Francesca Pasini

Take Me (I’m Yours), la profezia di Hans Ulrich Obrist è che diventi una mostra che passa di casa in casa. “Madamina il catalogo è questo”: ognuno porti a/o da casa ciò che vuole. Allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra, dal 2015 è andata a Parigi, Copenaghen, New York, Buenos Aires. A Milano arriva all’Hangar Bicocca fino al 14 gennaio 2018 ed è curata da Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist, Chiara Parisi e Roberta Tenconi.

L’idea nasce nel 1985. Obrist, in gita scolastica a Parigi, abbandona i compagni e va a trovare Christian Boltanski e Annette Messager. Inizia con loro un dialogo sul modo di esporre le opere, che continua tra incontri e caffè parigini fino al 1995. L’obiettivo è un coinvolgimento attivo tra opera e osservatore. In quegli anni il cambio generazionale, da un lato creava una discontinuità rispetto al presente, dall’altro suggeriva un confronto meno obbediente alle date anagrafiche. Molti degli artisti in mostra, emersi proprio in quegli anni, (tra i quali, Cattelan, Pierre Huyghe, Wolfgang Tillmans, Anri Sala, Dominique Gonzalez-Foerster, Carsten Höller, Armin Linke, Francesco Vezzoli), sono oggi delle star esattamente come i maestri storici che stanno accanto a loro: Yona Friedman, Gilbert&George, Gianfranco Baruchello, Bruce Nauman, Yoko Ono, Luigi Ontani, Daniel Spoerri, Annette Messager e lo stesso Boltanski. In totale ci sono 44 artisti da tutto il mondo, tra i più giovani Micol Assael (Italia), Aaaijao (Cina), Rosa Aiello (Canada), Herman Chong (Malaysia), Patrizio Di Massimo (Italia), Ho Rui An (Singapore). Oggi l’orizzonte è diverso, il mondo fa fatica ad affrontare le contraddizioni e l’arte sembra assumere questo brusio di dubbi e incertezze piuttosto che rischiare cambiamenti radicali.

Cosa significa toccare le opere, quando le mostre sono guardate a vista da guardie del corpo e, spesso, è addirittura vietato fotografarle? Come interpretare il sacchetto in cui riporle fornito in mostra a 10 euro (l’ingresso però è gratuito)? E’ uno sberleffo che allude al supermercato o una mina sotto la torre multinazionale dell’arte? Ambedue. La rottura del tabù di toccare e prendere le opere avviene, infatti, nel momento in cui l’arte contemporanea ha quotazioni astronomiche.

Lucio Fontana - che affianca, all’Hangar, Take Me (I’m Yours) con una grande selezione dei suoi Ambienti Spaziali - in uno dei primi manifesti dello Spazialismo, diceva “ogni opera d’arte è destinata, prima o poi, a scomparire. Eterno è il gesto”. L’appropriazione è il gesto su cui ragionare.

Il mondo è globale e difficile. La cultura non è sempre al primo posto, la disparità aumenta, i big data e le cinquecento multinazionali che governano il mondo probabilmente governano anche il mercato dell’arte. Un esempio degli ultimi giorni: un quadro di Leonardo di attribuzione non definitiva è stato venduto a 450 milioni di dollari in un’asta di Christie del contemporaneo. E’ in questa sezione che si possono avere grandi quotazioni, non in quelle dell’antico. E’ anche vero che di Leonardo disponibili non ce ne sono, ma il clamore della cifra è un “big data” di non ritorno. I dubbi di famosi storici dell’arte, peraltro non così fermi, saranno destinati al silenzio.

Le opere che ci portiamo a casa e che possono concorrere a diffondere la mostra sono copie, tirature di stampe, spille, fotografie, manifesti…, ma hanno comunque il valore aggiunto di essere esposte. E quindi, simbolicamente rientrano nei valori effettivi.

