Federico Zappino

Con Elementi di critica omosessuale, nel 1977, Mario Mieli mise a fuoco in modo insuperato quanto di più importante qualunque frocia, lesbica, trans*, o donna intenda spendersi, oggi, per un’emancipazione radicalmente rivoluzionaria (se ci piace il lessico freudomarxista) o trasformativa (se invece preferiamo quello transfemminista queer) dalla propria subalternità culturale e materiale, dovrebbe fissare saldamente nella testa: il sistema sociale, culturale ed economico capitalista in cui siamo immersi si nutre delle “differenze” che esso stesso dichiara invece, illusoriamente, di liberare. Peraltro, le sfrutta. E, tutto ciò, accade senza che vengano minimamente intaccate le strutture sociali da cui dipendono le diseguaglianze, le violenze, come anche le forme di inclusione condizionale. Con fulminante precisione e lungimiranza, Mieli comprese quarant’anni fa che non vi fosse nulla di rivoluzionario, né di trasformativo nell’eguaglianza formale, nella celebrazione e nell’inclusione delle differenze che oggi ci prospettano le grandi multinazionali, il capitalismo delle piattaforme digitali, né chiaramente le varie concessioni statali – tra cui anche le docenze accademiche a contratto di studi sulla sessualità, in regime di semigratuità e precarietà selvaggia. E se non c’è nulla di rivoluzionario o di trasformativo in tutto ciò, è perché tutto ciò è funzionale solo ed esclusivamente a ratificare la necessità e il primato culturale e materiale di quella che Mieli definisce Norma eterosessuale.

Benché queste certezze sopravvivano oggi nella rabbia, nella solitudine, nella precarietà, ma anche nelle pratiche e nel desiderio di pochissim*, a Mieli era invece cristallino che, pur di preservare la sua egemonia, la Norma eterosessuale fosse disposta addirittura a far rientrare “le perversioni” “dalla porta di servizio” in modi che fossero funzionali al Capitale e alle sue relazioni di produzione, allo Stato e ai suoi apparati disciplinari e repressivi, nonché alla Famiglia e alle strutture della parentela che essa informa. Era perfettamente chiaro, a Mieli, che l’“Etero-Stato” lanciasse i primi sassi nello stagno dei dibattiti riformisti sul matrimonio gay, mentre nascondeva la mano delle stragi nei riguardi delle froce dissidenti, i cui progetti non consistevano esattamente nella possibilità di pronunciare, in un futuro non troppo lontano, lo stesso sì. Non era minimamente sorpreso, o spiazzato, Mario Mieli, dal fatto che l’emancipazione politica delle minoranze di genere e sessuali si stesse invece compiendo di pari passo con la loro “integrazione totale nel sistema”, a mezzo mercato, a suon di illusioni e sfruttamento, e a un prezzo molto alto in termini di normalizzazione e di sostegno proprio nei riguardi della Norma eterosessuale. Tutto ciò, piuttosto, costituiva il punto di partenza di una lotta più radicale, specifica e necessaria contro la Norma stessa, senza mai cedere sulla relativizzazione dell’urgenza della sua sovversione.

Non c’è più tempo da perdere”, scrive a chiare lettere nell’ultimo capitolo, replicando a un Fachinelli spaventato all’idea che le froce, prima o poi, avrebbero imbracciato i fucili. Che alle “perversioni” venga concessa la possibilità di un’integrazione disciplinata, infatti, non significa nemmeno lontanamente che sia pervenuta a compimento la sovversione di ciò che le produce innanzitutto in quanto tali, in quanto tendenze “perverse” rispetto a quelle “normali”. E dunque sì prodotte, ma mediante una repressione: in Mieli, benché in modo non certo privo di aporie, l’ambivalenza produttiva e repressiva della Norma era risolta da un pezzo. Perversioni sulle quali la Norma riverbera “il marchio dell’infamia”. Perversioni da prevenire, da tenere a freno, da estirpare. Ma anche perversioni da tollerare, secondo l’ideale liberale, ai fini della messa a valore. “Ma la tolleranza”, scrive Mieli, “è repressiva… La tolleranza è ancora negazione della libertà”. E non è certo la libertà liberale a emendare questa negazione: “la libertà che agli omosessuali garantisce la legge non è nient’altro che libertà di essere degli esclusi, degli oppressi, degli sfruttati, degli oggetti di violenza morale e fisica, o libertà di stare chiusi in un ghetto”. Da tutto ciò, scrive Mieli, dovremmo piuttosto dedurre che a dimostrare segni evidenti di patologia è la stessa Norma eterosessuale:

più esattamente: se l’amore di un essere umano per un altro di sesso “opposto” non è affatto, in senso assoluto, patologico, l’eterosessualità quale oggi si presenta come Norma è invece ampiamente patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e – dialetticamente – anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi.

