Filippo Polenchi

Il lavoro salariato fa schifo, anche quando è «terziario avanzato»: riduce gli uomini una «melassa di male». Eppure questo non basta, bisogna raccontare: anzitutto dalla spelonca della propria esperienza autobiografica. E poi andare all’indietro, ricostruire una genealogia dell’«umano consumabile». Per questo Ipotesi di una sconfitta, l’ultimo romanzo di Giorgio Falco, deve cominciare con un mini-romanzo: la storia del padre. Solo così si può raccontare del teatro d’ombre del lavoro, dove anno dopo anno «l’autentico è ridotto a fantasma prima della sua cacciata».

Falco senior, il cui nome di battesimo è taciuto, è un immigrato siciliano che, ventenne, approda a Milano e s’impiega all’azienda dei trasporti: l’ATM, l’«Azienda». Rimarrà fedele alla sua etica del lavoro per tutta la vita: si sentirà libero perfino portando una cipolla da casa per sbrinare il parabrezza dell’autobus lungo più di 20 metri, che guida per le tratte extra-urbane nella zona a sud-ovest di Milano. Isolato dal resto del mondo, dandogli le spalle, il padre conduce voci disincarnate: la colonna sonora dei suoi giorni è una human world music che risuona dietro di lui, sono i dialoghi senza corpi dei passeggeri.

Il mondo man mano più enigmatico e indecifrabile (leitmotif paterno: «sta diventando una cosa impossibile») è l’eredità che spetta al figlio, insieme alla solitudine. E così, dagli anni Ottanta a oggi, si testimoniano il progressivo smaterializzarsi della produzione, la volatilità del denaro, della merce, dei rapporti. Dalla fabbrica di spille alla vendita door-to-door, da colloqui falliti all’approdo nella multinazionale delle telecomunicazioni, dove Giorgio Falco diviene avatar di se stesso, «GFALCO» e poi, in una spirale di declassamento, «ZZGFA1».

L’etica del lavoro che sostiene il padre (autista di giorno e insegnante di scuola guida di pomeriggio) si rovescia quando tocca al figlio vivere il mondo adulto. Si confrontino a questo proposito il mirabile episodio del soccorso notturno, quando il padre-autista avanza nella notte e nella nebbia alla ricerca di aiuti, e la storia della morte improvvisa in albergo e che tocca direttamente Giorgio: un manager che agonizza da solo, in camera d’albergo. Laddove nel primo caso ci si assume la responsabilità del soccorso, nel secondo il managment della paura tiene a distanza il dolore e ogni aiuto.

Ma Falco parla di altro mentre racconta del lavoro: di sguardo, di scrittura, di scrittura con lo sguardo, di fotografia, di margini visivi. È una narrazione sul filo dell’invisibile; qualcuno la chiama perturbante, ma proprio perché posta sul crinale di un’incombenza che minaccia di continuo la propria scomparsa, come nelle foto di Google Street View, che fondono nella stessa porzione di spazio immagini scattate in momenti diversi, dando l’illusione di «coesistenza»: «sulla soglia di ciò che è stato da così poco e ciò che tra così poco sarà». È il «funerale del presente», dove l’«io» è escluso. Lo sguardo, del resto, è sempre sul ciglio dell’assenza: quando si sente «presente ma avulso dall’evento» (nelle fotografie familiari) o come quando, con la compagna «Sa», scatta foto nei weekend: «Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata».

Anche il capitalismo è una questione di seduzione, di occhi che predano e occhi che cercano. Sguardi radicali: oltre il cinemascope che separava il padre-autista dall’hinterland milanese il figlio dichiara: «il mondo del lavoro è una finzione assoluta». L’Occidente è una zona di Spettacolo Integrato: il nemico è già dentro di noi, normalizzato dalle risate registrate delle sit-com. Il lavoro, la nausea, la fatica di sopravvivere al sonnambulismo come diceva Simone Weil (ma almeno lei era «così onesta da sapere di avere un’alternativa») sono questioni di Spettacolo: un immenso videogame dove si vince o si perde.

Nell’Occidente narcisista, patologico, mai del tutto de-fascistizzato o de-nazificato, che il venditore door-to-door attraversa come un «inviato del dolore» negli inferni privati di persone già deglutite dal tubo catodico, si compie un tirocinio della sconfitta. «Credeva che potessi fare tutto nella vita, e infatti non ce la farò [...] il mio tutto è non farcela mai». Ma è un apprendistato obbligatorio: fallire è sinonimo di sabotare: «Volevo cercare [...] qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre».

Quando l’ormai inviso ai superiori «ZZGFA1» si rinchiude in «Sgabuzzis», una epoché architettonica di cinque metri quadrati, ecco che diventa un uomo invisibile. È questa la sua liberazione suprema: la conquista dell’invisibilità. Dentro «Sgabuzzis» vedrà gli altri umani opacizzati, ma avrà chiarezza sul da farsi: avrà vinto la sua sconfitta, ottenendola. O forse no.

Giorgio Falco si conferma come uno dei più interessanti, forse il più interessante, fra i narratori italiani di questo tempo: Ipotesi di una sconfitta è un romanzo fenomenale, il migliore del 2017, con pagine che sembrano provenire da un Don DeLillo italiano: quiete, raffreddate, eppure colme di quella che Elio Pagliarani chiama «pietà oggettiva»; non ci si toglie di dosso il puzzo dell’ufficio, l’avvilente prostrazione cosmica di sacrificare il proprio destino e adattare il proprio corpo alle stanchezze della subalternità, scelta più o meno inconsapevolmente per il lusso di sentirsi insensibili e al sicuro.

Giorgio Falco

Ipotesi di una sconfitta

Einaudi «Stile Libero», 2017, 392 pp., € 19,50

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