Facendo seguito allo speciale su Franco Basaglia, che abbiamo pubblicato lo scorso 21 ottobre, proponiamo oggi la postfazione di Aldo Bonomi al libro di Benedetto Saraceno Sulla povertà della psichiatria, in uscita in questi giorni  per DeriveApprodi

Aldo Bonomi

1. Caro Benedetto, scrivo in forma confidenziale, in quell’amicizia a priori che, come mi ha insegnato Eugenio Borgna, ci prende nell’incontro di percorsi di vita e, perché no, di professione, che si riconoscono pur nella diversità dei punti di osservazione e delle esperienze. Amicizia a priori e affinità elettive rafforzate dalla lettura delle tue dieci considerazioni sulla povertà della psichiatria. Manterrei questo stile da lettera a un amico e la lettera può diventare una mia postfazione adeguata al tuo passionale, radicale e scientifico libro in cui hai raccolto letteratura, tesi puntuali e interroganti di un sapere e di una disciplina che hai attraversato, praticato e anche diretto con ruolo di responsabilità alta nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della salute. Da qui la ricchezza di contributi densi di dialettica tra il fare, l’agire e il decidere politiche pubbliche.

2. Senza mai perdere la passione e la radicalità di Marco Cavallo, icona dei matti del manicomio di Trieste che rompe e attraversa le mura per andare nella società. Tesi dopo tesi sulla miseria della psichiatria, sotto traccia, senza ideologia ma con metodo, ti metti in mezzo tra il dentro e il fuori, tra l’io e il noi, tra cura e socialità, tra clinica-ospedale e politiche pubbliche, tra il corpo segregato e malato e il corpo sociale. Così hai portato Marco Cavallo nel mondo.

3. Con «una pratica in attesa di teoria» che si svela, cercando come in ogni testo la cifra che ne dà la svolta, lì dove affermi che «la teoria in Basaglia come in Gramsci, è riflessione sulla realtà e intelligenza dei meccanismi della sua stessa trasformazione». E affermi, conscio dell’affermazione, che: «l’esistenzialismo gramsciano» fonda l’unicità del pensiero di Basaglia. Collocando così Marco Cavallo in quella lunga deriva della storia del Novecento che va da Braudel al Polanyi della grande trasformazione sino ai giorni nostri, a proposito del binomio realtà-trasformazione da te citato, ove sostengo che tra economia e politica occorrerebbe mettere in mezzo la società, così come per te tra psichiatria e politiche occorre mettere in mezzo la società. E per dare a Gramsci quello che è di Gramsci, e al suo testo che mi hai evocato, Americanismo e Fordismo, che scava nella mutazione antropologica del fordismo sul soggetto, è esistenzialismo critico il tuo esemplificare nel saggio sulla diagnosi le correlazioni con il controllo sociale esercitato sulle donne indipendenti e messe al lavoro come operaie, sessualmente attive e non inserite in un contesto familiare, diagnosticate allora, agli albori del fordismo come psicopatiche.

4. Passione e radicalità che di questi tempi dell’ideologia delle non ideologie, potrebbe bollare noi e questo libro come un libro ideologico. Accade, a proposto dei riferimenti del primo Basaglia al pensiero fenomenologico tedesco, quando la Nottola di Minerva vede le vacche tutte grigie. Proprio qui scava la tua tesi sulla distorsione del pensiero di Franco Basaglia nella letteratura internazionale: Basaglia antispsichiatra, Basaglia ideologo, Basaglia filantropo. Affermi, e ne dai contezza, un «Basaglia scienziato per nulla ideologo» che elabora un protocollo di ricerca che fa di Marco Cavallo a Gorizia, Parma, Trieste, laboratori non di ideologia ma di una idea. Un’idea, appunto, contrastata da quella che tu definisci la «british distortion» che, semplifico, non accetta di mettere in mezzo la società, rifiuta il tuo-vostro percorso che partendo dall’antropologia e fenomenologia del malato e la sua soggettività perduta, lì non si ferma ma va oltre addentrandosi nel binomio realtà-trasformazione.