Anticipando di qualche anno Judith Butler, Mieli non lesina le sue critiche nei riguardi dell’eterosessualità che permea, consciamente e inconsciamente, larghi strati del femminismo, accusati di voler “riformare la Norma senza eliminarla”. Lo fa, tuttavia, con la stessa sfrontatezza con cui si schiera con le femministe, e con le lesbiche, nella critica del pervasivo maschilismo del movimento omosessuale, dal quale prende performativamente le distanze ostentando politicamente la propria contentezza “per essere una checca evidente, femminile”. Ma anche, aggiunge, “la sofferenza che ciò, in questa società, comporta”. Mieli non scheccava tra il cucinino e la camera da letto, bensì là dove la Norma opera e si riproduce alla luce del sole, nello spazio pubblico, attraversandolo con le gonne a fiori e i tacchi argento, al fine di mettere in evidenza la conformità performativa dei suoi spettatori, e di contestarla con un’asserzione performativa del corpo. E nonostante le donne eterosessuali, a differenza delle lesbiche, non fossero quasi mai complici delle sue performances sovversive (“quando vi sono donne che contestano noi gay perché ci vestiamo ‘da donna’ bisogna sempre ricordare loro da qual pulpito provenga la predica!”), ciò non diventa mai un pretesto per alludere a un livellamento tra i generi, a una loro indifferenziata responsabilità nella riproduzione della Norma. Se vi fosse un’eguale responsabilità, infatti, vi sarebbe anche un eguale potere. Ma per Mieli non c’è eguale potere tra i generi. I generi conformi sono tali in relazione alla Norma eterosessuale, e l’eterosessualità è la relazione tra i generi più conforme alla Norma, certo. Ma non è una relazione simmetrica. D’altronde, a Mieli è evidente che questa asimmetria si traduca nelle violenze sessuali, negli stupri, nonché nello sfruttamento del lavoro riproduttivo gratuito o sottopagato delle donne, dentro o fuori casa. La femminista materialista Christine Delphy o, da altre prospettive, l’economista Mercedes d’Alessandro, sostengono che questo dato, in termini percentuali, persista tutt’oggi inalterato, come nel ’77: il lavoro gratuito o sottopagato delle donne è il grande alleato del capitalismo.

Ma a Mieli è chiaro anche che il capitalismo sfrutti, più in generale, la repressione operata dalla Norma della transessualità originaria, sublimandola nel lavoro, nella competizione e nella prestazione. “Basta entrare in un ufficio, in una fabbrica, per accorgersi immediatamente di come tutta l’atmosfera abbruttente del posto di lavoro sia impregnata di omosessualità repressa e sublimata”, notava. “Se il desiderio gay si liberasse tra compagni di lavoro, essi diventerebbero allora davvero compagni, in grado di riconoscere e di soddisfare il desiderio che li unisce da sempre”. Ciò anticipa l’idea per cui i generi conformi, esattamente come quelli meno conformi, sono performativi; proprio per questo, sono messi a valore nella loro totalità. “Norma eterosessuale”, in questo senso, è il nome che Mieli sembra attribuire al modo di produzione delle risorse umane e simboliche su cui poi si organizza la società e l’economia. Mieli, in soldoni, ci dice che quel bios che secondo alcuni viene messo genericamente a valore sia già da sempre genderizzato. Di più: è proprio questa genderizzazione a consentire la sua messa a valore nei modi in cui essa, materialmente, si dà. La “moltitudine”, di conseguenza, non è ancora composta di “singolarità” (secondo quella linea che va da Deleuze a Negri), bensì, ostinatamente, di soggetti genderizzati (e chiaramente razzializzati) in qualche modo, e genderizzata (e razzializzata) è ancora la produttività che da essa deriva. È su questo, mi sembra, che si innesta l’odierna critica del “lavoro del genere”, su cui insiste in Italia il Sommovimento NazioAnale, nonché la sua esortazione allo “sciopero dei/dai generi”.

