Fabrizio Patriarca

Ha fatto bene Emanuele Trevi, qualche giorno fa, a ricordarci sul «Corriere della Sera» che la storia di romanziere di Philip Roth è un percorso accidentato, una catena di «esordi» lunga sessant’anni – in cui spiccano due evidenti estremità: la stupefacente compressione creativa degli anni Novanta e la scelta del silenzio intrapresa nel 2010. Ciononostante l’irredimibile fanatico rothiano, questo imperturbabile idolatra, vorrà insistere col sottoscritto a considerare quella di Roth una carriera ininterrotta – anche in virtù degli «strappi» segnalati da Trevi. Ed è anzi in nome delle legittime pretese, fra nostalgiche e depresse, del Roth-addicted che da tempo mi consolo con un’idea diciamo distributiva della sua opera: c’è così tanto, mi ripeto, nello spazio del decennio 1990-2000, da compensare con larghezza il deserto degli ultimi sette anni. Sicché da qualche tempo mi ripeto pure che il fanatismo non è che «la prima nota del collezionismo», e acquisto ogni prima edizione italiana che mi capita sottomano o sottomouse, mi impadronisco di allestimenti pregiati come la finlandese di Looking at Kafka, col venerabile autografo sul frontespizio interno, e altre scelleratezze (nel senso della sostenibilità economica) destinate a placare brevemente l’inestinguibile senso di astinenza in cui Roth ci ha lasciati, annunciando che coi romanzi aveva chiuso (per dire: dal giorno di quell’annuncio, ogni nuovo libro di Paul Auster ha il gusto sciropposo del metadone).

Viste le premesse, va da sé che nella concezione distorta del fanatico (e del collezionista, sua fase suprema) il Meridiano di Philip Roth fosse un oggetto da attendere con bramosia, tra rivolgimenti spirituali ansiogeno-schopenhaueristici: il libro come volontà e consacrazione. E tuttavia, era come se quel tomo già esistesse, diciamo pure ab aeterno: galleggiava necessario fra le Idee Necessarie, aspettando solo di incontrare lo sguardo alacre del Demiurgo Mondadoriano. Con meno enfasi: quando è arrivato in libreria il primo volume (il piano editoriale ne prevede tre) la sera stessa ho festeggiato con un bel Talisker e un Montecristo.

Come è fatto questo Meridiano. La selezione dei romanzi prende gli anni dal 1959 al 1986, si apre con Goodbye, Columbus e si chiude con La controvita. All’indefessa canaglia rothiana – che sognava il Meridiano Totale, un unico immenso volume scritto da Roth ma pensato da Borges – balza subito agli occhi l’assenza di due titoli degli anni Sessanta: Lasciar andare (che è il primo vero romanzo di Roth) e Quando lei era buona (l’unico con protagonista una donna, Lucy Nelson). Incorniciati fra La mia vita di uomo e La controvita ci sono i quattro romanzi che formano il cosiddetto «Zuckerman Bound». Tra gli assenti, Lasciar andare è un libro dalla trama complessa, lunghissimo eppure spesso trattenuto, ma soprattutto cupo, grondante oppressione: più che a uno strappo fa pensare a una «falsa partenza», c’è dentro qualcosa del Roth che verrà, ma si comprende la scelta a espungere della curatrice, Elèna Mortara: «evidenzia un interesse per la sperimentazione narrativa […] ma si tratta ancora di una sperimentazione meccanica, priva di quella raffinatissima tecnica compositiva che sostanzia gli esiti successivi» (cito dall’introduzione, il densissimo saggio: Philip Roth, o del vivere in conflitto). Insomma, è il libro che testimonierebbe al meglio quella difficoltà iniziale di Roth a trovare se stesso che col tempo diventa quasi un modus operandi – un autore che non ha mai avuto paura di sbagliare, di perseguire il sentiero interrotto o il vicolo cieco, come fossero miniere di consapevolezza. Senza questo libro, e senza gli altri esclusi, il Meridiano ’59-86 assume un aspetto inevitabilmente più «liscio» e modellato di quanto in effetti non sia la produzione rothiana di quegli anni.

Quando lei era buona andrebbe invece considerato, nonostante l’esclusione, uno dei romanzi più importanti di Roth: è qui, prima di Portnoy, che comincia ad agire la psicanalisi. Si tratta di un punto di svolta, nella biografia e nella scrittura. Il cultore del Lamento di Portnoy trova senz’altro rivelatrice la circostanza per cui, prima di «scrivere» la lunga seduta di analisi del suo spassoso antieroe, Roth abbia dovuto uccidere simbolicamente, nel romanzo precedente, la donna che in analisi ce lo aveva fatto finire, Maggie Williams. C’è poi una terza estromissione dal Meridiano, che ha un po’ fatto a pugni con la mia concezione di Roth, e che ricade, ancora una volta, nella teoria degli strappi di Trevi: il romanzo del ’73. Ogni importante scrittore americano della generazione di Roth, più o meno, si è concesso un libro funambolico, bizzarro o inconcludente, volutamente fallimentare o splendidamente verboso, inutilmente complesso, un libro in cui il talento serve l’ambizione e non viceversa. Per Updike quel libro è Il centauro (esperimento riuscito), per Mailer Il castello nella foresta (riuscito con riserve), per De Lillo La stella di Ratner (riuscito per niente). Quel libro Philip Roth lo ha dedicato al baseball, e alla distruzione satirica di una mitologia letteraria (Melville, Hemingway…), si intitola Il grande romanzo americano e inizia così: «Chiamatemi Smitty». Non lo so. Se Our gang (1971, Cosa Bianca Nostra, nell’edizione Bompiani dell’anno successivo; La nostra gang nella nuova traduzione di Norman Gobetti uscita da Einaudi nel 2014) è un libro decisamente trascurabile rispetto al Roth maggiore, The great american novel mi è sempre apparso come un’entusiasmante diversione.

