Cinque voci dal contemporaneo # 2 – Mariangela Gualtieri

Fotografia di Dino Ignani

Prosegue il piccolo ciclo di appuntamenti su alfaDomenica con cinque importanti poeti italiani di oggi a colloquio con due studiose dell’altro emisfero. Dopo Mariano Bàino, è dedicato a Mariangela Gualtieri il secondo estratto dall’importante volume di Patricia Peterle ed Elena Santi, italianiste dell’Università di Florianópolis in Brasile, Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017), che raccoglie trentatré conversazioni con poeti italiani di cinque generazioni diverse, da Giampiero Neri a Massimo Gezzi. Si ringrazia l’editore brasiliano, le due autrici e naturalmente i poeti per il permesso accordatoci a riportare qui, in versione italiana, i dialoghi in questione. Il componimento in calce alla conversazione, come nelle altre puntate di questa serie, è riportato nella versione data al libro brasiliano. In questo caso la poesia di Mariangela Gualtieri è stata poi inclusa, con notevoli varianti, nella sua raccolta Le giovani parole (Einaudi 2015). (A.C.)

 

La poesia è una parola che tiene con sé anche il silenzio. 

Conversazione con Mariangela Gualtieri

Patricia Peterle ed Elena Santi

Cosa significa essere poeta oggi? Che cosa è un poeta per lei? Il poeta è un nostalgico cantore dalla parola un po’ consunta e desueta? È necessariamente un oppositore del mondo?

Penso il poeta come fessura, porta attraverso la quale una forza si condensa e si rivela al mondo, quella forza che Dante chiama Amor, «Amor che move il sole e l’altre stelle». Il poeta è uno «spalancato» che sa accogliere e che sa rilanciare, in virtù della sua capacità di attenzione, della sua capacità di ascoltare che è quasi un auscultare, come fa il medico sulla schiena del malato. C’è in lui sempre, credo, un aspetto anacronistico poiché egli non appartiene interamente al proprio tempo (anche se deve anche appartenere al proprio tempo – pena la caduta nell’Arcadia), e tiene un piede nel non tempo, verso una dimensione intemporale, o nell’imperituro, come lo chiamerebbe Jung. E questo perché la materia che egli tratta deve mantenere fragranza attraversando il tempo, non si deve consumare: per questo i versi del passato ci giungono in piena vitalità e freschezza, come un pane buono pronto sempre ad alimentarci, un nutrimento che non invecchia.

La nostalgia è inevitabile per qualcuno che è esule nel proprio tempo, a casa solo nella parola. Tocca al poeta conciliare l’anima umana con l’anima cosmica, tocca al poeta ricaricare di energia le parole che la lingua corrente di continuo depotenzia: entrambi questi aspetti ne fanno un oppositore del mondo, di un mondo che proclama continuamente il finito e che predilige la sciatteria e l’ottusità dei parlanti.

 

L’elemento essenziale per un poeta è la parola, la materia prima che va cercata, lavorata e poi «fissata» sulla pagina bianca. Che rapporti ha con la parola? Se si vuole anche con la lingua? Infine, come si può definire la sua lingua?

Credo non basti dire che l’elemento essenziale per un poeta è la parola, perché questo varrebbe anche per la prosa, per la narrativa. Credo sia necessario aggiungere alla materia prima anche il silenzio: la poesia è una parola che tiene con sé anche il silenzio. Mi è difficile separare parola poetica e silenzio. Quando lei mi chiede della parola io subito penso anche al silenzio, forse come luogo di origine della poesia. Sento le parole come divinità, o certamente come condensati magici, che ci rendono capaci di comunicare da una profondità a un’altra profondità, capaci di guidarci in una avventura di conoscenza alta e vertiginosa, da una psiche a un’altra psiche, da un cuore a un altro cuore.

Della mia lingua posso dire che, pur essendo italiano, ha una radice nel dialetto o meglio sarebbe dire nell’italiano parlato da chi abitualmente parla dialetto. Questa radice o eredità viene dalle mie nonne, con le quali ho vissuto nei primi dieci anni di vita. Ho avuto il privilegio di crescere dentro questa lingua arcaica, ricca di invenzioni linguistiche, disadorna, fortemente espressiva, quasi violentemente espressiva, e accogliente, come è accogliente il dialetto.

