Paolo Carradori

Filippo Vignato Quartet

Harvesting Minds” (CamJazz)

Harvesting Minds” documenta come Vignato proceda a passi da gigante verso una maturazione stilistica sia sul fronte strumentale che compositivo e progettuale. Dopo il trio dal taglio elettrico di “Plastic Breath” (Auand) sceglie il quartetto acustico che probabilmente gli offre più spazi creativi. La sonorità del trombone è ampia, potente, precisa nello scolpire le note, ma anche agile nei tempi più nervosi. In questo lavoro la ricerca è soprattutto indirizzata verso gli equilibri dei suoni, dei vuoti. Vignato cerca nella melodia non tanto certezze quanto spunti da esplorare senza effetti speciali in una visione poetica molto contemporanea (senza dimenticare colorazioni blues). E chi meglio del pianoforte di Guidi poteva garantirgli un contributo di grande spessore sia nel disegno di fondali brillanti e pulsanti, che nei soli dove la melodia si frantuma in inquieti astrattismi. Al loro fianco il contrabbasso di Magatelli si muove su dense sonorità mentre la batteria di Gyárfás nella sottrazione distribuisce ritmi all’interno di architetture originali, garantendo un vitale quadro d’insieme.

Filippo Vignato trombone – Giovanni Guidi piano – Mattia Magatelli bass – Attila Gyárfás drums

FRANCO DONATONI

ABYSS” (Stradivarius)

Abyss” rappresenta una ulteriore occasione per riflettere su una delle figure più ambigue, affascinanti e problematiche del secondo Novecento musicale italiano. Donatoni, assimilate in età giovanile le tappe dell’esperienza postweberniana, approda a fasi compositive contradittorie, dal cosiddetto periodo negativo o gestuale degli anni Sessanta agli slanci positivisti di ricerca sonora degli Ottanta e Novanta. Questo cd li sottolinea entrambi. Angius, che dirige questi impervi materiali con la riconosciuta classe, definisce “Souvenir (Kammersymphonie op.18)” (1967) e “Orts (Souvenir n.2)” (1969) lavori gemelli. In realtà si sviluppano su uno stesso asse estetico, ambientazioni stratificate tra luci e ombre, sonorità allucinate su tempi veloci, estrema gestualità strumentale. “Abyss” (1983) con i suoi colori cupi nella ragnatela di suoni tra strumenti e voce, e “Puppenspiel III” (1994) dove gli strumenti come personaggi di un immaginifico teatrino di marionette si muovono schizofrenici nella drammaturgia sonora, confermano il fascino di Donatoni compositore, ma anche che le sue problematiche rimangono tutte prepotentemente aperte.

Katarzyna Otczyk mezzosoprano – Mario Caroli flutes – Orchestra di Padova e del Veneto – Marco Angius conductor

TIM BERNE’S SNAKEOIL

INCIDENTALS” (Ecm)

Al termine dell’ascolto di “Incidentals”, confusi ed estraniati da tanta bellezza, verifichiamo la difficoltà, con Berne, nel trovare un adeguato metro di valutazione tanto alta è la sua intera produzione. Con gli Snakeoil il sassofonista di Syracuse ha probabilmente trovato l’ambiente creativo che meglio si confà ai suoi attuali orizzonti compositivi. Orizzonti di un panorama sempre più stratificato, complesso, introverso, misterioso e contorto. Una scrittura che attiva un magma pulsante dove gli strumenti si intrecciano, si scontrano, disegnano una straordinaria densità graffiata a rotazione da interventi aspri, radicali che possiedono vari retrogusti, dal rock al free, dall’elettronica all’ambientazione contemporanea. L’alto del leader è la voce struggente, poetica e fredda di un astrattismo polifonico dove comunque si salvaguarda il senso del collettivo quando la formazione si ritrova all’unisono per rileggere una frase riconoscibile, quella che ha acceso il cammino. Le radici dei maestri giovanili di Berne stanno sempre in sottofondo, la libera narrazione di Hemphil, il lirismo espressionista di Braxton. E che dire dei suoi compagni di viaggio, musicisti unici nel costruire uno dei percorsi più profondi e visionari del jazz contemporaneo.

Tim Berne alto saxophone – Oscar Noriega clarinet, bass clarinet – Ryan Ferreira electric guitar – Mat Mitchell piano, electronics – Ches Smith drums, vibes, percussion, timpani

ROBERTO OTTAVIANO QuarkTet

SIDERALIS” (Dodicilune)

17 luglio 1967. L’improvvisa morte di John Coltrane, l’ultimo maestro, il musicista che voleva trasformare tutte le musiche del mondo in un grido d’amore, lasciò la comunità jazzistica senza una guida. Come si può riflettere oggi, dopo cinquanta anni, su questo grande pensatore musicale? Roberto Ottaviano con “Sideralis” omaggia Coltrane componendo dieci tracce che del sassofonista americano esplorano gli ambienti sonori e creativi, gli aspetti mistici, l’equilibrio armonico tra tonale e modale, le trasgressioni free, l’urlo e la poesia. Una strada difficile ma affrontata attraverso una scrittura apertissima ma contemporaneamente rigorosa nei suoi intenti di approfondimento del magma coltraniano. Sul piano prettamente strumentale Ottaviano ci regala ancora un suono, soprattutto al soprano, di grande personalità. La scelta della formazione, un quartetto di stelle internazionali, ha un suo peso decisivo. Hawkins, Formanek e Hemingway garantiscono una straordinaria aderenza al progetto con quel tasso di imprevedibilità creativa che lo arricchisce di lampi di luce siderale.

