Maria Cristina Reggio

Jan Fabre, Belgian Rules ©Wonge-Bergmann

Come a Bruxelles abbiano inventato la coltivazione verticale dei cavolini più piccoli del mondo non è dato sapere, ma per tutte le altre curiosità sul suo paese natio, Jan Fabre ha una risposta nel suo ultimo spettacolo Belgian Rules (visto a settembre al teatro Argentina per il RomaEuropa Festival, dopo l'esordio napoletano dello scorso giugno), che tuttavia già nel titolo implica una domanda: ma quali saranno mai le regole del Belgio?

Gli abitanti di questo strano paese diviso in tre etnie si sa, sono da sempre oggetto di scherno da parte dei vicini di casa olandesi e francesi, che li deridono come protagonisti di barzellette imperniate su una presunta quanto ottusa ostinazione nell'obbedire alle norme, più o meno come avviene con la figura del goffo carabiniere nostrano. Già Baudelaire, nel suo La capitale delle scimmie li aveva riempiti di pesanti insulti satirici, indicandoli come l'emblema del contrasto tra le due facce dell'universo moderno borghese a quel tempo in ascesa: mediocre nel suo conformismo obbediente alle regole della burocrazia, ma allo stesso tempo dominato da uno spirito criminale e abbietto, degradato, osceno. "Il Belgio è ciò che sarebbe divenuta la Francia se fosse restata sotto la mano della Borghesia" scriveva il poeta, anticipando un'Europa che circa un secolo dopo è diventata una comunità unita in nome del dio denaro e delle regole da esso stabilite e le cui più importanti istituzioni, ironia della sorte, hanno sede proprio a Bruxelles.

Sulla falsariga della sarcastica guida turistica di Baudelaire, Fabre conduce la platea in una gita teatrale che, attraversando i secoli, disegna con toni poetici ma anche molto divertiti, brevi ritratti con toni surreali delle icone riconoscibili ed emblematiche del Belgio, come Magritte, i coniugi Arnolfini e Simenon, Bosch, Rops e Delvaux fino al campione ciclista Merx e al cantante Jacques Brel e così via, fantasmi immaginari che attraversano il nudo palco bagnato di birra diventando protagonisti di tableaux vivants che interrompono le coreografie con cui i performer abbigliati con splendidi costumi dai mille colori fanno il verso a parate e americanissime sfilate nazionaliste. Sono personaggi tutti belgi, ma anche e soprattutto testimoni della cultura e della storia europea, studiati a scuola oppure visti nei media, così come i performer che li evocano sono di tante nazionalità e parlano ciascuno la propria lingua. Accanto ad essi e con gesto compiaciuto di trapelante umorismo, Fabre mostra anche il lato più brutto e molesto di giovani ruttanti beoni di birra, urinanti per strada, ma anche omologati amanti del quieto vivere nelle loro fermettes (borghesi casette di campagna ndr), infaticabili osservanti delle regole religiose e morali, burocrati portatori di inutili divise con relative bandiere nazionali di una nazione che non c'è, conformisti cattolici di ieri e miscredenti di oggi, rappresentanti, insomma, della contraddizione vivente tra le regole e sociali e ciò che la morale considera fuori misura, fuori dalla norma appunto. Le stesse tribù di giovani che popolano oggi non solo le piazze di Bruxelles, ma quelle di tutto il mondo occidentale. Non è difficile rendersi conto che il soggetto dello spettacolo di Fabre non è tanto il suo paese tout court, ma proprio quel luogo bistrattato diventa metonimicamente il cuore di un'Europa antinomica, governata da regole, colori e bandiere nazionali che dichiarano apertamente il loro contraddittorio anacronismo.

