Maia Giacobbe Borelli

Quest’anno il Festival d’Automne di Parigi presenta una retrospettiva del coreografo Jérôme Bel, composta di otto creazioni e un film.

Bel, coreografo francese, è conosciuto in Europa a partire dallo spettacolo omonimo del 1995. In quell’occasione due danzatori, nudi in scena, cercavano gli elementi minimi necessari a definire uno spettacolo di danza, senza scenografie, costumi, luci, e soprattutto parlando molto, senza quasi danzare. Da allora ha creato una ventina di spettacoli, sovrapponendo regime discorsivo e performativo e cercando sempre di allargare i limiti della sua pratica coreografica. Corteggiato dalle maggiori istituzioni della danza francese: Opera di Parigi, di Lione, Festival di Avignone, nei suoi lavori analizza i dispositivi della danza, i modi di operare, le strutture di soggettivazione dei performer e quelle di emancipazione dello sguardo dello spettatore.

A Parigi, in questi primi giorni di festival, ha presentato Gala, in scena un gruppo misto di amatori e professionisti di varie discipline della danza, e Disabled Theatre, creato con una compagnia professionale composta di portatori di handicap mentali.

La singolare scommessa sottesa a questi spettacoli è la seguente: si può portare a danzare in scena chi non “sa” danzare?

Nel caso di Gala tutto ha inizio con una piroetta di danza classica che uno per volta cercano di eseguire, senza riuscire, tranne quella che è chiaramente una ballerina, corpo allenato, tutù bianco, scarpette rosa, esecuzione perfetta. Per gli altri la cosa si fa imbarazzante, i loro corpi non aiutano: ci sono in scena un paio di anziani, una graziosa bambinetta bionda di 3 o 4 anni, un giovane ragazzino di pelle nera chiuso in una aderente tuta gialla di spugna, seminascosto da un cappuccio, alcuni obesi, altri troppo magri, troppo bassi, troppo alti, perfino una ragazza che si muove sulla sedia a rotelle.

Ci si sente a disagio davanti a questi dilettanti allo sbaraglio.

Qualche spettatore si alza e se ne va.

Poi piano piano ognuno dei personaggi propone agli altri la propria specialità: pop, music-hall, majorette, acrobatica, danza africana, hip hop, ed ecco che quelli che sembravano i più allenati, si ritrovano a sbagliare come o più degli altri, e ognuno rivela una piccola fiamma interiore, una sorprendente passione nascosta, un’individualità precisa. Davanti a questo inventario di danze, che continuano comunque a essere mal eseguite, cominciano a porsi questioni importanti.

Del tipo: la tecnica è sempre necessaria? Esiste ancora la possibilità di danzare una danza che non abbia bisogno di professionismo, una danza dove trovi spazio la singolarità di ognuno?

E, specialmente, in che cosa consiste la “presenza” di chi è in scena?

Dopo una breve pausa ecco il gruppo riappare in scena con i costumi scambiati, in una comica promiscuità, ricominciano a provare le danze: il caos dei gesti amatoriali, imitati e moltiplicati dalla ripetizione, diviene sempre di più forza spettacolare.

Il disordine di questo spettacolo ci riporta a un vecchio spettacolo di Peter Brook, quel Marat-Sade da Peter Weiss che nel 1967 esaltava la forza eversiva provocata dalla rottura di ogni costrizione e di ogni schema da parte di un gruppo di attori “folli” (anche se in quel caso gli interpreti erano bravissimi attori).

Questa immagine liberatoria è ancora più forte nel caso di Disabled Theatre.

All’inizio, gli attori-danzatori di Zurigo, entrati in scena uno per uno, si fermano immobili, guardano (e si fanno guardare) per almeno un lunghissimo minuto, in un silenzio totale. Poi si siedono a semicerchio, vicino ogni sedia una bottiglietta d’acqua.

Una traduttrice chiede agli attori-danzatori di eseguire quello che Jérôme Bell ha deciso di offrire al pubblico. Loro rispondono in tedesco e lei traduce in francese, poi uno per volta si esibiscono. Si presentano con il nome, la professione (attore, lo spettacolo è in tournée dal 2012), la diagnosi (quasi per tutti si tratta di Sindrome di Down).

Sono Tiziana, Remo, Nicola, Julia, Sara, Fabienne, Mathias, Gianni e tutti gli altri: undici giovani disabili con handicap mentali.

Eseguono improbabili assoli di danza, ballano con i calzini, con le sneakers, agitano foulards, imitando maldestramente i gesti delle coreografie viste su YouTube. Durante ogni singola esibizione percepiamo la solidarietà affettuosa di tutti gli altri, che applaudono, ritmano il tempo, tutti impegnati a sostenere quello che danza.

Si danza su canzoni di Justin Bieber, («Che è molto meglio di Michael Jackson!», dice convinta Fabienne), poi ai ritmi del rap e dell’ hip hop, fino a danzare They Don’t Care About Us, canzone di Michael Jackson che sembra creata proprio per loro.

Alla fine ridono e salutano il pubblico saltellando, allegri come bambini. Si sono proprio divertiti, e noi con loro, se ci facciamo prendere dalla loro energia.

I due spettacoli mi hanno emozionato come da anni non succedeva più, dai tempi dei migliori spettacoli con i detenuti della Compagnia della Fortezza di Volterra, The Brig (1994) o il primo Marat Sade (1993).

Restiamo attratti non solo perché i corpi gesti di questi insoliti attori-danzatori sono presenti al movimento e all’esperienza come pochi altri in scena, ma anche perché i performer “coreografati” da Jérôme Bel sanno essere veramente fuori da ogni codice. In questa loro singolarità, quello che a prima vista sembrava essere messo alla berlina, il deficit, (che c’è, perché veramente essi non padroneggiano nessuna forma coreografica comunemente intesa), si rovescia nel suo contrario, nell’esposizione di una soggettività che si rivela come un vero punto di forza.

Questi attori-danzatori non sono più l’oggetto del nostro sguardo benevolo o compassionevole, come si potrebbe pensare, al contrario riescono a essere protagonisti della comunicazione con il pubblico, restando ben lontani da discorsi logori di danza-terapia. Proprio grazie all’assenza di ogni maestria tecnica raggiungono un grado zero della danza, una condizione primaria che appassiona.

Queste danze “disabili” e maldestre permettono a corpi di solito senza parola di esprimersi per esporre una dirompente alterità.

Come in altri spettacoli di Jérôme Bel (vedi il film Véronique Doisneau, sullo spettacolo del 2004 che vede come protagonista una ballerina classica nel suo ultimo giorno di lavoro all’Opera di Parigi) i performer sono invitati a parlare della propria danza, sono danzatori con pieno diritto di parola. Su invito di Jérôme Bel, che domanda loro cosa essi e i loro genitori pensino di questa esibizione, possono persino confidarci che sentono di avere qualcosa da mostrare, di essere felici di poter essere come sono, li sentiamo dichiarare al microfono che si sentono bene a mostrarsi, nonostante mamma abbia pianto, vedendoli esibiti sotto i riflettori come Freaks, o animali da circo.

In questo corto circuito tra la loro condizione oggettiva e la loro libertà di esprimersi sta la forza di questa salutare esibizione. L’esperienza di noi spettatori si fa insieme intellettuale e sensoriale, ben più profonda del solito. Si esce allegri da entrambi gli spettacoli, grati della generosità di questi singolari performer, e più leggeri.

Gala (2015) e Disabled Theatre (2012) due spettacoli di non-danza nella retrospettiva dedicata a Jérôme Bel al Festival d’Automne di Parigi dal 4 ottobre al 23 dicembre 2017

Immagini degli spettacoli e informazioni sulla retrospettiva Jérôme Bel al Festival d’Automne

Il film Véronique Doisneau (2004)

La canzone di Michael Jackson They Don't Care About Us al Live Munich 1997

Filmato del Marat-Sade di Peter Brook da Peter Weiss, 1967

Spettacolo della Compagnia della Fortezza di Volterra, The Brig (1994)

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