L’Aja. Il tribunale come palcoscenico

Piero Del Giudice

Slobodan Praljak è nato nel 1945 a Čapljina, in Bosnia Erzegovina, una cittadina sulla Neretva, strategica per il bacino idrico, nota per la devozione degli abitanti. Città di crociati. Il testone di Praljak, così simile a una maschera, campeggia adesso sui muri di Čapljina sagomato con le mascherine e lo spray: lumini accesi sotto il testone, preghiere, messe di suffragio e, trasferite in parete, le ultime parole dell’ex-generale croato-bosniaco in diretta con il mondo e davanti ai giudici del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja: «Non sono un criminale di guerra. Respingo il vostro verdetto». Il 29 novembre, quando confermata in appello la condanna a venti anni per crimini vari e contro l’umanità commessi durante la guerra di Bosnia Erzegovina (1992-1996) pronuncia, in piedi sul banco degli imputati – «alto massiccio erculeo»; ustaša (ustati, alzarsi) e memore dei trascorsi teatrali – il breve memorabile monologo, poi subito beve «da una bottiglietta marrone» forse cianuro, comunque una pozione letale. Già visto in altri Tribunali, per esempio in quello di Norimberga, dove Göring evita con il veleno l’insulto della impiccagione.

Il Parlamento di Zagabria osserva un minuto di silenzio per la volontaria morte dall’ex-generale croato-bosniaco, eppure Praljak – uomo di teatro e televisione – parlava tranquillamente nel dopoguerra con i colleghi intellettuali dei fatti e rivendicava le pratiche criminali. Comanda i bombardamenti di case, scuole, antiche moschee della parte musulmana di Mostar, ordina il cannoneggiamento sino al crollo dello Stari Most il vecchio ponte (mirabile manufatto dell’architetto Hajrudin in unica campata sul fiume Neretva, la sua pietra tenera era segnata dal calpestio di piedi leggeri in movimento tra le due rive della città, per secoli sopravvissuto a terremoti e guerre, dasein nel tempo, orientamento nel cosmo). È responsabile di omicidi, stupri, giovani torturati, corpi gettati nelle acque della Neretva, polsi e piedi legati con il filo di ferro.

A Mostar, negli anni della guerra, nei bunker delle bande per la secessione e per il progetto «Grande Croazia», campeggiava sui muri l’immagine di Ante Pavelić, il duce (poglavnik) croato, «alto massiccio erculeo», fondatore del Primo Stato croato. Malaparte in Kaputt: «“Sono ostriche della Dalmazia?” domandai al poglavnik. Ante Pavelić sollevò il coperchio del paniere di quei frutti di mare, quella massa viscida e gelatinosa di ostriche, disse sorridendo, con quel suo sorriso buono e stanco: “È un regalo dei miei fedeli ustaša, sono venti chili di occhi umani”». Pavelić quello del campo di sterminio di Jasenovac, quello della fuga – organizzata dal Vaticano – prima in Argentina e alla fine nella Spagna di Franco.

Nella regione di Mostar l’agitata vigilia delle apparizioni mariane predittrici di lutti e guerre; le dimissioni forzate all’inizio del ’93 dell’anziano e mite vescovo Pavao Žanić e l’insediamento del fanatico Ratko Perić come vescovo ausiliario. Si rapporta questo Perić al cardinale Franjo Kuharić arcivescovo di Zagabria («sono croato e cattolico» diceva introducendosi, e «sento ombra di propaganda serba» rispondeva alle domande) che a sua volta si rapporta al cardinal Stepinac, il complice di Ante Pavelić...

Si confondono le guerre, le metà secoli, ma si arraffano sempre le proprietà – degli ebrei negli anni Trenta e Quaranta, di tutti nel decennio in cui scade il secolo: case, negozi, campi, piccole banche. Requisizioni, espropriazioni, colonne di donne appiedate, scambi di profughi. Franjo Tudjman e Slobodan Milošević si erano incontrati a Karadjordjevo (Vojvodina) nei primi mesi del 1991 per discutere soprattutto della spartizione futura della Bosnia Erzegovina. Lo sanno tutti e lo testimonia al Tribunale dell’Aja Ante Marković, l’ultimo presidente della Federazione Jugoslava. Un paio di anni dopo Tudjman, in una bettola inglese, disegna su un tovagliolo la spartizione. Tudjman e Milošević considerano i musulmani dei sottouomini, stringono a tenaglia i bosgnacchi (bosniaci musulmani), ma ottengono una adesione solo parziale al progetto di spartizione e trovano una inaspettata resistenza in armi (mujahedini compresi). Tudjman muore nel 1999, la morte gli evita il Tribunale Penale Internazionale... Tutto è stato cancellato, dell’aggressione congiunta dei croati si è persa ogni traccia. La Bosnia Erzegovina è oggi divisa in due parti: la Federazione croato-musulmana e la repubblica serba. Bosgnacchi e croato-bosniaci sono alleati, nelle pubbliche conferenze e nei libri di storia si omette e cancella come – con la Federazione Jugoslava sotto attacco – la Croazia di Tudjman secondo il progetto della «Grande Croazia» con personaggi alla Praljak insieme a Slobodan Milošević, leader del progetto «Grande Serbia», e alla tragicomica Repubblica di Pale, tentarono insieme lo smembramento della Bosnia Erzegovina, con delitti e stragi.

