Marie Rebecchi

Performance concepita da Marta Nijhuis e realizzata con Sarah Lefevbre e Le Jacobin, "L'ombre comme proto-image, le corps comme proto-écran" (foto © Ilaria Triolo 2017)

E mantenente pensai di fare di questa gentile donna schermo de la veritade; e tanto ne mostrai in poco tempo, che lo mio secreto fue creduto sapere da le più persone che di me ragionavano”.

La “donna dello schermo”, evocata in questo celebre passo della Vita nuova, ha la funzione di dissimulare, proteggere e confondere il vero amore di Dante per Beatrice. Questa è una delle prime tracce di opacità che chiazzano l’idea di “schermo”. Una radicale ambiguità agita di fatto questa parola: da un lato, rimanda alla funzione di mostrare immagini, suoni, oggetti, desideri attraverso superfici e mezzi di diversa natura; dall’altro, evoca le condizioni d’impedimento affinché tutta una serie di fenomeni possano mostrarsi e propagarsi.

Nel suo recente libro Filosofia-schermi. Dal cinema alla rivoluzione digitale, Mauro Carbone salvaguarda questa ambiguità tra nascondere e mostrare, tra opacità e trasparenza, che si dà nel significato stesso del termine “schermo”. In questa alternanza e combinazione di elementi chiari e scuri, Carbone presenta lo schermo nelle sue molteplici variazioni storiche, morfologiche e culturali: dal modello della “finestra” semi-trasparente al “velo” quadrettato che consente al pittore di rispettare il più precisamente possibile le proporzioni del modello (è Albrecht Dürer, nel Disegnatore della donna sdraiata, a suggerire quest’immagine). Etimologicamente, lo schermo può essere pensato tanto come strumento che permette di vedere attraverso, quanto come congegno per resistere alla bruciante volontà di assoluta trasparenza, al desiderio di voler vedere tutto in assenza di mediazioni.

Carbone, specialista di estetica contemporanea e professore all’Università di Lione, nella sua Filosofia-schermi presenta un percorso di anabasi che va dal mito della caverna di Platone al velo colorato di Iside (descritto da Plutarco nell’Iside e Osiride), passando per la “finestra aperta” di Leon Battista Alberti (cfr. Anne Friedberg, The Virtual Window. From Alberti to Microsoft, 2006), sino a giungere a una variante “libidica” dello schermo: la parete speculare di cui parla Jean-François Lyotard nella sua riflessione attorno all’idea di “acinéma”. La possibilità dello schermo cinematografico è così già presente in tutta una serie di varianti proto-schermiche, a partire dalle pareti con le pitture e le incisioni rupestri di uno tra i più importanti siti preistorici europei: la grotta Chauvet, La grotta dei sogni perduti del documentario di Werner Herzog…

Il titolo del libro di Carbone riecheggia la formula “filosofia-cinema”, coniata da Gilles Deleuze con l’intento di sollecitare un modo di pensare il cinema non come riflessione su un oggetto, ma come un pensare la filosofia stessa secondo il cinema. La “filosofia-schermi” qui proposta vuole essere all’altezza delle novità più recenti della rivoluzione digitale, fuggendo in tal modo il pericolo di diventare “Nottola di Minerva” – involandosi solo al momento del crepuscolo delle trasformazioni del milieu in cui viviamo –, nel tentativo di rimodellare sempre e di nuovo la sua identità e il suo statuto culturale e sociale.

Per procedere in questa direzione, il primo necessario gesto compiuto dall’autore è di ordine teorico e metodologico: resistere a ogni tentazione “essenzialistica” e genealogica per evitare di dover essere chiamati a rispondere alle domande “che cosa è uno schermo, quali sono i suoi antenati?”. Carbone si concentra, al contrario, sull’“esperienza schermica”, individuando ricorrenze, continuità, sincronie, somiglianze di famiglia nel nostro modo di fare esperienza degli schermi e dei dispositivi di diversa generazione. Per meglio afferrare questi elementi di convergenza e divergenza, continuità e rottura, Carbone sferra l’idea di “archi-schermo”, improntata sulla forma musicale dell’intreccio tra “tema e variazioni”. Se mai una genealogia degli schermi è possibile, sarà allora riconoscibile proprio in questo percorso antistoricista che connota l’imprevedibilità delle variazioni che hanno modellato la storia stessa degli schermi.

