Gabriele Sassone

Dido's lament (frame da video)© Carlo Baroni

To be played at maximum volume. Partiamo dal titolo della tua personale alla Galleria Civica di Trento (dal 7 ottobre al 14 gennaio) per contestualizzare la tua ricerca e la tua formazione.

To be played at maximum volume è il titolo di un'opera del 2017, composta da sei sottili lastre di vetro, vernici e corde di chitarra. Il titolo è una citazione dall'album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars di David Bowie. Sul retro della copertina del vinile, infatti - a chiusura dell'elenco delle tracce contenute nel disco - l'autore aveva inserito questa dichiarazione.

Per la realizzazione dell’opera ho lavorato per opposizione, utilizzando un materiale fragile come il vetro sostenuto dalla sola tensione delle corde, attraverso la proiezione delle lettere che compongono la frase. L’opera funziona sono in virtù di una luce direzionale che la illumina, rendendo opaca la vernice trasparente depositata sulle lastre, in modo che le lettere si proiettino sulla parete sotto forma di ombre. Tale operazione risulta simbolica e in linea con il percorso espositivo, dove il tema dell’attraversamento, del doppio e dell’intensità assumono un ruolo centrale.

Volume è inoltre un termine ricorrente nei lavori recenti, nello specifico la serie che porta l’omonimo titolo, nella quale diversi strumenti a fiato sono stati inclusi letteralmente all’interno di blocchi di cemento, creando dei volumi appunto.

La terminologia specifica musicale incontra spesso quella di altre discipline, come l’architettura per esempio.

Pensare la musica - non ascoltarla solamente - significa sviluppare la capacità di immaginare strutture, volumi, ritmi, luci e ombre. 

L'opera a cui ti riferisci, Volume, rende inutilizzabile lo strumento a fiato. Ne altera la funzione. Pertanto la mia esperienza nell'osservare il clarinetto risulta dissociata. Questa costrizione imposta dal blocco di cemento, l'impossibilità di agire, può essere la giusta metafora per raccontare il nostro tempo?

L’osservazione dell’opera apre a diverse considerazioni, probabilmente in ragione del paradosso che presenta. Il primo lavoro che ho realizzato attraverso l’inclusione era una tromba araldica, simbolo del potere, o perlomeno del suono che storicamente lo ha rappresentato con maggiore immediatezza. Di lì, ho sviluppato altre versioni, includendo strumenti a fiato differenti.

Le implicazioni di cui parli sono sicuramente un elemento presente dal momento che lo strumento musicale rimane integro ma risulta costretto in una materia più estesa e schiacciante del suo volume (o del suono che potrebbe potenzialmente produrre).

L’impossibilità di agire è probabilmente l’impossibilità di produrre un suono udibile. Il nostro tempo è di per sé il trionfo dell’amplificazione: sonora, politica, tecnologica. Senza un’adeguata amplificazione, non raggiungiamo quella specifica soglia di udibilità che ci viene richiesta.

La tua mostra infatti mi ha sorpreso per il suo sottotesto politico. L’amplificazione del suono è stato uno dei modi con cui, soprattutto durante la Modernità, il potere ha cercato di raggiungere e persuadere le folle. Quale rapporto vedi tra suono e politica?

Mi interessa indagare nello specifico il ritmo e il suono delle parole, più che il loro significato. È un punto di osservazione laterale, scientifico, quasi da ingegnere del suono. Se osserviamo un discorso di regime rivolto alle folle da un punto di vista sonoro, ci troveremo di fronte ad un grafico che evidenzia di per certo importanti crescendi dinamici, lunghe pause e scansioni ritmiche progressive. Ciò in virtù di come l’aspetto musicale sia correlato strettamente a quello semantico.

Se convincere ha significato nel passato persuadere ritmicamente l’ascoltatore, oggi al contrario siamo alla ricerca di timbri più pacati e voci imperturbabili: siamo insomma in cerca di una rassicurazione sonora oltre che emotiva.

La stessa cosa vale anche per il gesto? Abbiamo bisogno di gesti rassicuranti? Mi ha fatto riflettere il modo con cui hai indagato i gesti dei compositori o dei direttori di orchestra.

Pianoforti verticali / upright pianos © AD Foto Nadia Baldo

Per quanto riguarda il gesto, lo sguardo rimane quello di un bambino davanti al prestigiatore.

Il codice tecnico gestuale di un direttore d’orchestra è qualcosa di estremamente personale ma anche interpretabile chiaramente dal musicista che siede in orchestra.

Se privato dell’aspetto sonoro però ci appare come qualcos’altro – le mani di un prestigiatore appunto, di un imbonitore, o forse di un pazzo o un ipnotista.

Il video Dido’s Lament, che appare nella seconda sala della mostra, si articola su un lungo schermo panoramico che a sua volta ne contiene altri due: si tratta infatti di due immagini speculari, che scorrono sullo schermo con una differita di appena un secondo. Leopold Stokowski dirige una sua trascrizione per orchestra del Lamento di Didone di Henry Purcell. Compaiono solo le mani, che disegnano dense traiettorie e appaiono come immerse in una sostanza liquida. Solo dopo alcuni secondi ricostruiamo mentalmente che le immagini si rincorrono tra loro.

Nella direzione e nell’esecuzione strumentale il corpo spesso si comporta come un amplificatore o una cassa di risonanza. Altre volte, come nel caso di Glenn Gould, come un metronomo. Il movimento dal mio punto di vista è di per sé un atto musicale: agisce nel tempo dando significato al tempo. 

E invece, per te, che cosa rappresenta il suono?

La sound art spesso parte dal suono per generare l’opera. Nel mio caso il processo è invertito: l’opera riflette come un pannello specchiante – o deformante - non tanto il suono stesso, quanto il suo processo intrinseco. Mi interessa pensare al lavoro come qualcosa di necessariamente tridimensionale, anche quando si tratta di una fotografia o di un video. Il suono è qualcosa di inarrestabile, si espande e si infiltra più della luce. Quando lavoro, immagino di osservarlo nelle sue microparticelle, nel silenzio inesorabile di una camera anecoica.

JACOPO MAZZONELLI. To be played at maximum volume

A cura di / Curated by:

Margherita de Pilati

Luigi Fassi

Galleria Civica, Trento

07.10. 2017 – 14.01.2018

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