Federica Andreoni

Quando in due spazi espositivi che sono parte della produzione di uno dei più autorevoli architetti viventi al mondo, nello stesso anno si sussegue una serie di rilevanti installazioni artistiche, discutere delle relazioni tra arte e architettura va oltre la semplice attualità. L’architetto in questione è Paulo Mendes da Rocha e gli spazi sono il Museo Brasileiro de Escultura e Ecologia (MuBE) e la Galeria Leme, entrambi a São Paulo.

Aperta nel 2004, la Galeria Leme ha una storia peculiare, se non curiosa. Nel 2010 una compagnia multinazionale acquista l’intera area su cui la galleria si trovava e, grazie a un processo di negoziazione, la Leme viene distrutta e ricostruita qualche centinaia di metri più avanti, in un lotto libero. Al volume riedificato, identico all’originale, se ne aggiunge un secondo, gemello, approfittando dell’occasione per espandere la galleria. Una passerella sospesa lega i due blocchi, generando tra essi una corte aperta, in una configurazione spaziale di relazione urbana complessa e generosa. La vicenda della Galeria Leme è emblematica, come in un esperimento in vitro, del processo evolutivo di tutta la città di São Paulo, e di molte altre metropoli contemporanee, basate su un incessante ciclo di costruzione, demolizione, ricostruzione.

La nuova riconfigurazione della galleria è l’occasione colta da Bruno de Almeida per inaugurare nel 2015 SITU, un progetto curatoriale che invita artisti latinoamericani ad appropriarsi con installazioni temporanee e site-specific del nuovo spazio esterno della galleria, in relazione tanto con la sua architettura, che con lo spazio pubblico su cui si affacciano. Il fuoco del progetto, racconta Bruno de Almeida, “ricade su artisti le cui ricerche si sviluppano intorno a problematiche architettoniche e dello spazio urbano, così come altri temi tangenziali. Inoltre, incide in artisti latinoamericani considerando la loro familiarità con la complessità della sfera pubblica e dei processi urbani e sociali specifici dell’America Latina”.

L’ultima installazione della serie, SITU #7, è Errata di Ana Dias Batista, inaugurata lo scorso 7 novembre, che interviene oltre che nel patio anche nelle facciate della galleria, la superficie che letteralmente separa lo spazio privato da quello pubblico. L’artista sovrappone ai graffiti che si sono accumulati nel tempo, per lo più considerati illegali, il disegno di un muro di pietra, tanto volgare quanto tipico delle facciate delle costruzioni più generiche della città. Inoltre, dipinge con la stessa trama numerosi ostacoli di cemento, come quelli usati per bloccare l’accesso alle automobili, che dispone poi però in maniera del tutto illogica e arbitraria, oltre che ridondante, nel patio. Gli elementi più comuni (la pittura, gli ostacoli) delle attuali strategie socio-spaziali di igienizzazione e limitazione di uso della città divengono per Ana Dias ingredienti di un’opera dalla grammatica contraddittoria, che mette in discussione la relazione tra ciò che si considera legale o illegale.

Una discussione non distante, sulla distonia tra la produzione ufficiale della città e l’istituzionalizzazione della precarietà, è alla base dell’intervento del 2016, SITU #3, ordem informal di Ricardo Alcaide. Una struttura in compensato di legno nero, sagoma un volume stereometrico che occupa integralmente lo spazio del patio e impedisce in parte l’accesso all’interno della galleria. Una seconda struttura marca invece l’entrata provvisorio dell’edificio, quello che era l’accesso principale della galleria originale. L’installazione allude alle strutture temporanee, informali e illegali, che occupano gli interstizi della città appropriandosi in maniera illecita degli spazi pubblici o privati, ed evadendo il pragmatismo della legislazione eppure continuando a essere sornionamente tollerate.

A soli quattro chilometri di distanza, sorge il MuBE, uno tra i lavori di maggiore forza poetica di Paulo Mendes da Rocha. Il grande portico, costituito da una trave lunga e bassa (per sessanta metri di luce, due di altezza e dodici di profondità) marca un orizzonte netto, icastico nella sua linea retta che fluttua appena poco sopra la movimentata geografia artificiale del terreno; più che un museo che si impianta in un lotto urbano, il MuBE è un lotto che si fa, tutto, spazio espositivoi.