5. Altro che ideologo e filantropo, ma figura evolutiva della scuola fenomenologica esistenziale europea. Che va oltre partendo dall’ascolto e dall’empatia psichiatra-paziente con la soggettività dell’io, si fa il salto verso il noi, inteso come fare comunità, e una volta rotte le mura della segregazione e dello stigma si interroga la società e le politiche pubbliche. Ritrovandoti e ritrovandoci in quella sociologia fenomenologica che partendo dalle storie di vita, dall’inchiesta del reale, passa alla ricerca-azione per trasformare e s’interroga oggi sulla società liquida, la società del frammento, la società circolare potente nei mezzi e scarsa nei fini e nella coesione. Problema delle discipline. Potrei titolare con te una rassegna sulla povertà della sociologia. Riflessione già sperimentata con Eugenio Borgna, l’ultimo grande della scuola fenomenologica italiana, quando ci siamo confrontati in un libro e nel suo titolarlo Elogio della depressione. Volevo timidamente e radicalmente aggiungere depressi di tutto il mondo unitevi, a proposito di «esistenzialismo gramsciano». Ascoltare, sentire assieme le voci delle vite minuscole, far diventare i sussurri e i lamenti voce della comunità, fare ricerca-azione per cambiare la società e le politiche pubbliche, sono metodologie scientifiche di un protocollo basagliano psicosociale che ha insegnato molto alle scienze sociali. Metodologia valida per entrambi, caro Benedetto: il margine che si fa centro.

6. La vera questione che evidenzi da subito citando il classico dei classici Lévi-Strauss e le sue due società: quelle antropo-emiche, basate sul rifiuto degli indesiderabili, il margine che si fa ghetto, e quelle antropo-fagiche che cercano di ascoltare e includere. Da qui, a proposito di povertà della psichiatria, il tuo affermare, nell’avanzare del moderno, il suo non aver risolto il rapporto con il contesto sociale e con l’esclusione. È la biopolitica come ci ha insegnato l’altro grande, Michel Foucault, partendo dal carcere e dal manicomio. Analizzando la microfisica dei poteri nella società, medicina, ospedale e clinica compresa. Microfisica dei poteri che tu scomponi e ricomponi analizzando i falsi dilemmi, da qui la povertà della psichiatria: biologico verso psicobiologico verso bio-psico-sociale; psicofarmaci verso psicoterapie verso pratiche d’inclusione sociale e riabilitazione psicosociale; ospedale psichiatrico verso ospedale generale verso servizi territoriali.

7. Falsi dilemmi in cui scavi con dieci saggi scritti portando Marco Cavallo nel mondo, nei poteri dell’industria farmaceutica e del marketing, della diagnosi imperante e onnivora per cui tutto è psico- e nulla socio-, così sradicando culture e differenze. Non è forse quello che sta accadendo volgendo lo sguardo alla fenomenologia delle migrazioni in questo disumano e tutt’altro che scientifico classificare i profughi da guerra, i migranti per clima, per fame, economici, etnie, genere e l’elenco potrebbe continuare. Il tutto senza porre il tema della cittadinanza e i sistemi sanitari centrati sulla persona e a proposito di migrazioni, società in cui riconoscere e riconoscersi. Poni il tema della cittadinanza che apre la questione del fare comunità di cura che diventa operosa e interrogante la società per le politiche pubbliche intrecciando il welfare con il welfare community. È radicalità temperata, basata su esperienze di comunità concrete che ti fa dire a un certo punto, che basterebbe un po’ di buon senso e di pratiche conseguenti per evitare la povertà della psichiatria. Questione non banale quando i saperi hanno perso il buon senso e quando sono egemonizzati dalla scienza triste che è diventata l’economia, che ha scisso il rapporto tra utile e senso.

8. Il senso e l’utile sono due polarità sempre presenti nei tuoi decennali saggi, sia quando l’utile si fa feroce profitto e marketing delle case farmaceutiche, che quando si fa furore classificatorio da disciplina verticale che ha perso la sua orizzontalità di ascolto. Di ascoltare chi ha smarrito la propria ombra e per ritrovare senso, visto che l’identità non sta solo nell’io ma nella relazione con il noi, dall’ascolto si passa all’identità relazionale nella comunità e infine il salto da te affrontato nel saggio sulla disabilità mentale e abilitazione alla cittadinanza. Non credo sia un caso se entrambi, originari di una vallata alpina, ci siamo ritrovati alla Casa della Carità di Don Colmegna a Milano, luogo margine che si è fatto centro interrogante dell’abilitare alla cittadinanza la moltitudine del disagio e dei dannati della terra alla ricerca di senso.