Per Mieli, anche il genere dell’uomo eterosessuale è il frutto di un’alienazione – Butler la definirebbe “incorporazione melanconica di una perdita”. Anche lui è assoggettato alla Norma. E “transessualità originaria”, in proposito, è il nome che Mieli attribuisce a tutte le pulsioni erotiche, corporee, psichiche e affettive che non sono in nessuna misura, né in modo più ricorrente o più stabile, traducibili nella forma relazionale dell’eterosessualità, ma anche in quella dell’omosessualità, e in molte altre forme. E diventare un uomo eterosessuale coincide con un processo di alienazione proprio di questa transessualità. Questa alienazione è ciò in cui consiste propriamente l’educastrazione, ossia “la trasformazione del bimbo tendenzialmente polimorfo e perverso in adulto eterosessuale eroticamente mutilato, nevrotico, ma conforme alla Norma”. L’educastrazione, per Mieli, riguarda anche le donne, e chiunque, ovviamente. Anche quant* con gioia e con dolore cercano di prendere le distanze dalla Norma, riappropriandosi di quanto è stato alienato per essere messo al servizio di un contratto sociale iniquo. La differenza, semmai, consiste nel fatto che mentre gli uomini sono assoggettati, come donne e froce, alla Norma, donne e froce sono anche a loro volta assoggettate all’uomo – culturalmente, economicamente, e anche eroticamente. “I maschi sono asserviti, ma anziché contro il sistema, essi indirizzano la loro rabbia e il loro odio contro chi appare più basso di loro: la donna e il frocio”. Questa è la sostanza della conformità differenziale alla Norma. Questa è la forma sociale che l’alienazione della transessualità assume, e perpetua. E da ciò, naturalmente, deriva il ruolo che Mieli accorda ai soggetti storici dell’antitesi alla Norma, nella sovversione della Norma stessa.

Si consideri, in proposito, la replica di Mieli a Luciano Parinetto, e alla sua urgenza di pensare la transessualità fuori dalla dialettica oppositiva con la Norma eterosessuale e maschile. Per Parinetto, “se non vuole confermare i ruoli sessuali proprio mediante la negazione di essi” la contestazione omosessuale e femminista dovrebbe piuttosto pensare la transessualità nei termini di “totalmente altro sia rispetto alla cosiddetta normalità, sia riguardo alla sua dialettica opposizione”. Pur concordando parzialmente, per Mieli la questione aperta resta tuttavia che il “totalmente altro” che Parinetto auspica difficilmente potrebbe pervenire a traduzione, o produzione, in assenza di una sovversione di ciò che, allo stato attuale, lo inibisce, lo reprime, lo sublima nelle relazioni produttive capitalistiche. Mieli parteggia sì per l’utopia, ma per un’utopia “concreta”. E questa utopia concreta

deve necessariamente passare attraverso il movimento delle donne e la liberazione completa dell’omoerotismo, così come delle altre componenti del polimorfismo erotico umano… L’ideale utopico della transessualità, se vuole essere “utopia concreta”, non deve allontanarci o distoglierci dalla “dialettica concreta” attualmente in corso tra i sessi e tra le diverse tendenze sessuali (eterosessualità e omosessualità, soprattutto). Soltanto la lotta di coloro che sono i soggetti storici dell’antitesi fondamentale alla Norma eterosessuale maschile può portare al superamento dell’opposizione attuale tra sessi e tra eterosessualità e altre cosiddette “perversioni”. Se la transessualità è il vero telos, si potrà conseguire solamente quando le donne avranno sconfitto il potere maschile fondato sulla polarità dei sessi e gli omosessuali avranno abolito la Norma diffondendo l’omosessualità universalmente.

Se solo la pensassero così anche le odierne benpensanti! A differenza loro, Elementi di critica omosessuale intende pensare la costruzione della società comunista partendo dalla riappropriazione della transessualità originaria sacrificata sull’altare dell’eterosessualità, e sfruttata dal capitale, ma che la affermi anche come obiettivo normativo. O meglio: che la affermi anche come modo di produzione. La società comunista, infatti, non è per Mieli una società in cui “le differenze” convivono educatamente, tollerandosi, reprimendosi, sforzandosi di lasciarsi reciprocamente in pace. Questo, infatti, sarebbe già il progetto neoliberale, ma il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti, testimoniato dal fatto di non aver eliminato le violenze alle quali assistiamo pressoché quotidianamente, e che costituiscono semplicemente “l’esecuzione delle sentenze che il sistema ha già pronunciato tramite l’emarginazione e la condanna dell’omosessualità”. La società neoliberale, d’altronde, si fonda sul disciplinamento dell’inclusività, non sull’eliminazione dei presupposti dell’esclusione. La società comunista, al contrario, sembra essere nell’utopia di Mieli la società che ha sostituito il modo di produzione eterosessuale con quello transessuale, lasciandosi dunque alle spalle l’educastrazione, e annullando così i presupposti di ciò che “trasforma in fonte di orrore e colpevolezza una delle tendenze fondamentali dell’Eros”, di ciò che nega “agli esseri umani la possibilità di avere rapporti erotici con la metà della popolazione”, di ciò che separa e mantiene “lontane le persone”, di ciò che impedisce “l’amore dell’uomo per l’uomo e della donna per la donna, contribuendo essenzialmente al perpetuarsi della contrapposizione tra i sessi”. Tutto questo, per Mieli, è “dominio, subordinazione, proprietà”. È negazione della potenza della vita. Se vogliamo vivere, il comunismo deve prendere le mosse dalla sovversione del dominio, della subordinazione, della proprietà che si dipanano lungo le linee dei generi educastrati, e dalla socializzazione dei corpi e degli affetti. Solo i corpi che si sono riappropriati della transessualità per rivoltarla contro la proprietà possono, propriamente, organizzare altrimenti le forze produttive del comune.

