Nello Speciale:

  • Angelo Guglielmi, Riflessione sul '68
  • Lorenzo Madaro, L'arte ribelle del 1968

Riflessione sul '68

Angelo Guglielmi

Giulio Paolini, Autoritratto con il Doganiere

Il ’68 è l’anno in cui si realizza e conclude una sorta di liberazione degli uomini (e del loro agire, preparato e costruito dall’intero decennio sessanta (con inizio metà anni cinquanta) quando gli uomini e il loro agire si resero conto di essere imprigionati nelle strette di una cultura e tradizione sviante e non più capace di sostenere la vita del vivente. Una cultura tra idealismo e positivismo che era stata travolta dagli anni precedenti di fascismo e di guerra e aveva perduto l’attrezzatura ideologica (e dei comportamenti) in grado di far fronte alle “novità” che in campo economico, sociale e del pensiero creativo fragorosamente avevano fatto irruzione nel mondo e nella società italiana. Boom economico che trascinava gli italiani (ancora per oltre il 50% analfabeti) in un benessere che non erano in grado di gestire e di cui incassavano i vantaggi in modo disordinato e fuori coscienza; una situazione sociale in subbuglio con enormi masse in corsa migratoria (chi verso il Nord del Paese, chi verso terre lontane); una tradizione del sapere in crisi di vecchiaia con smarrimento dell’antica affettività (di sentimenti e modalità di relazione) e nascita di nuove imperiose aspirazioni-ambizioni che mancavano tuttavia di un contesto, di un cielo e di una respirazione in cui e con cui manifestarsi.

Appare ovvio che fossero coloro che hanno maggiore consuetudine con il pensiero (musicisti, pittori, scrittori) ad avvertire l’urgenza di nuovi convincimenti, di un rinnovamento (una rivolta con quel di improvvisato che le rivolte comportano) della modalità e delle forme in cui esprimersi, constatato che di quelle vecchie (che avevano ereditato) non riconoscevano più i segni. E tra questi per primi gli scrittori (primi nel senso che più facilmente potevano essere compresi dal pubblico dei fruitori con il quale condividevano l’uso della stessa lingua di base, parlando con le stesse parole). Sì, gli scrittori. A cominciare da Elio Vittorini che in anni ormai dimenticati lanciò la sfida del suo contestatissimo Politecnico,e poi, con obiettivi più immediati, i filosofi metafisici e del comportamento (da un Gramsci inaspettatamente attuale, all’esistenzialismo rinnovato di Enzo Paci, alle ricostruzioni marxiane di Banfi e poi, strette in senso artistico, di Luciano Anceschi) incoraggiati dai più prepotenti Nietzche, Husserl e Heidegger che inauguravano (e davano evidenza) ai nuovi spazi in cui alloggiare le possibilità e opportunità della vita.

Ma non vi è dubbio che poi vi fu qualcuno – certo non eviterò l’accusa di conflitto di interessi, oggi così spesso malamente diretta – vi fu qualcuno (ripeto) che ebbe la capacità di raccogliere le varie imperiose richieste del “diverso” e del nuovo provenienti dal fondo della cultura (e del complesso di interessi in cui si impiglia) e fonderle in una sintesi operativa (e come tutte le sintesi imperfetta e sospetta di parzialità), e questo qualcuno fu il Gruppo ’63 (che prese il nome dall’anno in cui nacque) che riuniva perlopiù giovani scrittori (ma non solo). E di qui, per non abusare, ripetendo propositi e analisi più volte espresse, corro direttamente alla conclusione. Diceva Umberto Eco (e da qualche parte deve pure trovarsi per iscritto) che il Gruppo ’63 svolgeva la sua opera di contestazione (efficace e anticipatrice) nel solo modo che allora le era possibile (farlo), cioè agendo sul linguaggio che, nella stretta struttura-sovrastruttura proposta dalla dialettica marxiana, appartiene a quest’ultima (alla sovrastruttura), tanto che il Gruppo prese atto dell’esaurimento della sua funzione proprio quando la struttura (cioè scuole, università, lavoro, scelte di vita e varietà di fedi e credenze) perse la copertura protettiva e divenne agibile a disposizione dei protagonisti reali (cioè studenti professori operai salariati donne monaci e l’intero complesso di interessi che caratterizzava la società). Altri, i più materialmente coinvolti, erano diventati i protagonisti della contestazione e Quindici – lo strumento pubblicistico del Gruppo – in una ultima riunione (proprio nella settimana in cui aveva raggiunto la più alta diffusione di vendite), decise di sospendere le sue pubblicazioni, pur tra qualche veemente opposizione. Era il mese di giugno 1969.

