Woody Allen. Quando Bergman incontra Bob Hope

Roberto Silvestri

Era divertimento puro andare a vedere un film di Bergman. Non era mai noioso, astruso o ampolloso. Certo ho scoperto Monica e il desiderio – confessa Woody Allen - perché noi ragazzi avevamo sentito dire che al Jewel davano un film con una donna nuda. Ma per me i film di Bergman, così desolati e poetici, con una magnifica fotografia, di solito in bianco e nero, e incentrati sui temi della condizione umana e del silenzio di Dio, sono stati, da allora, uno stimolo, privo di pretese, a pensare”.

Un suo allievo lontano, Woody Allen ci ha sempre raccontato storie acute, buffe, sottili e profonde che non possono mai essere troppo popolari ma si sforzano di esserlo. Non ama neppure che lo si ami, come scopriamo in Woody Allen dall’inizio alla fine (non della vita, ma di un suo film) un magnifico libro appena uscito che ci invita a scoprire tutti i suoi segreti di autore (sul set di Irrational man, una delle sue opere più perfette, mozartiana, hitchcockiana, perfezionamento di Crimini e misfatti) dove scopriamo altre sue passioni: La strada, Kurosawa, l’aria condizionata, la doccia calda, il tapis roulant, la tetraggine, il baseball e Bob Hope. E le sue ossessioni. La pioggia, il color beige, la misantropia. E le manie, mai un tunnel troppo lungo da attraversare, mai l’ascensore, l’odio per la campagna e per il mare… Mentre si attende il suo ritorno sugli adorati marciapiedi piovosi della Manhattan di oggi in A Rainy Day in New York, che ha girato con Timothée Chalamet, Jude Law, Kelly Rohrbach. E se i critici lo stroncheranno? Non importa. Allen non legge più recensioni dall’epoca di Io e Annie: “Perfino Pauline Kael glorificava benissimo film orrendi. I critici non sanno nulla di come si fa un film”.

Ma torniamo alle origini.

Sostiene Scorsese che negli anni 60 andando al cinema a New York City si incrociava un capolavoro ogni tre giorni. E nessuno di quei film era hollywoodiano: comunicava con la vita vera degli spettatori, eccitando e non frustrando l’immaginazione. Godard, Makavejev, Bergman, Fellini, Varda, Antonioni, Kurosawa, Menzel, Reisz, Polanski, lo squattrinato Cassavetes, l’ormai apolide e adorato Welles… insomma tutto quello che potete trovare tra i dvd chic di Criterion.

Il corto circuito tra le magie di un linguaggio audiovisivo originale che sbriciolava d’un colpo le inverosimiglianze ormai fuori consumo made in California e un giovane battutista comico newyorkese, il cui ideale nella vita - una volta respinto dalla New York University, Dipartimento Cinema - era stato scrivere storie e sketches solo per Bob Hope, ha creato Woody Allen e il suo Mito. Bob Hope? “Sì, era un comico straordinario perché sapeva colpire chirurgicamente il maschio americano del secondo dopoguerra nella sua volgarità egocentrica, nella sua brutalità vitale e superba e nella sua disperata, tetra frustrazione. Inconsistente, donnaiuolo, codardo dei codardi, ma sempre cronometricamente splendido”.

Molti dei giovani turchi dell’epoca che volevano rivoluzionare Hollywood strappando gli autori dagli artigli famelici del capitale finanziario si sono trovati nel corso del tempo nella condizione di diventare loro stessi delle big company in grado di gestire super-budget dimensionati al mercato globale, pur di non subire interferenze di sorta. È questo il destino di Lucas, Spielberg, Coppola, Cameron e dello stesso Scorsese (era stato quello di Disney e sarà quello di Lasseter, qualche generazione dopo). Woody Allen no. Preferisce suonare il clarinetto e con le focali degli obiettivi ha ancora non poche difficoltà. Ha sfornato dal 1966 54 film, comici, drammatici o ibridi, in media un film all’anno, continuando a fare solo i film che desidera e a controllare completamente ogni segmento artistico delle sue opere, a basso costo (perché le star che adorano girare con lui lo fanno a paga sindacale) e ad alto rendimento. “Sì, sono un autore, ma non considero gli autori superiori ai registi. Kazan non sempre faceva film scritti da lui, eppure. È doloroso però pensare a quanti film bellissimi avrebbe potuto fare Wyler e che il condizionamento assurdo delle Major ha impedito. Da questo punto di vista sono per il cinema europeo”.

