La concordanza, ovvero la tessitura dei contrari. L’Osservatorio Màntica diretto da Chiara Guidi

Silvia Bottiroli

Un osservatorio è, da definizione del dizionario Treccani, un “luogo o costruzione particolarmente attrezzati per l’osservazione a distanza o per determinate osservazioni, ricerche, indagini di natura scientifica”, un “organo o istituzione che ha il compito di rilevare e analizzare fenomeni economici o sociali” e anche, per estensione figurata del primo significato, “ogni luogo che consenta una veduta più favorevole in direzioni o verso oggetti che presentino particolare interesse”.

È in questo senso che si può leggere la scelta di Màntica, il programma ideato e curato da Chiara Guidi al Teatro Comandini di Cesena, sede storica della compagnia Socìetas Raffaello Sanzio, oggi Societas. Non un laboratorio né un festival, ma un luogo innanzitutto, deputato all’osservazione di un fenomeno specifico, la voce come campo di sperimentazione e ricerca. E di un osservatorio si tratta, perché da dieci anni Màntica conduce un lavoro ostinato e umile di ricerca, di ascolto, di intercettazione di pratiche, poetiche e discorsi che partano dalla vocalità o la chiamino in causa, in relazione non solo ai linguaggi artistici ma anche alla dimensione politica, sociale, filosofica. Nel tempo, il programma si è configurato sempre più come osservatorio anche di ciò che quotidianamente e continuativamente accade tra le mura del Comandini, e da lì si irradia nella città di Cesena e oltre. Il lavoro febbrile di Chiara Guidi innanzitutto, che prende la forma di laboratori, incontri teorici, gruppi di ricerca e affiancamento di percorsi artistici adolescenti; e anche la pratica didattica ostinata di Claudia Castellucci, inventrice di scuole e di balli in cui si coniugano in modo sempre sorprendente un rigore estremo e un senso di ariosità, che è soprattutto una forma di libertà interiore. Anche la pratica scenica di Romeo Castellucci, che per ragioni artistiche e produttive si svolge più spesso in altri luoghi, riverbera nel programma di Màntica 2017, così come vi si ritrovano, con particolare intensità nell’edizione appena conclusa, le ricerche di formazioni vicine alla Societas, da Dewey Dell a Enrico Malatesta e alla sua associazione MU, accanto a quelle di artisti internazionali che Chiara Guidi sa intercettare seguendo percorsi tanto personali quanto rabdomantici e coniugando attenzione per le forme del contemporaneo ad ascolto di pratiche, soprattutto vocali appunto, che affondano in tradizioni profonde e che si lasciano avvicinare da un approccio antropologico, quali quella del coro lituano Kadujo.

Accanto a spettacoli, concerti e proiezioni, e quindi alla parola dell’arte, precipitano dentro Màntica altre forme, e soprattutto quelle del laboratorio e della conferenza, che sembrano rispondere l’uno alla decisione metodologica di passare per la pratica e per l’esperienza, e l’altra al naturale confronto con la dimensione del discorso e con un pensiero che non si limita al solo ambito artistico. Un’indicazione di metodo viene dalle parole della stessa Chiara Guidi, e dalla scelta dell’immagine del festival, il disegno di una mucca divisa in parti per la macellazione: per conoscere una cosa occorre scomporla, dividerla, operare per separazione e per differenza, riconoscere quali pezzi la compongono e imparare appunto a vederli e a tagliarli. Questa doppia tensione del fare a pezzi per ricomporre il senso dell’intero attraversa tutto il programma e ne costituisce la domanda di ricerca: che cosa significa concordanza? Come la voce è strumento che permette di esercitare una forma di temperanza, nel senso proprio di correggere qualcosa mescolandola con un’altra contraria? Come si crea, infine, armonia? Se una risposta, soprattutto pratica e legata al canto corale, chiama in causa la misura e la capacità di cogliere il tempo opportuno, la sapienza più profonda a cui la concordanza richiama, nella lezione di Corrado Bologna che ha tenuto una delle conferenze, è quella dell’espressione del nascosto, e quindi anche di un’armonia – sto seguendo il filo del discorso di Chiara Guidi – composta di una tessitura di contrari: un accordo non basato sulla mediazione o sulla semplificazione dunque, ma sul collegamento tra parti diverse, sulla disposizione e la proporzione che non escludono la lotta, l’enigma.