Questo è un punto dirimente perché per quanto Mieli non subordini mai l’urgenza della sovversione della Norma a una più generica lotta per l’emancipazione di una generica umanità colta nella sua indistinzione, emancipazione umana è tuttavia uno dei concetti portanti del suo strumentario, mutuato chiaramente da Marx. Sarebbe molto importante se, oggi, i miei amici antispecisti volessero questionare l’ovvio antropocentrismo che pervade l’opera di Mieli. Costituendo, agli occhi del lettore desideroso di uscirne indenne, uno degli assunti più fraintendibili di Elementi di critica omosessuale, è bene dire che per Mieli l’emancipazione umana non è un modo per rendere il comunismo gay-friendly, bensì è emancipazione dell’uomo dalla Norma eterosessuale, per il bene di tutte. Non c’è un tentativo di raccordo tra il comunismo e la sovversione della Norma; piuttosto, sono la stessa cosa. Il comunismo non è eterosessuale. Nel centenario della Rivoluzione, che coincide guarda caso con il quarantennale di Elementi di critica omosessuale, frocializziamo, dunque, Lenin. Mettiamoci sulle tracce delle lettere erotiche tra Marx ed Engels, e divulghiamole senza copyright. Rileggiamo L’Anti-Edipo e Millepiani avendo chiaro che sono libri che parlano dell’amore tra due uomini. Si chiamano Gilles D. e Félix G. Facciamoci sculacciare da Foucault, e in cambio introduciamolo all’uso dei piaceri anche del suo ano. Facciamo l’amore con Negri, con Hardt, abbattiamo l’impero mostrando alla moltitudine che il comune è ancora tutto da costruire sulle ceneri della Norma – e della razza, dell’abilità... E Bifo, scriveva Mieli, “vogliamo vederla in un letto… la Bifo! Questo è un desiderio gay, un’avance, non un concetto”. “Il maschilismo”, ci ricorda Mieli, “è il più grave impedimento alla realizzazione della rivoluzione comunista. Esso divide il proletariato e quasi sempre fa dei proletari eterosessuali i principali tutori della Norma repressiva di cui il capitale necessita per perpetuare il proprio dominio sulla specie”. “Gli eterosessuali maschi proletari”, continua, “sono corrotti: essi accettano di farsi pagare la misera moneta fallofora del sistema per tenere a freno, in cambio delle gratificazioni meschine che ne traggono, la potenzialità rivoluzionaria transessuale”. So fin troppo bene che a molti, tutto ciò, sembri poco. E mi dispiace per loro, perché anche se il “proletario” del 1977 non coincide esattamente con il “precario” del 2017, a me sembra in ogni caso che la rivendicazione di quella stessa potenzialità rivoluzionaria, nonché la propensione a pensarne l’organizzazione, continui a fare invece l’unica differenza tra le lotte odierne, tutt’altro che univoche, contro la precarietà.

 

Mario Mieli

Elementi di critica omosessuale

a cura di Paola Mieli e Gianni Rossi Barilli

Feltrinelli Universale Economica 2017

pp. 336, € 12

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Una Risposta a La transessualità, modo di produzione del comune

  1. Sandro De Fazi ha detto:

    Senza negare l’importanza storica della ricerca di Mario Mieli, ritengo perö che le sue tesi risultino oggi inevitabilmente datate, già a partire dal linguaggio. Non è proponibile oggi il passaggio da un discorso identitario a uno comunitario nei termini di una “società comunista”. Un limite della gay culture degli anni 70, pure vivissima e necessaria, è stata proprio la debolezza del fondamento identitario e critico, la sua effettiva dispersione e da ultimo la sua mancanza nel cercare di svilupparlo, forse inconsapevolmente, in senso massificante. Un libro quindi che fatalmente rispecchia anche le contraddizioni e gli errori di quegli anni.

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