La capsula del tempo di Davide Orecchio

Filippo Polenchi

Palpitazioni del pensiero: è da questa insolita polla sorgiva che si origina il sisma emotivo dei racconti di Davide Orecchio, che raggiunge vette di altissimo melodramma, attraversando le linee astratte della storia. Già, perché la vertigine scaturita dalla prosa frammentaria di Orecchio non dipende dalla rievocazione di corpi più o meno rivoluzionari, fossero anche quelli del padre o di eroi da immaginario collettivo (Bob Dylan, Trockij), ma è puramente un’ebbrezza mentale, un brivido metafisico, emerge da un «cranio enorme», come quello di Lenin. La tensione da Scuola delle Annales, per così dire, si rinserra in una visione della Storia più cosmologica che evenemenziale.

Fin dal racconto con il quale si apre questo splendido Mio padre la rivoluzione, nel quale Lev Trockij non è stato ucciso da Mercader e vive a Coyoacán «poco sotto Città del Messico», il libro mostra subito elementi di continuità col Calvino sperimentale dei «destini incrociati», delle Cosmicomiche, di Ti con zero e così via. Tuttavia, a mancare qui è quell’euforia – un po’ fredda, a dire il vero – di fronte al mazzo dei possibili narrativi: l’attitudine di Orecchio è semmai più vicina alle ucronie di Philip K. Dick (quello della Svastica sul sole, per intendersi). Così, in questa prospettiva tutta scientifica la Rivoluzione d’Ottobre è l’epicentro rosso dal quale si diffondono le onde di un terremoto che, come le onde gravitazionali recentemente accertate, producono modificazioni nel cronotopo. E da questo centro di propagazione si scrivono kafkianamente lettere a un «padre», come accade con Rosa Luxemburg o nel racconto Il viaggio che chiude la raccolta. Viaggio che chiude, idealmente, anche il cerchio di una narrazione piena di richiami interni: dal Messico «impossibile» del Trockij ipotetico – il quale, appunto, è sopravvissuto all’attentato del 1940 e ora, a settantasette anni, nel 1956, «biancospino figlio del diciassette», legge dell’invasione dell’Ungheria e del rapporto segreto di Chruščëv, quello nel quale si ammettono le purghe staliniane – si ritorna a un Messico dove «il popolo soffia il suo pneuma» nello «sprawl del tempo presente» e dove si dipartono e s’intrecciano, con un moto centrifugo, storie e linee temporali.

Tutte le lettere al padre, tutti le lasse narrative di questo poema in prosa, testimoniano anzitutto una visione della Storia che è Fisica. Giacché, dunque, il grappolo di racconti costruiti intorno alle ipotesi borgesiane («le ceneri di Trockij erano in questa terra, il suo sepolcro teneva sveglio il what if») – si veda anche quello su Bob Dylan, lo «Zimmer Man», che scrive un album mai scritto – sono frutto di una mente che considera la Storia come un nugolo di «quanti», più che di una successione di «immagini-movimento».

La Rivoluzione russa, allora, assume la funzione di grinza nel continuum spaziotemporale, piega che concentra e diffrange onde di probabilità. Si torna ossessivamente sulla rivoluzione e sulle sue emanazioni (esemplare la costruzione a rompicapo del racconto Il viaggio, dove temporalità differenti s’innestano le une sulle altre come un’efflorescenza incontrollata di fughe mentali, come una deriva continuamente scongiurata, una tendenza all’informale che soltanto la forma del racconto scongiura, con il suo stop imposto dalla misura) perché nel 1917 «giganti e titani guidati da Lenin diedero l’assalto al cielo di Crono». È essenziale uccidere il regno di Crono, uccidere il regno del padre, perché «il tempo non riconosce i suoi figli, non è mai padre». Più tardi, però, i «figli bastardi della rivoluzione» ristabiliranno l’ordine: «i titani sono caduti nell’umano da tempo, sono crollati nel violento e meschino, appaiono reincarnazioni di Crono, menzogne, falsificazioni».

In prossimità dell’orizzonte degli eventi ogni racconto è sottoposto alle sollecitazioni di un’enorme pressione ed è impossibile separare realtà da finzione (ma meglio sarebbe dire invenzione). Così tutti i protagonisti dei racconti, da Trockij ad Abraham Plotkin (l’ebreo americano che assiste all’irresistibile ascesa di Hitler nel ’33), da Rosa Luxemburg a Gianni Rodari, da Lenin al corpo magico e transgenico di Stalin-Hitler (un mostro a capo di una legione di «orchi e mezz’orchi, halfling e tiefling, gnomi, non morti, duergar e gibberling, maghi, barbari dalle divise marroni, artefici, guerrieri dalle divise nere, chierici, [...] nello sprawl tra Mosca e Berlino») che pare uscito dal laboratorio del dottor Moreau, dal partigiano Kim, protagonista del capitolo «ideologico» del Sentiero dei nidi di ragno al padre stesso di Orecchio, tutti sono colti dallo sguardo instabile di chi «s’intrufola nel collasso, nel sisma». E dentro la faglia tutto è mosso, i personaggi schiudono un nuovo fiore dei possibili, neo-calviniano potremmo dire; ogni personaggio assume su di sé anche il carico delle proprie possibilità, dell’«inesaudito», del «mito» contrapposto alla «storia». Personaggi come snodi di linee di forza.

Per questo si diceva all’inizio che il pedale del melodramma, che Orecchio sa premere con rara efficacia, dipende da una strana fascinazione vettoriale più che da una ricostruzione delle vicende umane, perché lo scrittore sa bene che più del realismo la letteratura dovrebbe frequentare i territori dell’invenzione (e dunque anche della fantascienza, della speculative fiction, con la quale Orecchio ha più di un punto in comune), perché a essere «rivoluzionaria» è la «verità» più che la realtà. Mio padre la rivoluzione, terzo meraviglioso libro (dopo Città distrutte del 2012 e Stati di grazia del 2014) di questo grande scrittore, è la dimostrazione che in questo spietato 2017, a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcosa di quel germe radicale resiste ancora. Nelle distorsioni del tempo, nello «sprawl del tempo presente».

Davide Orecchio

Mio padre la rivoluzione

minimum fax, 2017, 313 pp., € 18

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