Maria Anna Mariani

Quanta distanza separa la fasciatura di un neonato da un sudario? Cent’anni oppure quattro, un minuto o due ore: il tempo di una vita. Appena due ore dura la vita che pulsa dentro The White Book di Han Kang (Portobello Books, 2017), l’ultimo libro di una scrittrice già nota ai lettori italiani grazie alla Vegetariana e Atti Umani (Adelphi 2016 e 2017, entrambi tradotti –ma dall’inglese! – da Milena Zemira Ciccimarra). A scandire questa vita, non i minuti ma le molteplici tonalità in cui si sgrana il bianco. Bianco come il telo che avvolge il corpo quando è più vulnerabile: quando fa ingresso nel mondo e quando ne scivola via. Tra queste due estreme manifestazioni del bianco, Han Kang allinea il sale, la neve, il ghiaccio, il riso, la luna e la schiuma che orla l’onda. E così facendo, con una lista monocroma, ci suggerisce che la vita racchiusa dentro questo libro non appartiene al tempo, non scorre via con lui. Appartiene al bianco invece: quel colore ne è custode, e ogni volta che gli occhi si posano su uno sfolgorio diafano è questa minuscola vita che contemplano, facendola durare.

È una vita importante per la persona che scrive The White Book: è la vita di sua sorella. Ed è così importante che le deve la propria: “My life means yours is impossible” [“La mia vita significa che la tua è impossibile.”] Il rovello dell’usurpatore si incunea dentro questa frase. L’esistenza è un ruolo che va colmato, e non tollera due occupanti per il medesimo posto. Ma chi scrive cerca di contrastare questa logica coriacea dell’o tu o io, che ossessiona ogni bambino di rimpiazzo, ogni replacement child alle prese con una vita che teme di aver strappato ad altri. Per arginare questa logica insidiosa, la narratrice fa posto alla sorella morta dentro se stessa: immagina di guardare con i suoi occhi, di camminare con le sue gambe, di toccare l’ottusità silente di un sasso con mani che appartengono a lei, all’altra figlia. Innesta così quell’esistenza nella propria.

Immagina di fare questo a Varsavia, anche se il nome della città è sempre taciuto nel testo, che è diffusamente ellittico. Sono gli edifici di questa città evocata, distrutta e poi ricostruita, che fanno venire in mente alla narratrice la sorella, e a come quella sua esistenza sia saldata alla propria:

It was on that day, as I walked through the park, that she first came into my mind. A person who had met the same fate as the city. Who had at one time died or been destroyed. Who had painstakingly rebuilt themselves on a foundation of fire-scoured ruins.” [“Fu quel giorno, mentre camminavo nel parco, che mi venne in mente per la prima volta. Una persona che aveva conosciuto lo stesso destino della città. Che un tempo era morta o era stata distrutta. Che si erano faticosamente rimesse in piedi sopra uno strato di rovine incendiate.”]

Dentro questa prosa, trasposta in fulgido inglese dalla traduttrice fedele di Han Kang, Deborah Smith, i verbi fluttuano ed è in modo ambiguo che entrano nello spazio di attrazione di un soggetto umano oppure architettonico. Il pronome who transita incerto dalla persona agli edifici. Chi è il soggetto delle frasi? E quando cambia?

È una domanda che si inarca spesso leggendo The White Book, che riesce in maniera straordinaria a modulare in inglese quell’ambiguità sintattica propria della lingua coreana, dove i soggetti sono spesso non detti e occorre uno sforzo di deduzione costante per assegnare i verbi a qualcuno o qualcosa che li incarni.

In The White Book le frasi senza soggetto, o dove il soggetto si fa ambivalente, si accumulano però con una frequenza che non può essere spiegata solo dalle regole grammaticali del coreano. È una frequenza che si fa segno e che spinge il lettore a chiedere: di chi è questa vita? Della persona che scrive o di sua sorella? Chi delle due mette in moto i verbi, chi si avvinghia ai pronomi: chi vive? Spesso il testo impedisce di rispondere con sicurezza a queste domande. Invece di esplicitare i possessori, ci mostra un’essenza animata che circola da una creatura all’altra, ma che resta inassegnabile. Ci mostra un puro flusso vitale, che passa da sorella a sorella senza ancorarsi in modo definitivo a nessuna delle due. Questo scorrere vitale immanente è ciò che scalfisce la logica dell’usurpatore; è ciò che forse ne lenisce il senso di colpa. Di certo, è ciò che fa esistere entrambe le sorelle su queste pagine: l’una nell’altra, dentro a un incessante trascolorare del bianco.

Han Kang

The White Book

Portobello Books, 2017.

Tradotto dal coreano da Deborah Smith

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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