Già nella proposta architettonica riconosciamo la memoria di alcuni riferimenti al mondo dell’arte, che affascinano da sempre l’architetto; uno fra tutti è l’incanto della levitazione di una pietra di René Magritte (La flêche de Zenon, 1964), citato da Mendes da Rocha nel 1986 commentando la relazione tra la sua architettura e la scultura: “L’idea di Architettura come scultura non è giusta: una costruzione che ‘sembri’ una scultura. Ma l’impeto dello scultore, la sua logica, una certa sovrapposizione nell’urgenza di chiarezza e essenzialità nella forma come linguaggio, a volte si impone, in maniera inesorabile tra Architettura e scultura”.ii

Sopra e sotto la trave, perno compositivo del progetto del Mube, si trovano due delle opere dell’esposizione Pedra no Céu: Arte e Arquitetura de Paulo Mendes da Rocha a cura di Guilherme Wisnik e Alves Cauê. Seguendo una intrigante inversione di senso comune, sotto la trave c’è No Ar – letteralmente Nell’Aria – di Laura Vinci, e sopra la trave c’è Terra, di Carmela Gross.

No Ar è un’opera evocativa, che ha del magico. Una nuvola di vapore invera il paesaggio di Magritte, riferimento del progetto del MuBE: la trave si fa, nella realtà, una pietra nel cielo e allude come racconta il curatore Wisnik, ai primordi dell’umanità, un riparo elementare che annuncia il museo sotterraneo. iii

Nel frattempo, Terra è un’opera sintetica e densa. ‘Terra’ – richiamando la celebre frase dell’astronauta Yuri Gagarin “la terra è azzurra” – è la parola recitata dall’enorme scritta al neon blu installata, come distesa, sull’estradosso della trave. Sostanzialmente invisibile ai visitatori, l’opera può essere apprezzata solamente attraverso un ipotetico sguardo dall’alto; dal giardino del museo è dato di percepire, tuttavia, una intensa luce blu che irradia da sopra la trave.

Poco distante, nel giardino stesso, c’è un labirinto, dal nome appunto di Labirinto di Cruzetas, installazione di Daniel Murgel. Ventitré pareti con pianta a forma di croce, di altezza variabile fino a un massimo di tre metri, formano un congiunto esagonale. Le pareti sono di laterizio, il materiale ordinario usato nelle costruzioni della periferia fuori controllo di São Paulo così come di molte altre città del mondo, e sono rivestite parzialmente di cemento, ma solo con una unica prima mano in maniera da lasciare nuda la loro aspra e dura materialità. Attraverso la sensazione di oppressione tipica di qualsiasi labirinto e la reminiscenza della soluzione costruttiva, l’opera richiama in maniera polemica l’urgenza delle questioni che la città prodotta dalla speculazione e dalle pratiche informali ci obbliga ad affrontare.

Queste esperienze, tanto quelle architettoniche che quelle artistiche, seppure nella loro estrema eterogeneità di autorialità, genere, dimensione e epoca, appaiono convergere, alla fine dei conti, verso un tentativo. Il tentativo di guardare a una scala maggiore del singolo intervento, di puntare l’attenzione verso i fenomeni con cui la città cresce e cambia, ai modi di uso dello spazio urbano; in sostanza alla maniera con cui abitiamo i nostri territori.

Senza ovviamente suggerire alcuna soluzione, queste esperienze sollevano questioni. Che, in mancanza di risposte, dobbiamo perlomeno continuare a porci.

INFORMAZIONI

MuBE Museu Brasileiro da Escultura (MuBE). Rua Alemanha, 221. São Paulo.

https://www.mube.space

Installazione Labirinto de Cruzetas, Daniel Murgel. Fino a marzo 2018.

Installazione Terra, Carmela Gross. Fino a dicembre 2017.

Installazione No Ar, Laura Vinci. Evento passato.

Opere parte dell’esposizione Pedra No Céu: Arte e Arquitetura, a cura di Guilherme Wisnik e Alves Cauê.

Galeria LEME. Av. Valdemar Ferreira, 130. São Paulo.

http://galerialeme.com

SITU #7, Errata, Ana Dias Batista, a cura di Bruno de Almeida. 7 Novembre 2017 - 20 gennaio 2018

SITU #3, ordem informal, Ricardo Alcaide a cura di Bruno de Almeida. Evento passato.

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i Per approfondire l’opera di Paulo Mendes da Rocha, si segnala in particolare la monografia in italiano di Daniele Pisani, Paulo Mendes da Rocha Tutte le opere, Electa 2013.

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ii Mendes da Rocha, P. Revista AU n.8 Ott/Nov 1986. São Paulo: Pini, pp. 32-33.

iii

iii Kiyomura L., “Paulo Mendes da Rocha projeta uma pedra no céu”, Journal da USP, 13/04/2017.

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