a cura di Anna Soudakova Roccia

Konstantin Yuon, Pianeta nuovo, 1921

Vladimir Majakovskij (1893-1930)

Tribuno della Rivoluzione per antonomasia. Per Lev Trockij, Majakovskij è “majakomorfo” e popola di sé le piazze, le vie e i campi della rivoluzione”. In Majakovskij non c’e l’apologia: il sogno utopico di un nuovo mondo è il nutrimento del suo cuore e delle sue più profonde corde dell’anima. Per Boris Pasternak egli sognò la rivoluzione, prima che quella accadesse ed è, dunque, il primo poeta della epoca per il suo “spirito rivoluzionario innato |…|, generato non solo dagli eventi storici, ma anche |...|dalla sua costituzione, dal suo pensiero, dalla sua voce”.

Rivoluzione. Cronaca Poetica (un brano)

Abbiamo vinto!

Gloria a noi!

Glo-o-or-r-ria a noi!

Finchè terremo in pugno le armi,

regnerà una volontà nuova.

Portiamo alla terra tavole nuove

Dal nostro grigio Sinai.

Di noi,

Abitatori della Terra,

Ogni Abitatore della Terra è parente.

Tutti

Tra i macchinari,

per gli uffici,

nelle miniere sono fratelli.

Noi tutti

Sulla terra

Siamo soldati di un unico

Esercito che forgia la vita.

Le traiettori dei pianeti,

la vita degli stati

sono sudditi delle nostre volontà.

Nostra è la terra.

L’aria è nostra.

Nostre sono le miniere di diamanti delle stelle.

E noi mai,

Mai!

A nessuno,

a nessuno permetteremo!

Di dilaniare la nostra terra a cannonate,

di straziare la nostra aria con la punta di lance affilate.

Il rancore di chi ha spaccato in due la terra?

Chi ha fatto innalzare il fumo sul bagliore dei massacri?

O forse

Un unico sole

Non basta per tutti?!

O è troppo poco il cielo azzurro su di noi?!

/1917/

Trad. di Cinzia Cadamagnani

Ode alla rivoluzione

A te,
fischiata
e schernita dalle batterie,
a te,
piagata dalla maldicenza delle baionette,
levo con entusiasmo
ad aleggiare sull'insulto
dell'ode il solenne
«oh!».
Oh, ferina!
Oh, infantile!
Oh, pezzente!
Oh, grande!
Come chiamarti ancora?
Come ancora ci apparirai, bifronte?
Armonioso edificio
o ammasso di macerie?


Al macchinista,
impolverato di carbone,
al minatore che perfora strati di minerale,
tu dài,
tu dài il tuo pio incenso,
e glorifichi il lavoro umano.
Ma domani
il beato Vasili
invano innalzerà, implorando mercé,
le capriate della cattedrale,
i grifi ottusi dei tuoi sei pollici
diroccheranno i millenni del Cremlino.
Rantola il Gloria
nell'estrema crociera.
Strozzato è lo strido delle sirene.
Tu mandi i marinai
sull'incrociatore che affonda,
dove,
dimenticato,
miagolava un gattino.
E dopo!


Urlavi, folla ubriaca.
I baffi baldanzosi arricciati alla brava.
A Helsinki sbatti fuori,
a capofitto dal ponte,
canuti ammiragli col calcio dei fucili.
Lecca e rilecca le ferite di ieri,
io vedo sempre le tue vene recise.
È per te il filisteo:
«Oh, sii tre volte maledetta!»,
ma anche il mio saluto
di poeta:
«Oh, quattro volte gloriosa e benedetta!»

Trad. di Serena Vitale

Alexandr Blok (1880-1921)

Alla pubblicazione de “I Dodici” in molti si chiesero come abbia potuto, un grande poeta simbolista e creatore del mito della Bellissima Dama, accogliere con tanta gioia la Rivoluzione e identificarla con la stichija, i purificanti elementi primordiali. Lo scatenamento delle forze della natura, del vento e della tempesta di neve è contrapposto dal poeta all’odioso confort borghese. Attraverso le urla della bufera Blok sente la musica della Rivoluzione in tutta la sua polifonia. Il poema è. infatti, costruito sul cambio dei ritmi musicali: la marcia, la romanza, i ciastushki, gli stornelli popolari si alternano coll’avanzare innarestabile dei Dodici soldati rossi. Gli assasini e saccheggiatori del vecchio mondo sono, per Blok, gli apostoli del Nuovo mondo, della Nuova verità, della Nuova Russia. Terminato il poema, Blok scrisse nel suo diario: “Oggi sono un genio”.

 

Dal poema “I Dodici”

Buia sera.

Neve bianca.

Che vento!

Le gambe piega.

Che bufera –

Sulla terra intera!

 

Di neve e vento

Un girotondo.

Ghiaccio è il fondo.

Bufera maledetta!

Ogni passante

Scivola – ah, poveretta!

 

Tra due case

Una fune si tende.

Sulla fune – un cartello:

Tutto il potere alla Costituente!”

