Maria Anna Mariani

I giocatori corrono dietro al pallone, ansimano dietro al pallone e poi sudano, quanto sudano. Intanto Anna Frank sorride dalle loro maglie, sorride mentre aspetta di morire e ha tredici anni, ne ha quattordici e poi quindici e poi basta, poi muore. E oggi rieccola, la ritroviamo sul cotone sudato, le sue parole rimpiazzano l’inno di Mameli, il diario se ne sta sospeso en plein air tra i fischi e i goal.

I giocatori indossano il volto di Anna Frank, una folla di Anne Frank sobbalza sui petti ansanti mentre la palla saetta nello stadio, e questa visione vorrebbe dire che #siamotuttiannafrank, perché è così che rispondiamo al gesto degli estremisti delle curve, agli adesivi antisemiti attaccati sugli spalti durante la guerra civile del derby.

#siamotuttiannafrank: è questa la reazione democratica al gesto dell’antisemita. Ma in fondo non c’è tanta differenza tra il gesto dell’antisemita e quello del democratico. Così scriveva Jean-Paul Sartre: nel 1946. L’antisemita distrugge l’ebreo come uomo e lascia in lui soltanto il paria, l’intoccabile: sei un ebreo, nient’altro che un ebreo. Ecco allora che il democratico si indigna, vuole difendere l’ebreo dall’offesa antisemita, ha ragione a indignarsi ma per riuscirci cosa fa? Proclama che tutti gli uomini sono uguali e quindi accetta l’ebreo solo a patto che l’ebreo si neghi come tale. Ecco così che essere ebreo non significa più nulla: siamo tutti ebrei, #siamotuttiannafrank.

La tendenza, o tentazione, a fare di ogni ebreo l’ebreo di ogni uomo è radicata nella storia. Se questo è vero, allora ogni uomo ha un particolare rapporto di responsabilità con questi altri rappresentati dagli ebrei. Occorre riflettere sulla distanza che separa il sé dall’Altro: non siamo tutti ebrei, #nonsiamotuttiannafrank.

E non possiamo esserlo. Immedesimarsi non è un processo innocuo e andrebbe disciplinato, senza arrivare a dissolvere i confini tra il sé e il non sé. Occorre partecipare all’esperienza altrui con un grado di empatia che sa riconoscere la peculiarità inassimilabile dell’altro.

Eppure è così facile dirlo: #siamotuttiannafrank. È proprio facilissimo e a farlo non è solo il democratico con la sua parola reattiva e le sue buone ma maldestre intenzioni. Nell’accademia chi studia la Shoah sente cantilenare da anni questo ritornello: Anna Frank è assimilata, di ebraico ha ben poco, è una generica ragazzina, un prototipo dell’adolescente: è una Young Girl (al punto che in Giappone il nome in codice che le ragazzine si bisbigliano all’arrivo delle prime mestruazioni è proprio: Anna Frank).

Tutti, tutti siamo inclini a immedesimarci in quel volto. Perché questo accade, che cos’ha di speciale? Questo: che non ha niente di speciale, perché è il volto di una bambina. E i bambini sono astratti, non alterati: le impurità dell’identità e del divenire non si sono ancora accumulate sulla loro struttura pura, malleabile e così pronta ad assumere qualsiasi contorno e sporgenza. Il volto di Anna, in quanto bambina in divenire, è una superficie sulla quale si possono proiettare tutti i volti desiderati. Al punto che potrebbe diventare un volto come questo:

Una ragazza – quasi una Barbie – con lo sguardo sognante, le labbra che mimano i contorni di un cuore, il busto adolescente foderato di jeans. Questa immagine appartiene a una copertina sudcoreana del diario oggi non più in circolazione, bandita persino dalla biblioteca nazionale di Seul, e però sintomatica del processo di progressiva rarefazione dei tratti identitari di Anna Frank: #siamotuttiannafrank.

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