Vista d'insieme della mostra - (foto © Ilaria Triolo 2017)

Nel corso del Novecento, figure come Lázló Moholy-Nagy e Sergej Ejzenštejn hanno immaginato di estendere le possibilità tecniche ed espressive dello schermo cinematografico fino a teorizzare un “quadrato dinamico” (il Dynamic Square pensato da Ejzenštejn nel 1930) o uno schermo destinato a un Poly-Kino (immaginato negli anni Venti da Moholy-Nagy). Lo schermo cinematografico (insieme agli schermi dei computer, dei tablet e dei cellulari) si presenta oggi come il modello di visione che meglio corrisponde dal punto di vista percettivo, affettivo e cognitivo, al nostro rapporto quotidiano con le immagini. L’interesse crescente attorno alla riflessione sugli schermi ha aperto la possibilità di ripensare lo schermo stesso in rapporto tanto alla materialità della superficie, quanto all’ambiente (urbano, naturale, artistico) in cui gli schermi sono inseriti. Anche l’ultimo libro di Giuliana Bruno, specialista di arti visive ed environmental studies, tradotto in italiano con il titolo Superfici, a proposito di estetica, materialità e media (Johan &Levi 2016), procede esattamente in questa direzione. E la storica dell’arte Kate Mondloch riflette sull’idea di cinema spazializzato, di cinema come “environnement”, dove lo schermo assume il carattere di un’installazione, luogo di una vera e propria performance (Screen: Viewing Media Installation Art, 2010). Opere come Two Sides to Every Story (1974) di Michael Snow (costituita da uno schermo sospeso nel mezzo dello spazio d’esposizione), The Beginning: Living Figures Dying di Clemens von Wedemeyer (installazione su dieci schermi disposti al suolo, presentata nel 2013 nella mostra The Cast al MAXXI di Roma), o meglio ancora Ten Thousand Waves di Isaac Julien (lavoro articolato su nove schermi e presentato alla Fondation Vuitton di Parigi nel 2016), riflettono una tendenza che si è progressivamente sviluppata nel corso degli ultimi quarant’anni: gli schermi sono via via migrati dalle sale cinematografiche agli spazi espositivi, rimodellando e riorganizzando in questo modo anche le condizioni di fruizione dell’opera da parte dello “spettatore-visitatore” (cfr. Riccardo Venturi, L’Ecran sensible au-delà du cinéma, in “Critique d’art”, 2017).

Il lavoro di Mauro Carbone attorno alla “vita degli schermi” ha raccolto negli ultimi anni molte di queste prospettive, dando vita al laboratorio permanente di ricerca Vivre par(mi) les écrans. Insieme al gruppo riunito attorno a questo progetto (i cui principali collaboratori sono Anna Caterina Dalmasso e Jacopo Bodini), Carbone ha pubblicato due volumi, Vivre parmi les écrans e Voir selon les écrans penser selon les écrans, entrambi usciti nel 2016 (il primo per Les Presses du Réel e il secondo per Mimésis France). Con il titolo Des pouvoirs des écrans, le iniziative di Carbone si sono aperte al terreno dell’arte contemporanea: prima un convegno che ha raccolto e prolungato le riflessioni contenute in Filosofia-schermi (tradotto nel 2016 anche in francese per l’editore Vrin), e poi il percorso transdisciplinare organizzato a Lione quest’autunno in collaborazione con la Biennale d’art contemporain 2017. La mostra presso la Galerie Françoise Besson di Lione, curata dallo stesso Carbone, e la conferenza tenuta nell’ambito della Fête de la Science 2017 (accompagnata da un’altra mostra), hanno colto la necessità di ripensare il metodo stesso di mostrare la filosofia-schermi: nello spazio, attraverso gli schermi.

Mauro Carbone

Filosofia-schermi. Dal cinema alla rivoluzione digitale

Cortina, 2017, 162 pp., € 16.50

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Una Risposta a Vivere tra gli schermi

  1. francesco taormina ha detto:

    Mi piace Prof. Approfondirei la questione ontogenetica come metamorfismo perennemente in opera.E’ vero questo, come e’ vero che ogni metamorfismo va considerato nel suo equilibrio delle forme.Cosi’ siamo al bello come buono e giusto all’arte, e siamo a Platone. Ma se ci discostiamo verso Aristotele notiamo l’aspetto piu’ fenomenologico e del momento,di quella circostanza o evento. Probabilmente sono imprescindibili.

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