Matteo Moca

«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente». Queste parole di Giorgio Agamben, contenute in Che cosa è il contemporaneo?, sono particolarmente appropriate per parlare, tra gli altri (pochi a dire il vero), dell'olandese Frank Westerman, che si dedica a una forma di saggio, dove la migliore tradizione del reportage si accosta al discorso filosofico, mantenendo comunque sempre forte il legame con i fatti.

La casa editrice Iperborea, che ha in catalogo i fondamentali Pura razza bianca sui rapporti tra uomo e natura e El Negro e io sul problematico confronto con l'Altro, pubblica adesso un nuovo libro di Westerman, I soldati delle parole, che mette il lettore davanti a uno dei problemi più urgenti della nostra contemporaneità, il terrorismo. A questo scopo, Westerman scava nel buio dei meccanismi di quel mondo, usando però un punto di vista inedito. Lo scrittore infatti, assume un'ottica in aperta opposizione con la violenza di cui si parla, quella data dal potere della parola. Personaggi privilegiati dei reportage sono infatti i “soldati delle parole” del titolo, i negoziatori che entrano in scena nelle situazioni terroristiche dove sono coinvolti ostaggi: è lì che il potere della parola viene messo alla prova, come ultimo mezzo di salvezza nel momento di massima crisi, in una lotta impari tra le armi e la voce.

Il libro nasce da un impegno intenso dell'autore che, con l'intento di esplorare i segreti della mediazione, partecipa a un corso in Olanda dove si formano i negoziatori, frequenta la Biennale della negoziazione a Parigi e prende parte alla simulazione di un sequestro organizzata dalla compagnia KLM nell'aeroporto di Amsterdam Schipol. Le esperienze in prima persona sono poi arricchite dalle conversazioni, sempre molto avvincenti, con i vari profili che gravitano intorno a queste storie: negoziatori, pionieri di questa arte sottile come il dottor Henk Havinga, e addirittura un terrorista della RAF. Il libro inizia con il racconto di alcuni atti terroristici che toccarono l'autore ed ebbero luogo nell'Olanda negli anni Settanta, dal dirottamento di un treno al sequestro del palazzo delle Provincia di Assen ad opera degli ex coloni molucchesi che, esuli in Olanda dopo la dichiarazione d'indipendenza dell'Indonesia, rivendicavano un loro statuto. Il racconto di Westerman non si limita solo alle esperienze olandesi, ma si muove con grande fluidità tra aree geografiche e periodi storici differenti, parlando del sequestro dell'ospedale di Budennovsk ad opera dei ceceni, della distruzione di Ninive o dei recenti omicidi dei soldati affiliati all'ISIS. L'ispirazione nasce dall'aver vissuto alcuni di questi fatti sulla propria pelle (uno dei professori di Westerman, per esempio, era sul treno dirottato come sequestratore), una macchia primordiale che lo spinge a indagare i segreti dell'arte della persuasione e della parola contro le armi: «Come può un parlatore opporsi a un assassino? Le parole possono contrastare i proiettili? Quali parole? Se la lingua e il terrore si sfidano a duello, chi soccombe?» si chiede Westerman nelle prime pagine del libro.

C'è un episodio, tra quelli raccontati, che assume un valore paradigmatico, quando cioè Westerman descrive il momento in cui, durante gli attacchi terroristici alla sede di Charlie Hebdo, un attentatore fredda un poliziotto che, steso per strada, aveva alzato la mano verso di lui come per supplicarlo. Westerman si chiede cosa avrebbe voluto dire il poliziotto, indagare che tipo di dialogo stesse disperatamente tentando. La risposta ovviamente non esiste, ma l'urgenza che viene mostrata certo non scompare, ovvero l'interrogazione sullo statuto contemporaneo della parola in funzione dell'altro. Si tratta di una questione nodale di ogni tempo, una questione trasversale che ha occupato l'antropologia (con gli studi di Girard), la psicoanalisi e la filosofia («non v'è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un uditore» scrive Lacan) oltre che la letteratura, che non ha mai ricevuto una risposta, ma che probabilmente trova il suo statuto proprio nell'interrogazione perpetua. Durante una delle lezioni sulla mediazione, Westerman annota: «Parlare non è una panacea, ma può essere una moneta di scambio per salvare vite umane. […] Non parlare significa isolare i nemici e allontanarli ancora di più. […] Non possiamo fare a meno della parola».

Dopo i fatti di Parigi, però, ogni convinzione tende a vacillare. E tuttavia Westerman non manca di analizzare con estrema lucidità anche il metodo opposto, quello russo, dove la lotta al terrore non prevede la parola. Quando, nel sequestro del teatro Dubrovka «la Russia aveva gassato centoventotto suoi cittadini», la distinzione tra chi praticava la violenza (gli attentatori) e chi invece avrebbe il dovere di difendere legalmente i cittadini (lo Stato) era giunta al punto di scomparire, sovrapponendosi i due ruoli.

Quale sia dunque il ruolo della parola davanti alla violenza non è certo un dubbio che può essere sciolto da questo libro. Ma lo studio e l'analisi della sua funzione nelle situazioni più estreme in cui può trovarsi l'uomo, quelle dove il confine tra la vita e la morte si fa sottile, getta senza dubbio luce sulla sua necessità, quella di un'unione che si realizza nel dialogo. In un racconto Tommaso Landolfi narra di come un uomo che si esprime in una lingua sconosciuta a tutti scivoli nella pazzia: al di là della ovvia finzione letteraria, si tratta di un racconto quantomai realistico, che si interroga circa lo statuto più profondo dell'uomo, quello che respira con e grazie alla parola. Il libro di Westerman, prezioso e quantomai raro, con la sua visione nuova e inedita, si esprime attraverso un metodo quasi micro-storico che mira, attraverso il particolare, a ricostruire il generale. «Sono cresciuto con l’idea che progresso significhi: risolvere conflitti con le parole» scrive Westerman, ed è difficile non parteggiare con lui, seppur questo implichi una lotta e uno sforzo ben deciso.

Frank Westerman

I soldati delle parole

traduzione di Franco Paris

pp. 352, euro 18,50

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