Michele Zaffarano, il potere della prassi

Gian Luca Picconi

Fotografia di Dino Ignani

Il nuovo libro-poemetto di Michele Zaffarano, Power Pose, si apre su due testi in corsivo, a introduzione di 66 lasse in tondo scandite in sei sezioni numerate progressivamente. Si tratta di un raffinato oggetto editoriale, come sempre i libri del verri, impaginato secondo una struttura tête-bêche per cui, rivoltando il libro, lo stesso testo si ripresenta una seconda volta; ma le due versioni del poemetto denotano consistenti differenze, sottoposta com’è la seconda (la prima?) a un esercizio di vandalismo sintattico. Dopo l’introibo in corsivo, abbiamo 10 lasse per sezione, a fornire una progressione del senso. Scontato sottolineare l’esibita organizzazione macrotestuale. La prima parte, in corsivo, si apre sulla ripetizione della parola : «Come quando / uno dice di sé / riportare a sé / affermare a sé / riprendere a sé / giocare a sé / esprimere di sé / quantificare a sé / esemplificare di sé a sé / cincischiare anche su di sé».

Vien fatto di leggere questa poesia come un discorso di secondo grado sulla soggettività. Già qui entrano in gioco due parole-chiave: dubbio («Questo vale anche solo / per evitare di rischiare / di cadere parla direttamente / con il dubbio / ti convince del dubbio / del tuo dubbio in più»), che tornerà in explicit («devo passare dal dubbio / all’ascolto / però il dubbio / è già un ascolto / tutto è in dubbio»), e assertività («Anche io / come tutti gli altri da me / ho un mio grado / di assertività»), che anima l’intera parte centrale.

Operazione coraggiosa («per mettere i cerotti / sui dissensi dei pensieri / in altre parole / ci vuole coraggio / e basta»), la testualità di Power Pose realizza una caricatura di quella parodia involontaria della psicologia behaviorista da corso di aggiornamento aziendale: «Sento il desiderio / di dominare gli altri / quando voglio dominare gli altri / l’unico obiettivo / mi pongo l’unico obiettivo / è il mio potere personale / il mio riconoscimento personale / il mio riconoscimento sociale / della mia persona. / Antepongo i miei bisogni / a quelli degli altri». La messa in parodia di quel tipo di discorso passa attraverso un attacco agli elementi che nel linguaggio fanno coesione, mediante fenomeni continui di ridondanza, fino allo sfiguramento dei normali legami sintattici, soprattutto nella seconda versione: «Esprimo le mie opinioni / anche quando sono contrarie / a quelle di chi sta parlando» (versione a) «Esprimo le mie opinioni / anche che sono contrarie / di lui chi sta parlando» (versione b).

Ma il testo adombra una riflessione sul funzionamento stesso del campo letterario; anch’esso regolato da richieste di riconoscimento e rapporti di forza, giochi di forza, posture autoritarie. Il linguaggio è già sempre eristica, e anfibolia. Che emerge anche nel riferimento all’assertività: «Quando sono assertivo / divento riflessivo / punto dritto allo scopo / divento tollerante / divento paziente». Negli ultimi anni, si è fatto più volte uso dell’etichetta di poesia non assertiva. Un’etichetta che la critica ha per lo più rifiutato. La tematizzazione dell’assertività costituirebbe allora una sorta di internal joke e risposta per le rime a certa critica: scrittura non-assertiva designerebbe questa particolare forma di luddismo estetico realizzato tramite la produzione di enunciati d’agenzia e di discorsi ideologici esibitamente inautentici. Un luddismo estetico che raddoppia, nello sfigurare la versione alternativo di Power Pose.

Testualità ambivalente e obliqua, Power Pose non può che essere letto se non sotto il profilo di un’ironia, intesa come presa di distanza (lo ha evidenziato per Zaffarano Massimiliano Manganelli): l’intertestualità di cui ironicamente si avvale, desunta da un testo regolativo, come bene ha detto Paolo Giovannetti, serve per dispiegare una vis polemica che ne fa un mirabile esempio di parole pamphlétaire. Ma non di solo saggismo in versi si tratta.

Allora, per capire fino in fondo Power Pose, bisogna prenderne sul serio l’epigrafe rimbauldiana («La poésie ne rythmera plus l’action. Elle sera en avant»). Inquadrato dalla più classica delle citazioni moderniste, Power Pose si lascerebbe analizzare solo a partire dalla cornice pragmatica del genere /poesia/, salvo poi mostrare una capacità di tradurre il proprio discorso in azione, ossia prassi. Non è la prima volta che Zaffarano sottomette il suo discorso a un enunciato ingiuntivo programmatico di tipo politico; lo Pseudo-Marx recitava: «Non si tratta di interpretare la scrittura, si tratta di cambiarla». Riscrittura parodica della undicesima tesi su Feuerbach: cambiare la scrittura, ossia la poesia, significherà allora realizzare, in poesia, un intento operativo; sussumere la prassi all’interno del discorso poetico. In questa equivalenza postulata tra il Rimbaud della lettera a Demeny e il Marx delle Tesi su Feuerbach, in fondo, giace il segreto di Power Pose.

Antonio Loreto aveva scritto che Zaffarano, già in Paragrafi sull’armonia, realizzava, attraverso la poesia, la mise-en-page di un «discorso teorico»; e Vincenzo Ostuni ha chiosato dichiarando l’appartenenza di Paragrafi sull’armonia al genere della «poesia didascalica». Zaffarano, con il suo Rimbaud, fornisce una replica/continuazione proprio ai due critici. La sua poesia non vuole essere l’equivalente di un discorso teorico, ma della prassi: rivelare un intento operativo, dispiegare effetti pratici. Essere la realizzazione semiotica di una prassi. Una prassi semiotica che consisterà nella trasformazione di un dictum in factum, ossia in una certa quantità di forza illocutiva.

Trasformare la poesia in prassi, agire sulla sua forza illocutiva, significa intervenire sulle modalità con cui l’enunciazione veicola l’ideologia. Significa produrre ideologia attraverso le modalità di articolazione della soggettività all’interno del testo. Non c’è forza illocutiva senza una certa quantità di ideologia su cui far presa. L’ideologia allora non è il retroterra teorico del discorso, ma il modo in cui il contesto mette in relazione, attraverso rapporti di forza determinati, le singole soggettività implicate nella comunicazione tramite l’enunciazione. È questo che ci insegna Power Pose, forse il libro più bello, se è lecito ancora usare questa etichetta per un libro di poesia, di Michele Zaffarano.

Michele Zaffarano

Power Pose

edizioni del verri, 2017, 170 pp., € 12

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