adorno, «sotto l’apriori della smerciabilità [ha] trasformato il vivente [...] in equipaggiamento».

2. Le impazienze. Un muro lurido e scrostato, un po’ di paglia per terra. Un alone di luce fa emergere dalle tenebre due vitelli. Uno guarda fuori campo e di lui vediamo solo gli arti posteriori, l’addome e parte del torace – come se fosse diventato quello che già è: una serie di pezzi di carne pronti ad essere commercializzati. L’altro, di cui vediamo il profilo destro del volto, guarda verso un impossibile fuori. La sensazione che ci restituisce è di impazienza. Pare impaziente di poter bere il latte materno che gli è stato sottratto per sempre, impaziente di uscire dalla condizione di non-vita in cui è stato relegato, di liberare la gioia strozzata nei suoi nervi, nei suoi tendini e nei suoi muscoli; la gioia dell’infanzia, quella gioia che si esprime senza parole e che le parole non possono esprimere. Impazienza impotente, quindi. La stessa che percorre gli scatti del fotografo che, intrufolatosi illegalmente nei nonluoghi dell’allevamento, è impaziente di testimoniare ma è, al contempo, impotente. Impotente perché, come sottolinea Agamben, il testimone autentico è solo chi è riuscito a sopravvivere all’inferno e perché, per “rubare” questo simulacro di testimonianza, non può che abbandonare al suo implacabile destino chi, de facto e de jure, è già-morto. Impazienza della filosofa che ingaggia una vera e propria lotta contro la difficoltà – che spesso sfocia nell’impotenza – di rendere intellegibile ai più «il segreto impronunciabile del reale», «la radice sporgente del reale» contro cui questo libro, volenti o nolenti, ci fa inciampare.

3. Le collere, le rabbie. Dal fondo di un capannone industriale, la cui oscurità è interrotta solo dalla luce fredda di qualche lampada al neon e in cui, è certo, sono rinchiusi a centinaia, si stagliano «da la cintola in sù», novelli Farinata, due tacchini, il giorno prima della loro esecuzione. Il primo, di profilo, trasmette al di là di ogni ragionevole dubbio un sentimento di collera rappresa, una collera sovranamente trattenuta, ma incandescente e sul punto di esplodere. Il secondo, la testa abbassata che si prolunga nel becco pronto a colpire, ci scruta con uno sguardo carico di una rabbia sconfinata. Questa collera e questa rabbia sono le stesse che hanno dato corpo alle fotografie che vediamo e alle parole che leggiamo. Collera e rabbia che stravolgono l’ordine simbolico del canone naturalista, che prevede che gli animali siano raffigurati come metafore (dell’umano, della specie, ecc.), per farli accedere al ritratto metonimico: singolarità sensuali insostituibili che parlano però della condizione di miliardi di altri corpi che hanno subito, stanno subendo e subiranno la stessa sorte. Collera e rabbia di chi non smette di chiedersi: come è possibile che non si riesca a vedere, «teoricamente» ed «emotivamente», quella «massa innumerabile di corpi e di dolore [...] macinata quotidianamente dall’industria zootecnica in tutto il mondo, fino a pochi passi da casa nostra»?

4. Le passioni. Un’enorme scrofa, immobilizzata in una gabbia di contenzione poco più grande di lei, guarda con delicata tenerezza, commovente fino alle lacrime, i suoi cuccioli che, al di là delle sbarre, a loro volta la guardano e ci guardano, in equilibrio precario su una griglia metallica. Uno di questi, quello (o quella?) che non abbassa lo sguardo, annegandoci nella vergogna di essere uomini, la sta accarezzando e si sta facendo accarezzare. Questa è la passione degli animali, passione da intendersi nella duplice accezione di sofferenza e di amore. Passione che è anche quella di Belacchi e Piazzesi, passione da intendersi nella duplice accezione di con-sentire compassionevole e di impegno politico. È questa passione incrociata – la stessa di Vassilij Grossman – ciò che dovrebbe farci riconoscere che questa scrofa con i suoi piccoli è un’altra delle infinite versioni della Madonna Sistina di Raffaello: una delle tante madri dolenti che attraversa, «scalza [e] leggera», l’orrore della Storia per farsi «espressione [...] della vita». Una madonna laica che appare «ovunque gli occhi scuri di una giumenta, di una mucca, di una cagna che allattano ci lasciano intuire e cogliere» ciò che accomuna «una giovane madre con un bambino in braccio» a una «mamma uccello alla sua prima nidiata» o a «una giovane femmina di capriolo». Come ci ricorda Upton Sinclair nel romanzo La giungla, è almeno dai tempi dei macelli di Chicago che l’industria zootecnica rivendica con rivoltante orgoglio la sua capacità di trasformare in profitto ogni singolo «grammo di materia organica» animale. Questa scrofa si fa allora testimone di un resto inappropriabile: l’amore come potenza non addomesticabile della vita che, seppur incarcerata, continua a desiderare e a farci desiderare un divenire carne assolutamente altro.