Il TPI è sembrato nei giorni di novembre un teatro piuttosto, un palcoscenico, un luogo di happening. Bandiere serbe si alzano per e grida rauche contro Ratko Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco, condannato dal TPI al carcere a vita il 22 novembre. Mladić, che insulta e dileggia la Corte nell’imminenza della sentenza, è «il mostro con le spalline» che ordina i bombardamenti sulla popolazione civile di Sarajevo assediata sino a «torcergli la ragione», farla uscire di senno: «Punta a colpire Velašići, là non c’è molta popolazione serba! Colpisci la Baščaršija, la Presidenza e il Parlamento colpisci – così gli stiriamo la ragione!».  Mladić è il montanaro arrogante, convinto del primato dell’inganno e della forza fisica che quando impone, subito prima di Srebrenica, l’evacuazione della più piccola enclave di Žepa (luglio 1995) offre grappa e sigarette all’impaurita delegazione che alza uno straccio bianco di resa ed è a trattare i dettagli, ma fa separare da due armati il comandante disarmato dell’enclave, Avdo Palić, e lo strangola con le sue mani. Prima del genocidio di Srebrenica fa esercizi di ginnastica e sfoggio di titanismo alzando e abbassando un pesante stantuffo di cannone. Mentre prepara meticolosamente il genocidio (è l’Olocausto musulmano, vengono uccisi più di 8000 uomini disarmati), fa aprire il recinto di filo spinato dove è costretta la popolazione e accarezza un bambino che ha in braccio un coniglietto bianco... Tutto lo spazio, tutta l’agibilità di cui ha goduto Mladić, il «macellaio» di quel conflitto a sfondo islamofobico, sono evidenti, a cominciare dalla viltà dei soldati dell’ONU disposti in difesa della enclave e invece collaboratori degli stragisti.

Ma non si è scritto – neanche nei giorni del TPI – della fuga della difesa bosgnacca dall’enclave di Srebrenica e delle co-responsabilità del governo di Sarajevo. Lo ha fatto anni fa Emir Suljagić con il libro Cartolina dalla fossa: Naser Orić comandante della difesa – nel dopoguerra si dà da fare nella speculazione immobiliare a Tuzla – e i suoi ufficiali hanno abbandonato Srebrenica, sono fuggiti in elicottero d’accordo con il governo di Alija Izetbegović: «“Hai sentito che cosa è successo?” “Che cosa?” “Naser ha lasciato la città!” mi dice con un sorriso acido. Sento la paura che sgorga da me, per poco non cado dallo sbigottimento: “Quando?” “Stamattina: lui, Ramiz e una decina di loro” “Come?” “In elicottero” “E allora, è la fine?” chiedo più a me che a lui». Ancora Suljagić: «Alcuni anni dopo la guerra ottenni per breve tempo, giusto per leggerlo, un rapporto del servizio di controinformazione del 2° korpus dell’Esercito della Bosnia-Erzegovina, nel quale si descrive, nei minimi dettagli, come proprio Orić fosse l’organizzatore del mercato nero interno alla enclave. Il rapporto contiene alcune pagine con i nomi dei rivenditori, il modo e i luoghi del commercio con i serbi, gli articoli più richiesti…». Il generale Sefer Halilović ha per anni accusato il governo Izetbegović di non avere voluto inviare in difesa dell’enclave il IV° corpo d’armata di stanza a Tuzla. Il genocidio battezza con il sangue gli accordi di Dayton, la logica dei territori «etnicamente puliti». Dayton sarà a novembre e questi sono i preliminari. Si trattò di un baratto, il governo di Sarajevo barattò le enclaves in cambio dei quartieri della città occupati dai serbi. Il pio Alija – che nella sua visione politica mai è andato più in là della fantasia di uno staterello musulmano – aveva messo in conto il genocidio dei bosniaci rifugiati nella «fossa» di Srebrenica? Se così non è, perché concorda con Naser Orić la drammatica fuga della difesa e l’abbandono dell’enclave? Quell’Izetbegović che estrapola dalla spartizione l’enclave di Goražde, inscritta di fatto nella quota di Bosnia destinata alla Repubblica serba, rimasta però città musulmana sulla Drina, sul fiume delle stragi di bosgnacchi, sacro ai serbi. Forse perché – si racconta – una delegazione di Goražde ricevuta dalla Presidenza prende in ostaggio Izetbegović, il Presidente, coltello alla gola?

Corre un quarto di secolo dai fatti. Marciscono i corpi dei giovani combattenti nei valli delle montagne della Bosnia, nelle acque dei tanti fiumi, dentro i tavuti ad assi congiunte interrati negli stretti spazi tra una casa e l’altra durante l’assedio o nella nera terra del cimitero del Lav di Sarajevo, già campo degli eroi del socialismo. Bisogni, desideri, nuovi amori, fornicazioni, proiezione dei corpi in avanti immaginari, sovrastano stagioni passate e memoria. Può il Tribunale dell’Aja, dove non si prevede la pena di morte, ma il carcere perpetuo sì, ridare senso e rilievo agli avvenimenti concatenati che disegnano le tendenze di fondo e il senso del nostro tempo?  

Una risposta a “L’Aja. Il tribunale come palcoscenico”

  1. Può il Tribunale dell’Aja, dove non si prevede la pena di morte, ma il carcere perpetuo sì, ridare senso e rilievo agli avvenimenti concatenati che disegnano le tendenze di fondo e il senso del nostro tempo?
    CERTO CHE PUÒ E C’È PRETENDERE CHE LO FACCIA. È MALE CHE DI QUESTI FATTI SI SIA PARLATO MENO CHE DELLA STRAGE DEGLI EBREI EFFETTUATA DA HITLER E SUOI SOTTOMESSI, QUASI FOSSE MENO GRAVE. CINEMA E LETTERATURA SONO ANCORA IN TEMPO PER FARLO: VORREI CI FOSSE UN BOSGNIACCO SCRITTORE SOPRAVVISSUTO, UN PRIMO LEVI CAPACE DI SCRIVERE UN SUO “SE QUESTO È UN UOMO”.

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