Tra gli spettacoli presentati a Cesena nelle giornate di Màntica, l’ultima creazione di Dewey Dell, Deriva Traversa, che vede il gruppo affiancato dal gruppo musicale A Dead Forest Index e che dà prova ancora una volta, nello stesso anno in cui ha debuttato anche Sleep Technique, dell’originalità e della libertà profonda della scrittura coreografica di Teodora Castellucci, qui anche splendida presenza solista. Fisica dell’aspra comunione, ballo della scuola di movimento ritmico Mòra diretto da Claudia Castellucci, si posa su Le catalogue d’oiseaux di Olivier Messiaen per cercare la stessa immediatezza del canto degli uccelli a cui si era ispirato il compositore francese, inscritta qui in una geometria in costante movimento nel quadrato della scena; mentre il concerto della compositrice e musicista giapponese Tomoko Sauvage, appuntamento curato dall’associazione MU, è un viaggio delicato dentro ai mondi sonori creati dall’acqua che l’autrice e performer mette in movimento all’interno di waterbowls e amplifica e riverbera elettronicamente. In programma anche Romeo Castellucci, con il film della sua opera Orphée et Eurydice realizzata per La Monnaie nel 2014, da lui introdotto e discusso con il pubblico; il film Roosenberg di Ingel Vaikla presentato dal curatore Simone Menegoi, alcune conferenze, e i lavori creati dagli adolescenti e giovani riuniti nel programma Essere primitivo, dal nome del laboratorio che da diversi anni Chiara Guide conduce negli istituti superiori della città.

Tra le creazioni al centro di questa decima edizione, e forse vero baricentro di Màntica, Il regno profondo. Perché sei qui? di Claudia Castellucci e Chiara Guidi, che riprende testi poetici della Castellucci – alcuni dei quali già editi e già portati in scena dalla compagnia con il titolo di Uovo di bocca – insieme a nuovi frammenti testuali, in un corpo a corpo di linguaggio e di postura tra le due attrici, che è anche una forma di invocazione religiosa e una rassegna di luoghi del pensiero e dello spirito contemporanei, il tutto attraversato con un umorismo e una grazia rari. Agli spettatori familiari con il discorso e la pratica scenica della Societas, Il regno profondo (ora in tournée) non potrà non far rivivere l’avventura dell’invenzione di una parola che sappia dire l’indicibile, avventura che ne caratterizza tutto il percorso dai primissimi spettacoli scritti nella lingua Generalissima alla scena muta di alcune delle sue creazioni più potenti. Per tutti gli altri, sarà semplicemente una scoperta entusiasmante.

Se questo lavoro dà la temperatura di Màntica e anche della profonda libertà che, in forme diversissime nei lavori dei tre artisti che la compongono, la Societas sta esprimendo nel teatro, sono invece la capacità di mettere al centro di ogni edizione una domanda e di intendere il programma non come una sua illustrazione ma piuttosto come una sua dissezione e complicazione, i tratti curatoriali distintivi di un progetto che si pone volutamente di lato rispetto alla proliferazione di festival e rassegne organizzati dalle compagnie della ricerca teatrale, in una Regione peraltro ricchissima tanto di programmi continuativi e istituzionali quanto di appuntamenti saltuari e indipendenti. Màntica riesce così a essere un luogo di raro valore in cui muovere dall’esperienza al discorso, dallo specifico all’universale e dall’artistico al politico, per poi ricominciare, anche in senso opposto, a muoversi tra le sfere convocate e esplose nel programma. Non solo: è e continua a essere segno di una impellenza culturale e intellettuale irriducibile, al punto da proseguire la sua avventura anche fuori da ogni parametro istituzionale, grazie a una convinzione che è di molti e necessaria a molti, a guardare la quantità e la qualità della partecipazione, la densità di presenza e di pensiero che si attraversava al Teatro Comandini nelle sue serate.

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