Jan Fabre, Belgian Rules ©Wonge-Bergmann

Il teatro è luogo sovversivo per antonomasia per i belgi, poiché proprio nel Théâtre de la Monnaie di Bruxelles aveva avuto inizio la rivoluzione che li portò all' indipendenza dall'Olanda, la sera del 25 agosto 1830, durante la rappresentazione dell'opera La muette de Portici. Ma si tratta di un'indipendenza che non ha mai portato alla vera unità culturale il paese, frammentato in tre distinte comunità linguistiche e geografiche, la fiamminga, la francofona vallona e la tedesca. Una tripartizione anche cromatica presente in tutto lo spettacolo e già nei colori delle bandiere con cui esordisce significativamente, mostrandole sventolate da cadaveri sepolti sotto tre tumuli simbolici di patatine fritte, di carbone e di mattoni, le cui forme ricordano quelle dei terril, cumuli ricavati dai rifiuti minerari che si trovano nella regione belga di Charleroi, tristemente famosa per centinaia di emigranti italiani che vi morirono di stenti nel dopoguerra. Questa potrebbe essere un'altra storia, la triste memoria dei lavoratori italiani in Belgio, ma lo spettacolo non ci si sofferma, costretto dal moltiplicarsi delle nazionalità dei migranti e di conseguenza degli abitanti in tutta quell'Europa di cui il Bruxelles è una specie di capitale, per cui si rende necessario un gesto di apertura verso l'altro, il diverso, colui o colei che non conosce le regole e le non-regole che governano il paese che li accoglie. È un'alterità che prende diverse forme nella visione poetica del geniale teatro di Fabre, memore delle fantasie antropomorfe del maestro Bosch, prime fra tutte quella degli uccelli meno amati dagli umani, i piccioni, sporchi e fastidiosi esseri che coabitano con gli umani nelle loro città e che popolano il palco per tutta la durata dello spettacolo, sia sotto forma di suono pigolante che attraversa lo spettacolo, sia con alcune figure femminili grigio azzurro vestite come mute che paiono donne musulmane, o suore, provviste di testa beccuta e che in una scena emblematica pregano e pranzano insieme con un scheletro in affettuosa grigia e muta armonia, placida famiglia riunita intorno a un tavolo. Anche gli scheletri, tra la citazione di quelli dipinti da Ensor e l'autocitazione dello stesso Fabre scultore, popolano di continuo la scena, portati come personaggi in spalla dai performer oppure smembrati fino a diventare improbabili attrezzi macabri e divertenti nelle mani dei danzatori: la morte accompagna in questo modo le coreografie degli splendidi performer che Fabre stesso ha denominati i "guerrieri della bellezza", coraggiosi atleti che sfidano i limiti del loro giovane corpo per mostrarne una bellezza espressionista , sporca di liquidi e materie organiche, sgargiante di colori nei costumi esagerati.

Le quattro ore di questo nuovo spettacolo sembrano una passeggiata per gli spettatori, in confronto alle due maratone-spettacolo degli anni precedenti al REF, ma la strategia adottata dal regista belga è ancora la stessa, intenzionata a sollecitare coloro che si sono seduti in platea, a vivere una spettatorialità affettiva, corporea, attiva, di fronte all'estenuazione fisica dei performer sul palco. Questa volta Fabre utilizza potenti plumbei getti di ghiaccio secco che, dall'alto del palcoscenico si rovesciano con prepotenza sulle poltrone delle prime file, fiumi di birra odorosa, incensi profumati di chiesa accanto a frequenti eruttazioni ed emissioni di diversi liquidi corporei sul palco. Stessa storia, insomma, ma stavolta è in gioco qualcosa di molto sottile e complicato, perché il regista, dichiaratamente, sceglie di dedicare questo suo nuovo e appassionato e fantasmagorico spettacolo non agli eroi mitici e conclamati del teatro, ma a qualcosa che gli appartiene intimamente, il paese natio, mostrandone i contrasti forti, come il genio e la brutalità, la bellezza e l'orrore, il grigio e i colori brillanti, le regole e la rivolta.

Jan Fabre, Belgian Rules ©Wonge-Bergmann

E proprio il carnevale, la festa sovversiva per eccellenza, declinato attraverso una nuova citazione del belga Ensor espressionista sempre sottintesa è il filo conduttore dell'intera drammaturgia, in un crescendo visivo e sonoro in cui le immagini sono strumenti utili ad agganciare per pochi istanti l'attenzione ed il pensiero dello spettatore, per poi capovolgerli, nella scena immediatamente successiva, verso un pensiero o una regola diametralmente opposti. Le tradizioni del carnevale, festa celebrata in un paese come il Belgio che è per lo più un'enclave cattolica in terra protestante, rappresentano evidentemente per il regista un concentrato della dichiarazione di guerra da parte del grottesco e del comico contro le regole autoimposte in una società conformista: come nel caso del carnevale di Binche, con i tradizionali costumi con gli esagerati pennacchi bianchi dei Gilles, o la festa quaresimale del Laetare di Stavelot con le maschere dei Blancs Moussis, vestiti di bianco e col fallico rosso naso appuntito, perfetta crasi tra il sacerdotale e il diabolico. Un carnevale che ormai è quasi sparito da tante strade e piazze e soprattutto da quelle italiane, insieme con il culto al quale era legato, soppiantato in tutta Europa dai consumistici e mortiferi mascheramenti di Halloween importati da oltreoceano. Un carnevale che Fellini, a cui il regista belga dichiara di essersi ispirato per scrivere come l'italiano il suo inno d'amore alla sua terra natale, aveva reinventato nel suo cinema sacro, immaginario e onirico. Ma Fellini non era nato nella Roma che pure aveva ritratto con amore appassionato e visionario e curiosamente Fabre ha scelto proprio l'Italia, il paese che con le regole ha un rapporto di infastidita insofferenza, come luogo in cui inaugurare questa sua nuova produzione che a giugno ha esordito a Napoli. Per il momento gli spettatori italiani che soffrono pochi sensi di colpa per regole alle quali raramente ubbidiscono perché nemmeno le conoscono, lo hanno applaudito con il solito caloroso entusiasmo. Resta da vedere cosa accadrà nella sua patria dove debutterà a breve, così ubiqua con regole comunitarie dettate, ovviamente da Bruxelles.

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