Negli ultimi dieci anni, però, il brooklinese Allen ha speso 180 milioni di dollari per incassarne 680. Il metodo è sempre stato quello. I produttori, senza mai conoscere né trama, né il cast, né piano di lavorazione, portano il sacchetto coi milioni di dollari e lui consegnerà loro, nella data stabilita, il film finito. Per ogni spesa extra budget è lo stesso Allen a coprire i costi. È stato così con la United Artists, poi con la Orion, nell’epoca della New Hollywood classica, poi con i finanziatori piccoli o grandi come Miramax (e anche europei negli ultimi tempi) che hanno accettato questa insindacabile e “indecente” proposta. Resa possibile da una macchina produttiva alleniana che si perfeziona film dopo film, da un metodo di lavorazione stakanovista, da collaboratori fissi e fidati e consiglieri devoti, da una ideologia del lavoro di disumana potenza che rende i sabati e le domeniche di Allen ancora più infernali del drammatico e spesso disperato lavoro di scrittura e riscrittura, sul set e in moviola.

Dunque. Bergman più Bob Hope. Più Diane Keaton, la sua maestra in femminismo radicale, sempre sua amica anche dopo la fine della loro storia d’amore, che gli ha insegnato talmente bene a puntare sul glamour psicologico dei personaggi femminili che qualunque star, da Meryl Streep a Cate Blanchett, considerano la presenza in un suo film come “una delle cose importanti da fare prima di morire”.

Il cineasta ultraottantenne ricorda ora questa genealogia privata in questo librone davvero speciale che farà la gioia dei fan e insegnerà i segreti del cinema (e dall’interno di un set, così blindato come un set Allen) anche ai suoi detrattori, e che esce contemporaneamente in Italia e negli Stati Uniti, titolo completo Woody Allen dall’inizio alla fine - un anno sul set con un grande regista (Utet, 25 euro, traduzione di Violetta Bellocchio, qualche refuso di troppo). L’anno è il 2014-2015. Il suo biografo ufficiale, Eric Lax, al quarto libro a lui dedicato, lo ha seguito per 14 mesi, dalla pre-produzione e dagli scarabocchi prima della sceneggiatura, alla ricerca dei finanziamenti, alle riprese (il lunghissimo e dettagliatissimo capitolo quinto con le discussioni per le luci con Darius Khondij, con lo scenografo Santo Loquasto) alla post-produzione da incubo fino alla “prima” di Irrational man, il suo ultimo film girato in pellicola. E il suo primo con del jazz moderno, compreso il Ramsey Lewis Trio. Senza dimenticare di scoprirne altre manie (non più di un minuto dura un suo casting), i dolori (per la morte di Robin Williams durante le riprese), gli amori cinefili (“ma non sono un cinefilo, non vi immaginereste neppure quanti film non ho visto”) e di chiarire il grande scandalo (dalle accuse di pedofilia lo scagiona definitivamente il suo figlio adottivo, Moses). E le peripezie per trovare il titolo giusto. A Boston Story? Troppo generico. Crazy Abe? Sembrava troppo comico….

Eric Lax

Woody Allen dall’inizio alla fine - un anno sul set con un grande regista 

 traduzione di Violetta Bellocchio

Utet, 25 euro

5 risposte a “Woody Allen. Quando Bergman incontra Bob Hope”

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