Francesca Pasini

Un fiume di stelle, canoe, luci, sibili, fluorescenze, delimita il viaggio di Gilberto Zorio al Castello di Rivoli. Una folla di opere che da una sponda all’altra disegna la folla nel cuore, come direbbe Emily Dickinson. Emerge la densità piuttosto che la linearità della vita.

Le “stazioni classiche” di Zorio tracciano la rotta nella corrente continua del fiume.

Colonna, 1967, da tempo in una stanza al primo piano piano, in comodato della Fondazione CRT, è ora accanto a un segmento dell’installazione Torristella, 2009-2017, che attraversa in varie forme tutta la mostra.

Di cosa ci parla questo cilindro di fibrocemento, alto 3 metri che schiaccia delle camere d’aria nere? Della rivoluzione industriale e di una stagione in cui il lavoro era alla base della lotta tra diritti e forza.

Sembra venire da lontano, eppure non cessa di trasmettere un’etica del lavoro che nella sua non acquiescenza trova l’equilibrio tra forza e diritto. La Colonna, rovescia la composizione classica, mette il capitello ai piedi, ed evidenzia ancora (forse soprattutto) oggi la necessità di spezzare la gerarchia tra alto e basso.

In un bellissimo disegno del 1970 Progetto per le idee vincono, Zorio indica la sua tensione a tenere insieme l’ottimismo della ragione e le domande che di volta in volta la ragione stessa mette in discussione. Quando vincono le idee? Quando mettono in circolo la diversità. Forse è questa una lettura del suo intento alchemico per cui la reazione tra acqua acidulata e solfato di rame si fonde nel colore allo stato nascente Crogiuoli (1981) e contemporaneamente l’ombra della scultura si proietta su una parete di Torristella. In un’altra stanza su una barra di congiungimento della struttura Torristella si illumina la scritta su cera fosforescente Utopia, Realtà, Rivelazione (1971).

E che dire di Odio (1969)? Come interagire con questo lingotto di piombo sospeso tra due corde? L’odio sotteso tra le corde delle idee, oggi come ieri, è difficile da elaborare. Ma c’è.

Poi tra la folla appare il sogno del viaggio infinito nel tempo, negli affetti, nei mondi, con la grandiosa canoa che attraversa il soffitto della sala centrale.

L’avvertimento ai naviganti è un lungo sibilo che fa girare la testa mentre la luce si spegne: dal buio, sulla parete di fondo, appaiono migliaia di luci brulicanti. E’ il cielo in cui vibrano tutte Stelle di Zorio che punteggiano tutta la mostra. La meraviglia è quella dei bambini, che l’arte ci fa provare anche da adulti.

Malevic, voleva scoprire “i mondi silenziosi che vivono dietro la luce del sole”; Zorio vuole vedere la rete dell’Universo e dedica alle sue Stelle i materiali concreti della vita sulla terra, giavellotti, barre d’acciaio, nickel incandescente, alluminio… Indicano la rotta alle Canoe, dialogano col suo Autoritratto (1972) su pelle di mucca in cui fosforo e lampade di Wood ricordano gli sbalzi di temperatura che le emozioni imprimono sulla pelle.

Il viaggio attraversa l’Arco Voltaico (1968), continua a snodarsi tra le tantissime opere da una sponda all’altra del fiume, poi arriva in porto nella stanza sottotetto. Qui l’emozione è incandescente. I cavi arroventati formano una Stella, attraversano una Pelle e poi come un’onda disegnano il Confine con due linee ad ansa separate e sospese. Su una, appare al centro la scritta confine: un avvertimento oggi davvero incandescente, se si vuole navigare dentro e fuori dai confini collettivi e personali.

Gilberto Zorio

Castello di Rivoli

Fino al 18 febbraio 2018

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