Roberto Ottaviano soprano, sopranino, alto e baritone saxophones – Alexander Hawkins piano – Michael Formanek bass- Gerry Hemingway drums – mouth harp

MARILENA PARADISI – KIRK LIGHTSEY

SOME PLACE CALLED WHERE” (Losen Records)

Usare…un ritorno alle origini…ci pare proprio una scorciatoia per questo ultimo lavoro della Paradisi. In realtà la cantante verso le origini aveva già tentato di andare con “The Cave” (Silta Records 2013), voce e percussioni per una ricerca sui suoni nelle grotte del Paleolitico. Non ci aiuta nemmeno a capire il percorso di un’artista che si è smarcata quasi subito dall’etichetta di cantante jazz per esplorare vari contesti di ricerca e sperimentazione: dall’incontro con Michiko Hirayana che la introduce al mondo di Scelsi alle esperienze indiane con i Raga e il canto Industani fino all’ improvvisazione più radicale. Quindi questa registrazione, con brani di Mingus, Bernstein, Waldron, Shorter…va letta come riflessione, pausa depurativa. La classicità, la sfumatura, il dettaglio, l’intimità, l’attimo emotivo, come ripasso di una pratica estetica dalla quale è meglio non allontanarsi troppo. La memoria. Per questa strada si sceglie il compagno perfetto, il pianismo di Lightsey lirico, onirico, impressionista, dalle sfumature al limite del manierismo è quello che le serviva. Passaggio per nuove avventure?

Marilena Paradisi vocal – Kirk Lightsey piano, flute on track 8

FAUSTO RAZZI

PER PIANO” (ReR Megacorp)

L’ascolto di queste composizioni di Fausto Razzi, che vanno dal ’68 al 2008, lascia storditi. Se è vero che il pianoforte del Novecento, nel necessario percorso di allontanamento dalle retoriche romantiche, è lo strumento che subisce gli interventi più radicali e non solo nel linguaggio (già negli anni ’20 Cowell usa clusters, ne percuote corde e struttura) l’estremizzazione poetica di Razzi disegna una drammaturgia inquietante che lascia il segno. Grumi sonori scuri, violenti, vagano isolati, tra vuoti, risonanze e silenzi. La fonte creativa non è la tastiera, usata quasi sempre stoppata, ma il cuore dello strumento, le corde colpite, strusciate, pizzicate, accarezzate. Il dualismo tastiera/cordiera accumula una tensione sublime che Matteo Ramon Arevalos gestisce con capacità espressiva, regalandoci una lettura che con questi materiali va necessariamente ricostruita, reinventata. Le ampie libertà a disposizione non disperse ma coerentemente distribuite rendono i suoni estremi e misteriosi elementi di per sé autonomi, ma anche possibili protagonisti di un complesso e visionario scenario.

Matteo Ramon Arevalos piano

PERICOPES+1

LEGACY” (Auand)

Una musica molto programmata e pianificata parrebbe proprio fare a cazzotti con l’idea (usurata?) di un jazz libero, tutta energia e improvvisazione. I tre Pericopes dimostrano, come altre realtà contemporanee soprattutto statunitensi, che libertà e improvvisazione si possono gestire all’interno dei canoni estetici, quasi cameristici, di una musica ampiamente scritta senza negare nessuna tradizione o avanguardia. “Legacy” è un bel lavoro, poetico, sofisticato, asciutto, che non cede a nessuna tentazione di spettacolo sonoro. Dentro un rigore condiviso, quasi cool, la formazione affronta ambienti diversi sia dal punto di vista dell’impasto di colori che ritmico usando uno stesso metro linguistico, un dialogo serrato e intenso distribuito in una tensione vitale dalla prima all’ultima traccia. Il tenore di Vernizzi ci guida con un suono freddo e introverso nei meandri di un jazz urbano e notturno. Le tastiere di Sgobbio, oltre ai corposi unisoni, distribuiscono in una fitta ragnatela pulsante un sottofondo ricco di sfumature. Wight alterna tocchi leggeri e vibrazioni, ad una muscolare stesura di un tappeto ritmico scoppiettante, sempre coerente.

Emiliano Vernizzi tenor saxophone – Alessandro Sgobbio piano, Fender Rhodes – Nick Wight drums

DIMITRI GRECHI ESPINOZA

RECREATIO” (Ponderosa Music Records)

L’ascolto della performance per sax solo di Espinoza, secondo capitolo del progetto “Oreb” – il primo “Angel’s Blows” del 2015 fu registrato nel Battistero di Pisa, questo nel Cisternino Pian di Rota vicino Livorno – attiva varie riflessioni: sul piano sonoro, emozionale e spirituale. Dialogare con i reverberi e gli armonici generati dalle strutture architettoniche può risultare un giochino originale ma fine a sé stesso se non lo riempi con struttura e pensiero. Espinoza va oltre, ci vuol guidare alla scoperta del nostro reverbero interiore, avvicinarci al Sacro. Questa urgenza culturale di limpida ispirazione coltraniana si sviluppa in dieci tracce che in una polifonia naturale, costruita da brevi nuclei ritmico/melodici ripetuti e variati, ci avvolgono, ci estraniano se ti lasci andare. “Recreatio” presuppone una profonda capacità d’ascolto, una concentrazione che in una realtà sociale come la nostra dove tutto viene consumato velocemente risulta una vera prova di resistenza. Un viaggio nei misteri del suono, del silenzio, dell’ignoto, sacro o profano che sia poco importa, che vale la pena intraprendere proprio perché non sai dove ti porterà.

Dimitri Grechi Espinoza saxophone

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