Trenta anni di scrittura in versi per il teatro hanno poi sicuramente condizionato la mia lingua poetica, la hanno spinta ancor più verso una urgenza comunicativa, verso un denudamento ed una semplificazione, la hanno costretta a tenersi bassa, pur chiedendo ad essa di trattare i temi più alti: da quel «basso», dire il paradiso. In questo la lezione di Dante è e resta magnifica.

Quali poeti o scrittori (italiani o stranieri) operano nella sua scrittura? E in che modo si costruiscono questi rapporti di lettura, poetici e di scrittura?

Dante, Dino Campana, Amelia Rosselli. Questi tre nomi sono più di altri veri ambiti di nutrimento per me. Ma posso citare anche Milo de Angelis e Giovanni Pascoli, Antonin Artaud, Arthur Rimbaud, Dylan Thomas, Paul Celan, Thomas Eliot. E poi Dostoevskij, Kafka, la Lispector, la Weil, la Campo, e i filosofi, da Platone a Nietzsche a Colli o alla Zambrano. E recentemente l’incontro con Bruno Schulz e le sue Botteghe per me così piene di versi memorabili. Dovrei anche citare i molti anonimi che hanno scritto i grandi testi sacri. Dalla letteratura sacra, dall’enorme montagna di pensiero spesa intorno ad essa, ho tratto davvero molto nutrimento. E così anche da certi manuali di biologia, di botanica e di astrofisica, certi dizionari antiquati – il dizionario di italiano resta una delle mie letture preferite.

I rapporti con questi testi sono di tipo amoroso, appassionato, devoto, riconoscente, ma certo c’è anche un lavoro sotterraneo che queste parole mettono in atto, non del tutto consapevole. Spesso ho l’impressione di averli scritti io certi versi di altri, tanto li sento vicini, tanto mi sento centrata da certe parole. E comunque so che quello che amo si deposita in me e fa un suo misterioso lavoro di nutrizione e di crescita, fino a ritrovarmelo a volte trasformate sulla pagina: io lo riconosco, vedo la fonte da cui a volte certi miei versi provengono, quasi per contagio. Altre volte – è stato il caso della Rosselli e anche di Artaud – ho preso alcuni versi e li ho continuati. Ho letteralmente copiato, virgolettato e proseguito per la mia strada. Ci sono parole che divengono luoghi, luoghi molto amati, e per tutta la vita vi si torna, si va ad attingere, a riconoscersi, a riposare, a incendiarsi.

Se dovesse fare il nome di cinque libri di poesia del secondo Novecento fino ad oggi, quali sarebbero? Hanno qualcosa in comune tra di loro?

Mi è difficile limitarmi a singoli libri. O meglio, provo a farlo, anche se i motivi per cui li nomino sono molto personali e non vorrei fare una classifica oggettiva, non ne sarei capace. Allora ecco cinque libri coi quali ho avuto un incontro sconvolgente: Somiglianze di Milo de Angelis, Diario Ottuso di Amelia Rosselli, Luce Coatta di Paul Celan, La chèsa de témp di Nino Perdetti, Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Credo abbiano molto in comune, pur nella enorme diversità: un nitore adamantino, una luce violenta e anche molta ombra, qualcosa di estremo e profondamente tragico.

 

Si usa dire oggi che sono più i poeti dei lettori, cosa ne pensa? E come intervengono i nuovi supporti (internet, blog) nel rapporto con il pubblico?

Mi pare che un secolo regali solo una manciata di nomi di poeti o poco più. Il fatto che in tanti sentano il bisogno di scrivere versi, avviene forse perché è un modo per indagare le profondità del proprio sentire o quanto meno la scrittura può dare sollievo in momenti di particolare sofferenza psichica, può far luce, aiutare lo scrivente a far luce. Questo non è negativo in un tempo in cui tutto pare volerci strappare dal rapporto con noi stessi, con la nostra interiorità, ma questo non garantisce che tale scrittura riesca poi ad avere valore per gli altri, e questo è ciò che contraddistingue un poeta da qualcuno che scrive. Il poeta dà voce a tutti, canta anche il dolore di tutti attraverso il proprio. E forse il poeta non scrive per sfogare un dolore o lenirlo, ma perché non può non cantare, come se obbedisse ad un ordine che non si discute.