Una vecchia piange – ahimé,

Non capirà mai perché

C’è quel cartello.

Che spreco con quel telo –

Quante pezze per i piedi dei ragazzi,

Spogliati e scalzi…

 

La vecchia, come una gallina,

Ha saltato un mucchio di neve.

Oh, Benedetta Madonnina!

Coi bolscevichi la vita è breve!

 

Punge il vento!

Gelo maledetto!

Un borghese al crocevia

Ha il naso nel colletto. /.../

Passeggia il vento, vola la bufera.

Va dei dodici la schiera.

 

Le nere cinghie dei fucili,

Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…

Berretto sgualcito, tra i denti – un mozzicone,

Sembran fuggiti dalla prigione!

 

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

 

Tra-ta-ta!

 

Che freddo, compagni, che freddo fa! /.../

Tra-ta-ta!

 

Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…

A tracolla i fucili…

 

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

 

Compagno, coraggio, il fucile agguanta!

Spariamo sulla Russia Santa –

 

Vetusta,

Contadina,

Satolla!

 

E la croce via di qua! /.../

Vanno con passo gagliardo…

Esci dalla tua tana! –

Davanti – un rosso stendardo,

Infuria la tramontana…

 

Davanti – un cumulo gelato,

Chi va là? Fuori, carogna!…

E’ solo un cane affamato

Che si gratta la rogna…

 

Passa via, cane immondo,

O il mio ferro proverai!

Ti somiglia il vecchio mondo,

Passa via o perirai!

   

Tra-ta-ta!

Tra-ta-ta…

 

E vanno con passo gagliardo,

Dietro – un cane affamato,

Davanti – con lo stendardo

Di sangue imbrattato,

Dai proietti risparmiato,

Con passo dolce e lieve

Tra mille perle di neve,

Il capo ornato di cisto –

Chi li guida? – Gesù Cristo.

 Trad. di Paolo Statuti.

Sergej Esenin (1895-1925)

Di origine contadina, fu uno dei fondatori, nel 1919, del gruppo immaginista il cui scopo era portare “alla morte il futurismo” con il suo macchinismo agressivo, e ispirarsi “alla figuratività organica” della lingua russa, alla mitologia del suo folclore . Il fulcro di tutto questo era la simbiosi “uomo-natura” pervasa dalle visioni utopiche dell’antica Rus’. Esenin accoglie con entusiasmo la rivoluzione ma, dopo pochi anni, subisce una profonda delusione nel vedere sparire la sua Musa, la Russia patriarcale, perita nella crudele guerra fratricida.  Si suicida impiccandosi in una stanza dell’Hotel Engleterre, seguito cinque anni dopo da Majakovskij che si sparerà al cuore. Forse perché, come asserisce Bruno Carnevali, “E’ decretata la fine della poesia. L’immagine non fa più corpo fra l’occhio e le cose. Esenin e Majakovskij si uccisero /.../ perché erano sopravvissuti alla poesia. La fine dell’avanguardia determinò il declino della poesia”.  Ma anche Alexandr Blok, di fronte a una realtà deludente, governata da un’opprimente classe burocratica, si sentì profondamente sconsolato, si ammallò, rifiutò le cure e nel 1921 si spense in totale solitudine.

Cantata

Dormite, cari fratelli!

Di nuovo la terra natale

Avanza incrollabili armate

Sotto le mura del Cremlino.

Nuovi germi nel mondo,

Bagliore di rossi lampi...

Dormite, cari fratelli!

Nella luce delle tombe imperiture.

Il sole come un sigillo d’oro

Fa la guardia alle porte...

Dormite, cari fratelli,

Come un’armata vi passa davanti

Il popolo verso le albe del mondo.

Trad. di Bruno Carnevali

A chiusura voglio riportare qualche brano della poesia che Majakovskij scrisse alla morte di Sergej Esenin. Per il poeta è la parola che comanda la forza umana e può strappare la gioia e l’allegria ai giorni che verranno. Parola di Vladimir Vladimirovič.

A Sergej Esenin

Ve ne siete andato,

come dicono,

all’altro mondo.

Il vuoto...

Volate,

imprimendovi nelle stelle./.../

Assai meglio

è morire di vodka,

che di noia!

Non ci seveleranno

mai

le cause di questa morte

nè il laccio,

n il temperino./.../

La vita

Bisogna prima rifarla,

e rifatta –

la si può decantare.

Questo tempo –

è difficile per la penna,

ma ditemi

voi,

mostri e storpiati,

dove,

quando,

quale grande ha mai scelto

una strada

più battuta

e più facile?

La parola

comanda

la forza umana.

Avanti!

Che il tempo

Dietro di noi

Scoppi come cento granate.

Dei vecchi giorni

Il vento

Ricordi

Soltanto

Le chiome arruffate.

Per l’allegria

Il nostro pianeta

È male attrezzato.

Bisogna

strappare

la gioia

ai giorni che verranno.

In questa vita

morire

non è arduo.

Vivere

È assai più complicato.

1926

Trad. di Paolo Statuti

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