Lorenzo Esposito

Della giustamente famosa lettura con cui Calvino illuminava Una questione privata di Beppe Fenoglio si ricorda facilmente lo slancio fraterno (peraltro storicamente e generazionalmente più che giustificato: “…il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava”; “il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è”…) e meno facilmente l’analisi acutissima in profondità che letteralmente liberava il romanzo, proprio lo restituiva all’impeto che continuamente ne sollecita pagine e parole (libertà di ricordare, libertà di interpretare, libertà di vivere..): “Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché” (sia detto per inciso poi che l’acutezza di Calvino sta anche e soprattutto nel saltare a pie’ pari le pur necessarie archeologie e ristrutturazioni dei diversi strati e stati di incompiutezza dello scrivere fenogliano, avendo forse intuito che le giornate di fuoco dello scrittore d’Alba erano invece tutte comprese e davvero aggrappate all’infinito bellissimo del non finito).

Ma resta il fatto che un’analisi siffatta dovrebbe di per sé e a dir poco interessare qualsiasi cineasta o appassionato che si interroghi sull’immagine o su quel che ne resta (“..e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”: ricordiamo almeno Godard quando sostiene, parlando non solo del fare film, ma guarda caso facendo l’elogio dell’amore, “per pensare una cosa se ne pensa un’altra”). E dunque poiché certe cose date per certe finiscono per rispondere solo a se stesse, bisognerà pure ammettere la sorpresa di vedere che a interessarsene siano infine due registi come Paolo e Vittorio Taviani. Non perché la questione (privata) non sia alla portata, ma per quella loro dedizione all’artificio, al gusto della ridondanza anche nei passaggi più selvaggi o paesaggisticamente deliranti (con l’eccezione sempre e comunque del rosselliniano Padre padrone), nonché all’ossessione retorica per il recitato (dove tuttavia di nuovo le sorprese non mancano e per giunta costituiscono un filo rosso che lega inizio e fine di una filmografia, dalla scoperta di Gian Maria Volonté in Un uomo da bruciare nel 1962 alla definitiva esplosione di Luca Marinelli nei panni del partigiano Milton oggi).

Tutti elementi che sembrano marcare una distanza dalla voce così appartata e insieme così pronta all’impazzimento di uno scrittore come Fenoglio (il fatto per esempio che trarne un film sia stato fin da subito – pur nelle differenze da lui stesso più volte ricordate – un desiderio di Giulio Questi, partigiano scrittore cineasta atipico e devoto al ghigno, allo scatto bruciante fra parola e immagine, al contrario non stupisce affatto).

E infatti, diciamolo subito, Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani non è un film assurdo né misterioso nel senso indicato da Calvino, anzi sceglie coscientemente di declinare la veemenza del romanzo su una linea tutta sapientemente orizzontale, laddove in Fenoglio si tratta di trattenere il fiato mentre si è sottoposti (anche nella lettura) al sussulto continuo di autentiche verticali spezzate, salite discese sconvolgimenti accecamenti nella nebbia addirittura maniacali, e la febbre sempre negli occhi (anche qui tuttavia, meglio non dare nulla per certo, anche perché i Taviani qualche inatteso salto mortale, come vedremo, lo tentano). Eppure. Eppure qualcosa di notevole c’è e va registrato. Prima di tutto la presenza produttiva di Ermanno Olmi. Se ci si sofferma un momento a pensare al lavoro che Olmi ha portato a termine solo tre anni fa con Torneranno i prati nei termini di un’ascesa visionaria dell’occhio fino a concepire la guerra stessa come fuoriuscita da sé della natura (umana animale vegetale tutt’uno), ebbene il film dei Taviani, prolungando questo discorso dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, si configura come parte evidente di un progetto unico. O forse sono stati i Taviani stessi a vedere nel film di Olmi la possibilità di tornare con forza a percorrere certi sentieri interrotti del loro cinema con la medesima carica testamentaria e perciostesso capace di intervenire sul contemporaneo (e in parte un film sbilenco e fragile ma curiosamente libero e a suo modo sperimentale come Cesare deve morire potrebbe a sua volta esserne considerato l’annuncio).

La cosa paradossale è che, posta la questione così, i Taviani si avvicinano di più al precipitato di Fenoglio quando in qualche modo lo tradiscono (non purtroppo nei pedìssequi flash back della storia d’amore con Giorgio e Fulvia, che avrebbero avuto bisogno di un Vittorio Cottafavi, più precisamente del Cottafavi del Diavolo sulle colline che, fatta salva la non tanto sottile distinzione del Contini fra Pavese e Fenoglio, coglie quel vuoto pauroso e rabbioso dei giovani sotto il fascismo con la guerra alle porte e poi travasato al fascismo di Salò in una forma valida per entrambi gli scrittori, e che probabilmente non è nelle corde dei Taviani). In poche parole le scene più fenogliane sono quelle non presenti nel romanzo, soprattutto l’intuizione unica nel suo genere del fascista sadico sterminatore di partigiani che auto-sconvolge la propria prigionia a ritmo di jazz: non c’è bisogno di parole, c’è solo l’immagine ossessa e inquieta e il sonoro ruvido e folle, e c’è l’ammutolimento di Milton (e di tutti i partigiani presenti a quel circo) – la cui “pazzia” i Taviani mostrano qui finalmente di aver compreso – che suo malgrado riconosce nel fascista un suo fratello emotivo, gli vede la febbre lucida cucita addosso (e ciò vale per gli altri cosiddetti tradimenti del romanzo, quasi sempre sequenze belle e senza dialogo – tranne il finale, su cui bisognerà dire – dalla bambina sdraiata accanto alla madre morta all’incontro di Milton coi genitori fino a certi interventi di Marinelli in stato di grazia).

Ecco cosa intendeva Calvino con la parola assurdo: Una questione privata è un libro assurdo non perché schizoide ma perché si inserisce pazzamente e trasparentemente nel punto in cui l’assurdità della guerra (come l’assurda Natura di Olmi) fuoriesce da sé, anzi l’assurdità della guerra civile, della Resistenza come guerra civile (sempre pensato che a sua volta Fenoglio con la parola “privata” non si riferisse solo al suo legittimo desiderio di scrittore di non essere identificato come il cantore della Resistenza, ma segretamente volesse dire che la guerra civile tutta in Italia era una questione privata, nostra, tutta nostra, al punto da risultare, al pari dell’unità d’Italia, col passare degli anni vieppiù irrisolta – e basta guardarsi in giro oggi per rendersi conto quanto purtroppo avesse ragione...).

Il fatto è che i Taviani interpretano la corsa senza fine di Milton come un modo in cui la pazzia d’amore gli fa dimenticare tutto, compreso l’orrore della guerra, mentre invece mai come in quella fuga Milton si avvicina (senza arrivarci, dice Calvino) al cuore, al perché della guerra. Da qui si spiega il finale, coerente con questa posizione, con cui i Taviani cercano una conclusione a ciò che Fenoglio ha lasciato aperto (ma siamo poi così sicuri?). Coerente (e invero coraggioso), ma forse non così perspicace nell’accettare la forza dell’incompiutezza fenogliana, nel riscoprirla per quello che era davvero: la parola in potenza, la sua possibilità pura, compimento autentico della Liberazione.

Paolo e Vittorio Taviani

Una questione privata

Italia, 2017, 96’

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