Mi accorgo che sto affrontando questo primo volume dei Meridiani di Philip Roth al negativo, soffermandomi leziosamente su ciò che è fuori, invece di concentrarmi con rigore su ciò che è dentro. È come guardare una lastra, una radiografia. Roth solarizzato. Il privilegio – alquanto scarno – del fanatico (dovrei invece dire degli apparati: l’Introduzione che scruta da vicino le fisionomie dei singoli libri e si legge come una scandita distillazione di senso; una Cronologia molto ben bilanciata fra note biografiche e vicende editoriali; le più di ottanta pagine di Notizie sui testi, che indugiano utilmente sulla ricezione dei romanzi da parte della critica). Il Meridiano, con le sue scelte, ci porta dritti nel cuore della narrativa di Roth, trascegliendo fra le categorie da lui stesso istituite per suddividere tematicamente la propria opera. Abbiamo dunque Goodbye, Columbus, Lamento di Portnoy e La mia vita di uomo a rappresentare la sezione «Other Books»; l’intero «Zuckerman Bound» (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga) più La controvita, che fa parte degli «Zuckerman Books», ma non appartiene propriamente al «Bound». Tutto sommato, il meglio del meglio (però non c’è Professore di desiderio, stilettata: la nota dell’editore avverte che l’unico romanzo del ciclo di Kepesh sarà L’animale morente, nel terzo volume).

Vorrei affidare un’impressione, nient’altro, un ultimo spunto alle parole di Alexsandar Hemon, quando racconta di uno sceneggiatore (guarda caso ebreo, Joshua Levin) alle prese con gli inceppi del mestiere: «E poi c’era il continuo fiasco della sua scrittura. Una volta Joshua aveva letto Lamento di Portnoy e pensato che lui pure avrebbe potuto scrivere romanzi – non gli era parsa tutta questa difficoltà, bastava essere implacabilmente onesti» (L’arte della guerra zombi, Einaudi). Qui Hemon mette su un teatrino di specchi, di una sottigliezza intellettuale in cui rivedo il Philip Roth dei romanzi «presuntamente autobiografici». Però, che dire? Sull’onestà di Roth, specie nella categoria dei «Roth Books», si può discutere. Sull’implacabilità invece… quello è il suo sigillo: la capacità di (o la disciplina necessaria per) seguire una frase «fino alle estreme conseguenze», la magia nel rendere il carattere chiaro del pensiero complesso – tutto questo si ritrova nella selezione del Meridiano.

Il formidabile scrittore «da fondale» che è Philip Roth. Penso ancora al suo intreccio simbiotico con la psicanalisi. Da un punto di vista narrativo, l’inconscio non è altro che un’architettura di meccanismi dal potenziale stratosferico. In questo senso, dopo l’esordio eclatante di Goodbye, Columbus, la messinscena psicanalitica del Lamento di Portnoy allude alla preparazione sotterranea di quanto seguirà (la battuta finale del dottor Spielvogel: «Forse noi adeso potvemmo di incominciave. No?»): di fatto, dopo Portnoy, la narrativa di Roth si mette a ruotare attorno all’esplorazione di una «retorica del romanzo», una retorica che non consiste soltanto nell’organizzazione di processi linguistici come lo stile, ma si fa organizzazione delle coscienze (Zuckerman). Roth è fra tutti il romanziere che più ama esporre al suo lettore la scena drammatica dello scrivere: inseguendo i processi (e i paradossi) che permettono alla fiction di formulare una realtà che «funziona», anche e soprattutto nei suoi disastri. Nei romanzi selezionati per il Meridiano il lettore avvertirà un grado di immersione altissimo: la nota «pagina lunga», che è il marchio distintivo della prosa rothiana, svolge una funzione essenzialmente acquatica – effervescenza della superficie, pressione del fondale. A uno scrittore meno concentrato, meno esperto e meno determinato il fondale darebbe la classica ebbrezza. Ma la questione aperta dalla narrativa di Roth non è tanto come raggiungere il fondale senza dissipare le energie o senza piombare in una specie di narcosi da azoto. Come sanno bene i sub e gli scrittori da fondale, il problema è la risalita. Quanti romanzi, pure profondissimi, muoiono per embolia?

Philip Roth

Romanzi (1959-1986)

a cura di Elèna Mortara con la collaborazione di Paolo Simonetti, traduzioni di Vincenzo Mantovani, Roberto C. Sonaglia e Norman Gobetti

Mondadori «i Meridiani», 2017, CXXV-1882 pp., € 80

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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