E su tutto questo, sull’impegno difficile e disperato cui l’intero decennio sessanta (con prodromi nel decennio precedente) aveva atteso per la costruzione (insieme a tutto il Paese) di una nuova cultura, la Galleria d’arte moderna di Roma organizza una discutibile mostra!

Intanto chiederei all'organizzatrice cosa c’entrano Anselmo e Merz - illustri protagonisti dell’arte povera – e cosa Paolini e De Dominicis – che svilupparono l’attività per cui sono riconosciuti negli anni settanta e successivi – cosa c’entrano con il ’68? Arte povera e concettuale (o quel che sia) sono forme d’arte che arriveranno dopo, fondate su premesse e intenzioni diverse da quelle che animavano gli artisti del decennio sessanta. Che (ripeto) erano impegnati a fare qualche conto con la storia (sonorità che pur non volendo devo adoperare) alla ricerca di nuovi modi di pensare prima che di fare. E allora perché il bellissimo autoritratto di Paolini o la palla rossa di De Dominicis (che stavo per schiacciare)? E perché la serie fotografica di Carla Cerati tra Mondo Cocktail e Ospedale di Gorizia? Solo perché (opere e fotografie) sono datate 1968? Ma allora non è una mostra di testimonianza ma di celebrazione. Il sospetto anzi la certezza l’ho avuto davanti alla scelta di Festa cinese in cui l’incolpevole (amato) Schifano, abituale abitante di sogni onirici, qui insolitamente guttuseggia, permettendo agli organizzatori di marcare con questa scelta (Festa cinese) la valenza di ufficialità con sottolineatura politica della mostra. Che è il segno più facile del significato del decennio sessantottesco. Immagino la risposta. Noi abbiamo preferito accennare a ciò che col ’68 nasce non ciò che (col ’68) si conclude. Ma se così avrebbe dovuto imporsi l’obbligo di una visione più larga (di una visione Paese) e allora occorreva situare il bellissimo (lo ripeto) autoritratto di Paolini dentro il ricordo non del Mondo Cocktail della Cerati ma (dentro il ricordo) di ben più gravi e tragici eventi.

è solo un inizio. 1968

Galleria Nazionale, Roma

fino al 14 gennaio 2018

L’arte ribelle del 1968

Lorenzo Madaro

Fernando De Filippi, V.I. Lenin nel 1920

È tempo di 1968, di riflessioni storiografiche su ciò che è avvenuto in quell’intenso torno di anni, come già rivelano i progetti espositivi che stanno iniziando a puntare uno sguardo sul quell’anno fatidico a qualche mese dal cinquantennale. E a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra. È solo l’inizio alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, la Galleria Credito Valtellinese di Milano ha aperto i suoi spazi per Arte ribelle. 1968-1978. Artisti e gruppi dal Sessantotto, un progetto espositivo più radicale, con circa ottanta opere scelte di nomi noti e meno noti di un decennio in cui le arti visive erano uno strumento di riflessione e impegno politico e sociale. E di lotta.

A Marco Meneguzzo, ideatore e curatore della mostra, spetta infatti il merito di aver ricostruito un decennio particolarmente fervido concentrandosi su uno specifico filone di ricerca – che a sua volta ha differenti declinazioni –, senza per forza confrontarsi a tutti i costi con nomi e movimenti arcinoti nella storiografia di quegli anni – Arte Povera, ma non solo, come accade nella mostra romana –, ma puntando una specifica attenzione soprattutto su nomi che finalmente stanno tornando al centro di un dibattito, anche per un generale clima di riflessione sugli anni Sessanta e Settanta, due decenni quanto mai paradigmatici per l’Italia e l’arte italiana.