5. I rancori. Tre visoni, immobili, sono sospesi in una gabbia a volta. La testa eretta, sei occhi guardano stupiti dentro l’obiettivo. La comparsa del fotografo è, molto probabilmente, l’unico evento sorprendente che ha interrotto per un attimo l’immodificabile noia che ha pervaso, e che pervaderà fino alla fine, l’intero loro passaggio su questo pianeta. Un maiale è steso a terra, con l’addome deformato e piagato. Sta continuando a morire. Gli occhi sono aperti forse per l’ultimo istante, la testa si sta lentamente piegando, per abbattersi inerte, fra breve, sul pavimento della cella in cui ha trascorso tutta la sua terribile esistenza. Neppure in questi casi, però, si percepisce rancore. Come non vi è traccia di rancore nelle immagini dell’autore e nelle parole dell’autrice. Il rancore è una passione troppo triste per dei corpi così appassionati. Il che non può che amplificare la vergogna di chi guarda e legge nel momento in cui riconosce «lo scarto tra una condizione vissuta ed una potenziale»: cosa c’è, infatti, di più ignobile che negare la gioia che avrebbe potuto essere e che ormai è andata irrimediabilmente perduta?

6. Le rivolte. Un gruppo di maiali appena svezzati si staglia davanti a noi. Dietro, in un buio che si fa sempre più cupo, intuiamo che ve ne sono molti altri. Alcuni di quelli che si vedono, che sembrano riprodurre Il quarto stato di Pellizza da Volpedo, hanno il capo abbassato e uno sguardo di sfida che, oltrepassando il cadavere di un compagno morto, sembra indicare l’imminenza di una rivolta. E percepire tale imminenza non è vaneggiamento antropomorfizzante perché gli animali, nonostante millenni di domesticazione e di selezione dei corpi più docili e nonostante la sproporzione delle forze in campo, quando e appena possono, oppongono resistenza al potere che li opprime. L’industria zootecnica continuerebbe a utilizzare parte dei propri profitti per continuare a sviluppare sistemi di contenzione sempre più atroci e raffinati se avesse a che fare con corpi resi completamente incapaci di reagire e rispondere? La rivolta, come sottolineava Furio Jesi, è «una sospensione del tempo storico» e coloro che vi partecipano «scelgono di impegnare la propria individualità in un’azione di cui non sanno né possono prevedere le conseguenze». Questi maiali, come molti altri animali, non stanno facendo proprio questo? Non è stata forse questa moltitudine sterminata a mobilitare la derridiana «guerra sulla pietà», dalla quale «ora più che mai» è impossibile «sottrarsi»?

7. Supplemento (o coda?). Riprendendo una tradizione che va da Barthes a Sontag, Piazzesi sottolinea che lo stato ontologico degli animali ritratti da Belacchi è ambiguo: nel momento in cui li osserviamo (e ci lasciamo osservare da loro) «stanno per morire e sono già morti». La fotografia – e in particolar modo quella dei condannati – è inestricabilmente legata alla morte. Ma le fotografie sono immagini e le immagini, come sottolineato da quella linea di pensiero che va da Benjamin e Warburg fino a Didi-Huberman, sono abitate dalla sopravvivenza che mai come qui ha assunto un aspetto così letterale. Scrive Didi-Huberman: «Di fronte a un’immagine, [...] dobbiamo riconoscere con umiltà che essa probabilmente ci sopravviverà, che siamo noi l’elemento fragile, passeggero». Questi spettri del dolore, allora, vogliamo sperarlo, sopravviveranno al “nostro” privilegio di specie. Il lutto per queste vite infami – lutto che costituisce lo scheletro di questo libro – non rappresenta pertanto un ripiegamento su se stessi, ma ritrae un atto politico collettivo e performativo di radicale contestazione dell’esistente. Atto politico che ben conosce la differenza abissale che separa il parlare per altr* dal lottare con loro, al loro fianco. Un incontro mancato, insomma, è sempre e comunque un incontro. E l’incontro è sinonimo di trasformazione gioiosa e liberante. Allora, malgrado tutto questo, forse possiamo «scommettere che l’uomo [sarà] cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia».

Benedetta Piazzesi (testo) e Stefano Belacchi (fotografie)

Un incontro mancato

Mimesis 2017

Una risposta a “Le vite degli animali infami”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.