Eppure mai come oggi possiamo rivedere, rileggere le opere che influenzano e modificano la conoscenza emotiva. Lo scambio con l’arte determina, infatti, una relazione tra il soggetto che guarda e il soggetto incarnato nell’opera, tra sé e l’altro. Con maggior evidenza nell’arte visiva, l’altro non è una rappresentazione, ma un soggetto messo al mondo da uomini o donne, anche se non per via biologica. La conoscenza intellettuale, razionale, passa sempre attraverso la conoscenza emotiva che si determina nel confronto con l’altro, l’altra.

Perché è necessario appropriarsi fisicamente di un surrogato dell’originale invece di andarlo a vedere nei musei, nelle mostre, nei cataloghi e anche in internet? Perché questo furto autorizzato disorienta, euforizza, lascia un amaro in bocca? Perché allude a una disparità incolmabile tra chi possiede l’arte e chi la guarda.

Dopo la rivoluzione francese, con la nascita dei musei si è cominciato a diffondere l’arte fuori dalle case dei potenti, mentre la progressiva distanza dall’iconografia sacra ha insegnato a spostare il concetto di infinito dal cielo divino all’opera stessa, che non abita più pubblicamente solo nelle chiese.

E’ finita questa progressione di apertura dell’arte? Forse sì. Perché nonostante i grandi compratori soddisfino il loro ego creando fondazioni, prestando o regalando alcune opere ai musei, la maggioranza del loro bottino resta chiuso nelle case e nei depositi fino a riemergere, magari, in un’asta clamorosa.

Il gesto, che Boltanski e Obrist ci suggeriscono, nasconde, dietro la rivoluzione beuysiana “l’arte siamo noi”, la debolezza dell’appropriazione gratuita, emotiva e intellettuale dell’arte. Nello stesso momento è una scossa dei nervi che mette in luce la nevralgia prodotta dal capitalismo finanziario.

Giorgio Galli, in Come si comanda il mondo (G.Galli - M.Caligiuri, Rubettino editore, 2017), analizza il comportamento delle cinquecento multinazionali che decidono il destino del mondo, molto più della politica, lo fanno attraverso rapporti di competizione feroce che ha cuore il profitto e non le necessità del mondo. Secondo lui, per rinnovare la democrazia in crisi, bisognerebbe che all’interno dei loro consigli d’amministrazione ci fosse una quota di rappresentanti eletti dalla società civile.

Se, come spesso succede, l’arte sa prevedere i cambiamenti, questa mostra, più che la gioiosa possibilità di prendere ciò che si vuole e dargli un proprio senso, segnala la necessità di ripensare alla democrazia.

A questo proposito faccio un parallelo azzardato.

Maurizio Cattelan nel 2011, alla mostra All al Guggenheim di New York, annuncia che “non farà più mostre e che proseguirà il suo lavoro su altri versanti” e lo scrive sulla parete all’inizio della rampa. Già allora il sistema dell’arte era sempre più un sistema finanziario. In questi giorni Alessandro Di Battista annuncia che, a fine legislatura, lascerà il lavoro attivo di parlamentare, per proseguire in altro modo il suo lavoro politico nel movimento 5 Stelle. Tutti e due rispondono alle caratteristiche “del creatore” che - come dice Gertrude Stein in Picasso- “è il primo fra i contemporanei a essere consapevole di quello che sta succedendo alla propria generazione”.

Cattelan cerca di interrompere la “debolezza” dell’arte rispetto alla finanza.

Di Battista vuole agire il suo ruolo politico fuori dalla burocrazia parlamentare. Tutti e due sono consapevoli di una crisi. Non so se hanno in mente una soluzione, ma è un gesto che va preso in parola, indipendentemente dai giudizi estetici e politici.

Detto questo, portarsi a casa gratuitamente delle opere è un gesto emozionante. Anch’io ne ho prese alcune, tra le quali, il mio ritratto, fatto eseguire da un illustratore, alter ego di Francesco Vezzoli, dove da sotto gli occhiali mi spunta una lacrima rossa, memoria di tanti suoi ricami. La profezia di Obrist in qualche modo è avvenuta, mi auguro non si chiuda in casa.

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