9. Di te che te ne andavi con Marco Cavallo nel mondo mi parlava negli anni Novanta Camillo De Piaz, di te, che con l’istituto Mario Negri e Gianni Tognoni operavi in America Latina. Anticipatoria, a proposito di salto d’epoca, la tua riflessione sulla salute mentale globale. Sfida della Conferenza di Caracas organizzata nel 1990 che aveva come obiettivo far passare Marco Cavallo oltre le mura dei manicomi affermando i diritti dei pazienti e chiedendo forme politiche pubbliche adeguate. Da qui un movimento di senso partito da quella parte del mondo dove anche era negato l’utile di sopravvivenza. Sarebbero venuti dopo i movimenti no global. Da quel movimento globale della salute mentale e da quella dichiarazione di Caracas una serie di contaminazioni verso i poteri, con pubblicazioni, successi e insuccessi che ti hanno visto protagonista. Ne dai conto nel tuo racconto di quella fatica di Sisifo che è stata il portare «nel palazzo» dal 1990 a oggi, la voce e la crescita dei movimenti di salute mentale per servizi territoriali, diritti e cittadinanza. Reti che continui ad alimentare con il tuo lavoro alla fondazione Gulbenkian di Lisbona. Con un punto di snodo che condivido, citando Beccattini che ha scavato come Sebregondi e Balbo, che tu citi, nei percorsi dell’economia sociale e di mercato: addomesticare le transnazionali e/o globalizzazione dal basso partendo dai territori e dai soggetti sociali. È di nuovo l’oscillare metodologico del pendolo del margine che si fa centro.

10. Da qui un tuo sguardo globale che rende il libro un ricco remapping dello stato dell’arte dei movimenti dal basso nell’orizzontalità delle reti sociali, oserei dire delle moltitudini del senso, che solo anni dopo, altri esamineranno come dinamiche di un impero della geografia politica e globale o come nuova geografia funzionale dei flussi. La raccolta di numeri e di comunità concrete flebili ma resilienti dalle Americhe alla Cina, dal Far East al Medio Oriente all’Africa, con tracce di quel locale Marco Cavallo di Trieste. Arrivando poi a porre tre ambiti ove occorre operare tra realtà e trasformazione: le povertà, le città, le migrazioni. Sono i muri ancora da attraversare ritrovando la «capacitazione» (Amartya Sen) confrontandosi con le povertà per evitare la povertà della psichiatria e delle scienze sociali, con le città sfidate sempre più dai giovani marginali, dai comportamenti delle persone in preda al disagio e dai comportamenti reali o percepiti delle comunità dei migranti, il tutto ponendo il tema della cittadinanza e dei diritti. Una traccia e una mappa di comunità concrete per tenere assieme senso e utile: nell’abitare, nello scambiare identità, e produrre e scambiare merci e valori, deistituzionalizzazione dei servizi di welfare e welfare community e impresa sociale. Percorsi «per ridare un sogno collettivo che da tempo appare infranto e sconfitto». Dedichi questo libro come un percorso eterotopico della formazione dei giovani.

11. Eterotopie del possibile con cui sfidi la psichiatria a confrontarsi. È un libro sfidante, utile, interrogante la realtà in trasformazione. Come ultima nota a margine, a proposito di eterotopie che altro non sono che utopie scaricate a terra dalla nostra capacità di azione, le comunità concrete nel mio linguaggio, ho colto una traccia di utopi; nel tuo breve saggio su Freud e l’impossibilità di una criminologia psicoanalitica passando per Dostoevskij e I fratelli Karamazov ove, addestrandoti nella separazione tra ordine giuridico, ruolo della pena e ordine psicoanalitico e psichiatrico della cura, scarti di lato e ci consegni un’utopia: immaginare una pena e una cura senza istituzioni che le contengano. Un mondo senza carceri, ghetti, enclave, istituzioni totali, un mondo della cura senza manicomi ma di comunità possibili. L’isola di utopia che continuiamo a cercare assieme nella nostra amicizia a priori.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi