Raffaella D’Elia

Affrontare Roberto Bazlen significa esplorare la sua capacità tentacolare di presa sul mondo. Misterioso e carismatico, Roberto – Bobi – Bazlen è stato il perno del mondo letterario e artistico del Novecento, il centro propulsore e l’orizzonte lontano e irraggiungibile. Intrecciati al suo percorso si trovano la Trieste dell’impero asburgico, la psicoanalisi e la sua nascita, e poi Svevo, Kafka, la fondazione di Adelphi all’inizio degli anni Sessanta... Cristina Battocletti, giornalista e scrittrice originaria di Udine, è riuscita a restituirne la figura geniale e complessa. Le sue quasi quattrocento pagine, corredate di fotografie, disegni psicoanalitici e riproduzioni di lettere, tengono insieme il mondo in cui Bazlen è vissuto, e che ha contribuito a creare; e in quattordici capitoli raccontano la vita, gli amori giovanili, il contributo immenso che quest’uomo ha saputo incarnare.

Per parlare di Bazlen non si può tacere di Trieste, il rapporto difficilissimo che ebbe con la città. Vi era nato nel 1902, vi visse sino ai 32 anni trascorrendovi una giovinezza segnata dalla madre oppressiva e soffocante (Montale parlò dell’amore di Lina per il figlio come “terrificante”), dalla convivenza con le zie (il padre mancò un anno dopo la sua nascita) che non osavano disturbare quel ragazzo sempre intento alla lettura. Battocletti ricostruisce quel clima in modo puntuale: “Quando nacque Bobi, a Trieste si viveva un’atmosfera da incubo: ogni giorno si sentiva qualche pietra dell’impero asburgico rotolare a terra […] le trincee erano a un soffio, e chi si trovava nei bei caffè triestini non poteva non provare disagio sapendo che a pochi metri si moriva di baionetta. La disgregazione politica era lo sfondo di quella umana, che faceva di Trieste una fucina di geni precoci, morti ventenni per mano propria o sul fronte”. Nel contesto in cui Scipio Slataper parlava in termini di “un latente dolore fisico”, in cui si avvertiva l’approssimarsi della tragedia, l’atmosfera era simile a quella che agita gli animali, sensibili a qualsiasi segno di terremoto o tempesta. Il fervore intellettuale emergeva dai libri proibiti che a Trieste arrivavano: Rilke, Freud, Ibsen e Strindberg tra gli altri. E questa fucina di scrittori, pittori e psicoanalisti rappresentò un milieu unico. L’epidemia di suicidi (Georg Trakl, la sorella e musa amante di lui, Carlo Michelstaedter che si sparò a 23 anni nel 1910) costringe a guardare a quel luogo come alla fine e all’inizio di tutto, morte e rinascita. La rinascita fu accompagnata dalle idiosincrasie di Zeno Cosini: il cui autore, Ettore Schmitz, Bazlen conobbe al caffè Garibaldi. Per subito adoperarsi a “far scoppiare il caso Svevo”: fu Bazlen a segnalarlo a Montale (l’articolo di questi, sulla rivista “L’esame”, uscì nel ’25). Il resto è storia, letteratura, vita.

Si arriva quindi al grande tema della psicoanalisi. Già nel 1929 in una lettera a Gerti, un amore giovanile, scriveva Bazlen: “Fatti psicoanalizzare…. e vorrei farmi psicoanalizzare, sul serio, come inizio delle grandi pulizie. Forse inizierò il mese prossimo”. Pur avendo la psicoanalisi un ruolo centrale nella sua vita non ne parlava in pubblico, e bruciò tutte le lettere riguardanti la terapia. Battocletti riesce ad accertare che fu Edoardo Weiss l’analista di Bobi: non vi è traccia nelle carte di Freud del nome Bazlen, e del resto un pendolarismo con l’Austria non sarebbe stato conciliabile con l’oppressione famigliare. Proprio l’interesse per la psicoanalisi fu tra i motivi che condurranno alla fine della collaborazione di Bazlen con Einaudi, alle cui riunioni del mercoledì Bazlen partecipava grazie alla mediazione dell’amico Luciano Foà. Ma la psicoanalisi fu per Bazlen anzitutto un’esternazione del suo modo di vivere. Il suo studio romano in via Margutta era una sorta di avamposto in cui trovavano rifugio i pazienti di Ernst Bernhard. Dopo la prigionia di questi nel campo fascista di Ferramonti, il ruolo di Bazlen fu determinante. Nello studio di Bernhard ai avvicenderanno quindi, fra gli altri, Cristina Campo, Gianfranco Draghi, Bianca Garufi, Angela Zucconi (che vi porterà Natalia Ginzburg), Giacomo Debenedetti, Adriano Olivetti, Amelia Rosselli, Federico Fellini e Giorgio Manganelli. E poi Silvana Radogna, la paziente preferita di Bernhard che Manganelli chiamava la “longa manus” del dottore. Ebrea da parte di madre e con un padre gerarca fascista, arrivò a Roma in condizioni tragiche, trovando in quel gruppo un rifugio.

Della psicoanalisi Bazlen fu uno dei divulgatori più accaniti ma non fu il primo a farla pubblicare in Italia (anche in campo editoriale tenne nascostamente le redini di Astrolabio lasciando la ribalta a Bernhard). La sua attitudine ad accompagnare il talento degli individui che incontrava emerge anche dalla ricostruzione delle amicizie fondamentali: Pier Antonio Quarantotti Gambini, che grazie a Bobi divenne uno degli autori più richiesti dalle case editrici del dopoguerra, Stelio Mattioni (l’unica bandella firmata Bazlen risale al 1962, per Il sosia, Einaudi), Lionello Stock e Giani Stuparich, quindi Luciano Foà. E poi Saba. Battocletti ricorda l’incontro in libreria, in via San Nicolò, quando un diciassettenne Bazlen entra e comincia a parlare di futurismo con le commesse attirando l’attenzione del poeta, che gli tiene una lezione sulla poesia. Il legame con Saba, proveniente da una famiglia anaffettiva e fiaccato dalla depressione, fu tormentato dall’affair tra Bobi e sua figlia Linuccia: Saba, preda di una gelosia patologica nei confronti della figlia, andò sempre più allontanandosi, mentre Bazlen comparirà nel romanzo del futuro marito di Linuccia, Carlo Levi, L’Orologio: Bobi è Martino, concentrato sull’Oriente e i suoi simboli (“i ghirigori delle evasioni, delle ricerche, delle religioni, delle eresie”).

A quell’altezza, infatti, l’interesse per la filosofia orientale era già una realtà. Con Foà Bazlen dà vita alla NEI, Nuove Edizioni Ivrea, cui prese parte anche Olivetti. Esperienza fondamentale questa della casa editrice, nata a Milano e chiusa per antifascismo: Bobi collaborava da Roma con schede editoriali, recensioni, proposte di incontri con gli autori. Un incunabolo remoto di quella che dopo la guerra sarà Adelphi. Nome omen: in greco Adelphi significa fratelli, sodali. E tali furono Bobi e Foà, quindi Roberto Calasso (introdotto da Bobi e, come suggerisce Battocletti, “suo delfino”), quindi Piero Bertolucci e Nino Cappelletti introdotti da Giorgio Colli. Insieme poi a Claudio Rugafiori, Alberto Zevi e Sergio Solmi. Con la creazione di Adelphi, gli amori letterari di Bobi trovarono una sigla definitiva: i primi e i più importanti titoli della casa editrice erano libri necessari, fino a quel momento mai pubblicati e neppure sfiorati da attenzioni editoriali. Libri sull’Oriente, l’alchimia, il sogno, i filosofi trascurati, le vite esemplari anche di religiosi.

Quello che cercava sempre Bazlen, in un libro, era la sua “primavoltità”. E nel segno di questa sua azione “fuoriscena” si compivano e si palesavano destini, nei suoi occhi scorrevano lampi di eternità e lungimiranza. Battocletti usa un’immagine che rende l’idea del suo modo di entrare in relazione con gli artisti: “reggeva il sellino della bici per dare propulsione”. Montale, nel ricordo che tracciò sul “Corriere della Sera”, di lui scrisse che “era semplicemente un uomo a cui piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia, esercitando il suo influsso su quanti potevano comprenderlo, ma rifiutando sempre di apparire alla ribalta”. Un aspetto che verrà ben raccontato, nel 1983, nel romanzo di Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon, mentre Diritto al silenzio di Manuela La Ferla (Sellerio 1994) è stato il primo vero studio sulla figura di Bazlen: un uomo che in vita non ha pubblicato praticamente nulla di compiuto, e che resta sulla carta l’autore di aforismi, scritti, note geografiche e di viaggio, oltre che naturalmente di un romanzo che deve moltissimo all’influenza di Carlo Michelstaedter: Il capitano di lungo corso e Note senza testo furono pubblicati postumi da Adelphi e raccolti poi nell’84 in un unico volume, Scritti. Vi compaiono le “Lettere a Montale” e le “Lettere editoriali”, spedite tra il ’51 e il ’62 a Foà e a Daniele Ponchiroli, quali consulenti di Einaudi, e da ’62 al ’64 alla neonata Adelphi. Le lettere a Ljuba Blumenthal, compagna amatissima, sono oltre mille.

Roberto Bazlen scelse dunque di non essere uno scrittore, di non comparire. Deliberatamente preferì aiutare gli altri a uscire ed entrare in sé stessi, trovarsi, coltivare la propria unicità e irriducibilità. La sua opera vive al crocevia dell’arte del Novecento, inscritta nella fitta rete di relazioni con uomini irripetibili, nascosta nelle tracce di chi vorrà, nel segno del suo nome, ripercorrere a ritroso, con senso del futuro, le sue orme, le sue passioni incendiarie.

Cristina Battocletti

Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste

La Nave di Teseo, 2017, 392 pp., € 19,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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