Serena Carbone

Il due novembre si è svolta a San Cesario di Lecce l'ottava edizione de La festa dei vivi (che riflettono sulla morte) di Lu Cafausu. Lu Cafausu è il nome scelto da Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti e Luigi Presicce per il loro progetto artistico. Lu Cafausu è un sostantivo (preceduto da un articolo) che in dialetto salentino significa “coffee house”, perché indica la parte di una villa che veniva probabilmente usata per i momenti di svago, come prendere il caffè. E di questa villa, a San Cesario di Lecce, non è rimasto che questo inutile pezzo, una struttura circolare con il tetto a pagoda. Lu Cafausu è un residuo di tempo, qualcosa che esiste ma senza una funzione, ed è talmente privo di senso da divenire simbolico; basta infatti la sola pronuncia a dar vita ad una serie di storie, come quella del “falso Luca” dove sembra Efrem abiti o di Catherine e il suo amante Uccio, abitanti segreti di questo gazebo che poi fu ancora dimora per un giovane orfano e il suo cavallo bianco, e pollaio, vespasiano, luogo di pratiche sessuali, bisca clandestina, luogo che vive attraverso le storie che di lui si raccontano.

Lu Cafausu è un progetto in cui si ritrovano diversi elementi propri alla storia personale dei cinque artisti, ma anche aspetti che rendono quest'esperienza unica e presente al suo tempo. Fantin, Norese, Negro e Pietroiusti sono stati infatti membri attivi di Oreste, il primo progetto di arte relazionale in Italia che negli anni Novanta ha visto gli artisti congiungersi ed uscire dai luoghi deputati, pubblici come privati, musei come gallerie, per diventare soggetti produttori di una rete di senso che ragionava non tanto sull'opera quanto su quell'operare che precede e attraversa l'opera (come non ricordare lo storico incontro al Link di Bologna nel 1997 dal titolo “Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa”). Presicce, dal canto suo, unitosi al gruppo successivamente, è un artista dal carattere performativo e da un registro stilistico fortemente simbolico. In Lu Cafausu, le cinque personalità si fondono e diventano un tutt'uno dove la componente relazionale si racconta, la solitaria anarchia esce allo scoperto, la comunità festante partecipa.

La loro ricerca agisce su campi teorico-discorsivi che si ritengono influenzati e connessi ai comportamenti e alle pratiche istituzionali, al fine di creare lo spostamento, la deviazione, la dispersione. Ricade così tra gli interessi il linguaggio, ma anche il sensibile inteso come organismo naturale inserito in un contesto in continuo divenire ed in cui, immergersi e scavare, per cercare il passato sepolto, l'arcaico, e portare alla luce quegli «strati di cose», quelle immagini che riferiscono ciò che giustifica lo scavo. E di questa esperienza, di questa discesa, poi raccontare; e come in un buon «resoconto archeologico» - seguendo le parole di Walter Benjamin nel breve ma prezioso testo Scavare e Ricordare - non limitarsi mai ad indicare solamente gli strati da cui provengono i reperti, ma anche e soprattutto quelli che è stato necessario attraversare per rivelarli.

Energia, impulso e pulsione, contingenti al momento dell'azione, divengono parte di un discorso che cattura l'avvenimento e la sua intensità e lo riferisce ai suoi interlocutori. Il lavoro, orfano dell'opera finita, si struttura così attraverso delle modalità espressive narranti l'esistente nel suo farsi mezzo (video, scultura, pittura, film e parola). E nell'atto che sospende il tempo e trasla ciò che è visibile e ciò che per sua natura non lo è - come i moti dell'animo -, avviene l'incontro: un mare di oggettività arriva a toccare le sponde di un immaginario simbolico, portando con sé detriti e residui di una realtà spesso contraddittoria, che produce anomalie di senso continue nei paesaggi, nella bellezza. E quella traccia di reale inutile, inutile come solo sa essere la parola in un verso o la macchina da cucire su un tavolo operatorio, riesce a divenire fonte di altro, di suggestioni che immergono il frammento in una storia, la sua storia. Non c'è un capovolgimento di senso in questo riposizionamento, quanto piuttosto un'esautorazione e un successivo riempimento che lega reale e fittizio, simbolico e diabolico, perché se l'uno unisce l'altro frattura, secondo un moto che è ineluttabilmente perpetuo e che obbliga al cambiamento e alla trasformazione. Come la nascita della Fondazione Lac o Le Mon nel 2015, ad opera degli stessi artisti, che ha dato una casa a delle azioni nomadi, costringendo il progetto iniziale di Lu Cafausu alla dipendenza da qualcosa di concreto e istituzionale. E ancora una volta ciò che sembra divergere converge in un'idea che poi lotta per divenire realtà. La casa a San Cesario difatti non è di proprietà dei singoli artisti, ma è il bene della fondazione che rispecchia l'interpretazione di “istituzionale” per Lu Cafausu. D'estate, da due anni a questa parte, accoglie laboratori incentrati sul linguaggio, sullo scavo, sul dionisiaco, sull'agricoltura biodinamica, sull'astrologia. E per quanto dimora necessariamente statica risponde anch'essa ad un preciso progetto: la casa è stata ri-usata e ora funziona un po' come un'isola, ristrutturata secondo i principi dell'architettura sostenibile, è autonoma (grazie all'uso dei pannelli solari e dell'acqua del pozzo per esempio), ma raggiungibile e abitabile, quando in particolare accoglie gli ospiti interessati a sperimentare un fare arte differente - ma non per questo opposto - alle logiche e ai tempi frenetici dell'era elettronica.

Ed è proprio un'isola quella che è stata evocata nell'ultima edizione de La Festa dei vivi (che riflettono sulla morte), attraverso l'uso degli elementi naturali e simbolici che la costruzione e il suo giardino già contengono. Ci sono infatti dei grandi alberi morti, ripiantati in terra, che emanano una loro energia e costringono gli umani ad approcciarsi ad essi secondo un preciso rituale, una processione laica intramezzata da silenzio, letture e sonorità, per ricreare un contatto, una relazione uomo-mondo, alla base di ogni narrazione. Antropologia ed estetica si incontrano così come in ogni festa, e imbandiscono un apparato scenografico (naturale) per celebrare un rito che unisce e trasfigura il quotidiano.

Il tempo dei vivi è finito in un orizzonte di durata, ma infinito in una dimensione cosmica e spaziale, così è giunta l'ora di chiudere lo scavo, risalire, e aspettare, dimenticare, e poi lasciare che il ricordo arrivi come un residuo di quel che è stato, per imbandire ora un'altra storia.

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