 

Quale influenza ha il mondo del teatro sulla sua poesia? Essa nasce già con un fine performativo oppure scrittura e performance sono due momenti che non si intersecano? Il momento della creazione poetica è legato a una certa gestualità o spazialità? Vi è un tentativo di recuperare forme poetiche antiche, pensate per la recitazione in pubblico e la fruizione collettiva?

Come dicevo prima ho attraversato trenta anni di teatro, e l’ho fatto in sodalizio con un regista, Cesare Ronconi, che ha messo in scena solo testi miei e che ha un particolarissimo modo di far nascere i propri spettacoli. Mi viene chiesto di scrivere versi e di farlo nel vivo delle le prove, dunque per corpi precisi e per azioni che avvengono e che non nascono in base a un rigido progetto. Il mio regista è un captatore di forze e chiede una scrittura quasi rabdomantica, attenta al presente e al servizio di quanto accade durante il lavoro degli attori. Io scrivo spesso ispirata, se mi è concesso questo termine, da quanto accade in scena, e quando porto le mie parole, queste modificano di nuovo tutto e fanno nascere nuove azioni.

Il richiamo che spesso mi fa il regista è ad abbassare la lingua, a vantaggio di una immediatezza espressiva. Vengo energicamente invitata a lasciare la pagina scritta per una oralità vibrante e immediatamente comunicativa. Non è facile perché d’altro canto so che debbo tenere un’altezza di contenuti, fare una consegna di parole in qualche modo necessarie, parole che in qualche modo si prendano cura dello spettatore e direi del mondo.

Non mi pare proponibile, almeno nel nostro teatro, il recupero di forme antiche. La rima, ad esempio, non funzionerebbe. Certo la lezione di quelle forme poetiche è dentro di me, ben digerita, credo, e spero rinnovata. Nella mia scrittura per il teatro, che è sempre scrittura in versi, ci sono molte consonanze, rime interne, allitterazioni e forse un modo di rimare senza rima.

 

Che cosa ha significato per lei il passaggio da lettrice di poesia a poetessa? Dov’è il confine tra queste due figure per lei? Quale la molla che l’ha spinta a oltrepassarlo?

È curiosa questa domanda perché in realtà io sono nata prima come lettrice, o potremmo dire dicitrice di versi altrui e sono arrivata alla scrittura piuttosto tardi. Ho cominciato a scrivere dopo un’esperienza estrema, di cui non è interessante parlare, se non per il fatto che mi ha in qualche modo smangiato l’io, ridotto l’individualità, aperto a un’attenzione e a un ascolto plenario, e quindi poi è arrivato il dono immenso della poesia. Ma forse già da tanto tempo mi stavo preparando, senza saperlo, finché a un certo punto ho mollato gli ormeggi e ho aperto le mani: in queste mani finalmente non occupate ad afferrare altro, è stata fatta una consegna di parole. Le due figure però permangono in me: l’una scrive sulla pagina, l’altra riscrive nell’oralità, o meglio, riscrive dando voce ai versi davanti ad un pubblico. La poesia accade. Accade a un certo punto che si smette di prendere la parola e che invece si viene presi dalla parola. Non è una scelta consapevole, volontaria: piuttosto un dono che ci viene messo fra le mani quando però siamo vuoti, sgombri, in attesa.

Quanto sono importanti nel suo orizzonte poetico le sue radici, il legame con i suoi luoghi e la sua città?

Se penso a un orizzonte poetico lo sento larghissimo, così largo che mi pare abbia radici cosmiche. A me pare che ogni luogo che amo diventi mio luogo, ma allo stesso tempo mi sento un’esule, a casa solo con le parole. Il legame con la mia città riguarda soprattutto il dialetto, un dialetto a dir poco meraviglioso che tuttavia sta per spegnersi definitivamente. Riguarda il paesaggio, soprattutto le nostre colline: un paesaggio dolcissimo nel quale l’operosità umana pare sollevata dal sacrificio del lavoro, nel quale io vedo una lietezza, una bellezza ancora nuova e antica, per citare il caro Pascoli.

