Massimo Castiglioni

In uno dei suoi testi «teorici» più citati, Del sentimento di non esserci del tutto, dice Cortázar: «Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. […] Questa sorta di costante ludica spiega, se non giustifica, buona parte di quello che ho scritto e ho vissuto».

Questa dichiarazione, insieme ad altri scritti di diversa natura, si trova nel libro che, per certi aspetti, riassume più di qualsiasi altro l’atteggiamento eccentrico di Cortázar: Il giro del giorno in ottanta mondi (ripubblicato da Sur a undici anni di distanza dalla prima edizione italiana presso Alet). Non è così semplice definire in poche parole il libro cui, per comodità, si potrebbe attribuire l’etichetta di almanacco, ma sarebbe forse limitativo. La voluta eterogeneità e la repulsione per ogni forma di seriosità spingono l’autore a non preoccuparsi eccessivamente della struttura dell’opera e a mettere uno accanto all’altro i tanti mondi che occupano la sua giornata, tra ricordi infantili e musica jazz, tra poesie e appunti sparsi, tra racconti e incontri di boxe, tra momenti di discussione letteraria e pagine autobiografiche; il tutto arricchito da un fondamentale apparato di immagini.

All’altezza della pubblicazione del Giro del giorno in ottanta mondi ci troviamo in una fase di acceso sperimentalismo. Siamo nel 1967, quattro anni dopo Rayuela e uno prima di Componibile 62 (anch’esso nel catalogo Sur), in un momento in cui Cortázar scommette sulla possibilità di una letteratura come «gioco del mondo», che sappia direttamente coinvolgere il lettore nella creazione del testo e che rompa con certe convenzioni. Una strada alternativa, propria di chi non vuole esserci del tutto, di chi apre le porte ad altre realtà smarcandosi da quella supponenza che nega il diritto d’asilo all’assurdo e all’insolito. «Chi ci riscatterà dalla serietà?» si chiede nel capitolo Sulla serietà delle veglie funebri.

I momenti più interessanti del Giro del giorno sono probabilmente quelli rivolti alle questioni letterarie e alle prese di posizione dello scrittore (senza che assuma una condotta pedante). In difesa dell’umorismo, e contro chi pretende di relegarlo in un angolo, interviene il capitolo citato all’inizio, dove è sottolineata la stupidità di chi, apprestandosi a scrivere, «indossa il colletto rigido» a tutti i costi, e dove si invitano gli scrittori a non lasciarsi trascinare sulla strada diametralmente opposta, come fanno alcuni presunti rivoluzionari delle lettere argentine: «In Argentina ci sono indici di un divertente processo; per reazione alla prosa dei lividi tartarugoni, alcuni scrittori più giovani si sono messi a scrivere “parlato” e, anche se i migliori lo fanno benissimo, la maggior parte non ha centrato il bersaglio e sta andando ancora più a fondo dei puristi (parola che loro mettono sempre da qualche parte). Mi sembra che non sarà passando dal fervore purista a quello da tifo da stadio che faremo la nostra letteratura».

L’irregolarità, la preferenza accordata ai punti di vista laterali, l’apertura a mondi possibili: è facile, ormai, tirare in ballo la categoria alla quale l’opera di Cortázar viene ricondotta più di frequente: il fantastico. Al sentimento del fantastico è dedicato un altro dei brani più noti del libro. Il punto è sentire il fantastico come qualcosa che scardini l’apparenza, come un ordine che possa deformare la quotidianità per inserire l’uomo in un mosaico completamente diverso. Una visione che Cortázar mette direttamente in pratica nei suoi racconti, ovvero nella parte più interessante della sua produzione, dove cortocircuiti e deragliamenti logici causano delle vere e proprie voragini nella realtà, un po’ come capita al protagonista quasi kafkiano della Carezza più profonda (ancora nel Giro del giorno), costretto a sprofondare gradualmente al suolo senza un motivo e senza che nessuno noti nulla.

Le raccolte di racconti possono sembrare libri innocui, se paragonati ad altri più «centrati»; si tratta, tuttavia, di una mera apparenza. È soprattutto nella narrativa breve che lo scrittore trova il suo terreno ideale, sia per esprimere quei sentimenti di cui Il giro del giorno in ottanta mondi offre un fondamentale campionario, sia per poggiare il suo sguardo su qualcosa di differente. Del resto lui stesso, in un’intervista a Joaquín Soler Serrano rilasciata nel 1977, dichiarò di continuare «ad avvertire la presenza di qualcosa che si trova dall’altra parte delle cose, per questo non smetterò mai di cercare».

Julio Cortázar

Il giro del giorno in ottanta mondi

traduzione di Eleonora Mogavero

SUR, 2017, 330 pp., € 18

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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