Ha recentemente ripubblicato la raccolta Sermone ai cuccioli della mia specie (2012), che cosa l’ha spinta a rimettere mano a questa raccolta? La poesia può avere anche il compito di coltivare l’infanzia, e trasmettere un insieme di conoscenze e tradizioni alle generazioni che crescono?

Ho ripubblicato il Sermone ai cuccioli come CD, nel quale però era incluso il libretto col testo. Vorrei incidere tutti i miei versi e ho pensato di cominciare dal Sermone, anche perché nel frattempo erano state fatte buone traduzioni in francese e in spagnolo, che insieme all’inglese della prima edizione danno a questa opera una più larga possibilità di movimento. Ora a queste si è aggiunto anche il tedesco. Il Sermone in realtà è dedicato a chiunque abbia cura dell’infanzia, a chiunque dell’infanzia avverta la potenza, la meraviglia, la genialità, il dono, la leggerezza. Il Sermone invoca un’infanzia che sia tale, capace di mantenere la propria vitalità e selvatichezza, non addomesticata, non piegata all’imperativo del consumo e dell’agio, non ingabbiata nella nevrosi dell’apparire, somigliante piuttosto ai cuccioli degli altri animali, dei quali conosce lo splendore misterioso. In risposta alla seconda domanda direi che la poesia è capace, come sempre l’arte che sia tale, di indicare lo straordinario dentro l’ordinarietà supposta della vita. Non sono tanto conoscenze, tradizioni o insegnamenti precisi quelli che trasmette: piuttosto scioglie quello che Dante chiama «Lo gel che m’era attorno al cor ristretto», risveglia ciò che è assopito, chiama e comunica un di più di vitalità.

I ragazzi sono ora totalmente affascinati dalla tecnologia – entità sempre più somigliante, coi suoi cellulari, computer, monitor, giochi ecc., al Pifferaio di Hamelin: sono rapiti dalla tecnologia e la loro attenzione è sempre fortemente chiamato verso l’esterno. Tutto li intrattiene e li allontana da quella salutare immersione dentro loro stessi, vera manovra in cui prende forma quel «conosci te stesso» così importante per ogni sapienza vera e per ogni equilibrio, solo luogo in cui davvero si forma una psiche. Per esperienza posso dire che la poesia quasi scaraventa i ragazzi in quel luogo interiore, in quella profondità che essi poco frequentano, e che tuttavia riconoscono immediatamente, come vera casa. Ma questo accade se la poesia viene loro proposta in tutta la forza orale di cui è dotata, perché i ragazzi intendono benissimo la musica, la melodia e la ritmica del verso. Sono questi elementi che parlano direttamente al corpo, proprio come fa la musica, ad una parte di noi che non è solo la ragione. Purtroppo quello che facciamo di solito, quello che fa la scuola, è consegnare solo il contenuto razionale, intellettuale della poesia, tralasciando la sua forza musicale, cioè orale. Ma è quest’ultima che, come fa la musica appunto, tocca in profondità, commuove, scongela, entusiasma, appassiona, fa vibrare, rallegra.

 

Sono stata una ragazza nel roseto

una ninfa. Quasi fantasma che stava

scomparendo.

Sono stata una ragazza di 16 anni

distesa. Ho attraversato il deserto

rapidamente, quasi volando,

una statua di pietra del Buddha

dormiente, un Buddha di cenere

sono stata. Una donna appesa.

Sono stata un uomo duro e forzuto.

Un’eccentrica con un pesce in bocca

e poi il bambino dell’imperatore

del giardino orientale. Un albero

forse. Un topo. Un elefante

una lepre. Sono stata campo

di battaglia e una preghiera. Un papavero.

Un intero pianeta. Forse una stella

un lago. Acqua sono stata,

questo lo so. Sono stata acqua

e vento. Una pioggia su qualcosa

che ero stata tempo addietro.

Un giuramento. Un’attesa.

La corsa della gazzella. E proiettile

sono stata, freccia perfetta scagliata

catacomba. Un credo – un lamento.

Un bastimento fra onde altissime.

Forse anche il mare.

E dunque – di cosa dovrei avere paura

adesso.

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