Si fuoriesce dagli spazi deputati della cultura e dell’arte, si ignora l’ufficialità, si prediligono linguaggi plurali, pur non rinunciando alla pittura e all’immagine, ci si impegna nella scrittura programmatica: sono queste solo alcune delle vie di operatività in questo torno di anni, ma – come sottolinea il curatore nel saggio introduttivo in catalogo (invero, un vero e proprio libro, denso di una parte testuale che include anche interviste tra Meneguzzo e alcuni degli artisti-testimoni) – “Ed è proprio il comportamento, cioè, tutte quelle pratiche individuali e sociali che andavano modificando il modo di pensare e il modo di vedere, il terreno su cui gli artisti e gli intellettuali si misurano e costruiscono nuove proposte. Per loro – aggiunge il curatore – la divisione tra politica e indidviuo, tra giustizia sociale e felicità individuale non assume la forma di uno schieramento contrapposto, ma di un territorio assolutamente contiguo che può svilupparsi insieme e contemporaneamente”.

Grandi dipinti, fotografie, riviste e altro materiale editoriale (fanzine, cataloghi) e molta scrittura: il grande ambiente delle Stelline diventa così un contenitore di visioni, prospettive, stralci di un tempo che oggi non è letto in termini commemorativi e nostalgici, ma per quelle sue declinazioni che sono state oggetto di rivolte sociali e indagini complesse nei territori della cultura. C’è una missione che unisce tutte le operazioni di analisi e protesta, mettendo insieme il lavoro di tutti gli artisti, ovvero la volontà di dialogare con un nuovo pubblico, di allargare le prospettive della riflessione oltre i confini austeri e autoreferenziali del sistema dell’arte di allora. Ugo La Pietra – uno dei protagonisti della mostra – durante l’opening ha ricordato che all’epoca gli artisti impegnati amavano autodefinirsi “operatori estetici”, rinunciando alle categorie specifiche dell’arte. E d’altronde siamo in un momento in cui crollano del tutto gli steccati e gli artisti intendono entrare nei territori del dibattito pur non intendendo mai rinunciare alla pertinenza di un ruolo e di un ambito di appartenenza.

Le rivolte studentesche, la guerriglia, il femminismo e la politica: nel lessico di questo decennio “ribelle” c’è questo e molto altro. Nel grande spazio espositivo si rincorrono così le opere del ciclo Compagni compagni di Mario Schifano; le indagini sociali e antropologiche sulla città e le trasformazioni di La Pietra, che al lavoro artistico ha affiancato anche un impegno propriamente teorico e didattico in diverse geografie d’Italia e non solo (come emerge anche dalla preziosa mostra in corso, sempre a Milano, nella Galleria Bianconi); la pluralità degli interessi linguistici di Fernando De Filippi, presente con numerose opere che rivelano le sue attenzioni verso la pittura, la fotografia, lo spazio sociale, il cinema e l’opera d’arte pubblica, guardando a icone come Lenin e a frasi paradigmatiche legate alla denuncia sociale; la fotografia con declinazioni concettuali e sociali di Franco Vaccari; i paradigmi testuali di Vincenzo Agnetti; le immagini stratificate, con uno sguardo alla Pop, di Giampaolo Spadari; alla scrittura sui temi del lavoro di Gianfranco Baruchello; ed ancora – tra gli altri – Mario Ceroli, Gianni Pettena, Pablo Echaurren, Fabio Mauri e Gianni Emilio Simonetti.

Ne emerge un paesaggio cronologico e storico sfaccettato, denso di orientamenti – e contatti, per esempio con alcune espressioni linguistiche d’oltreoceano –, e che in un momento in cui in Italia e altrove l’ambito di un’arte politica sembra essere una delle vie maggiormente perseguite, ribadisce la lezione di quelli che oggi vanno considerati tra i maestri della storia dell’arte italiana del Novecento.

Galleria Gruppo Credito Valtellinese

Corso Magenta n. 59, Milano

12 ottobre – 9 dicembre 2017.

Info: creval.it

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3 Risposte a Speciale / Che fare (del Sessantotto)

  1. Sergio Falcone ha detto:

    1968, i nobili ideali, liberta’ ed eguaglianza. Come sempre, c’e’ qualcuno che se ne e’ avvantaggiato e primeggia, a danno dei semplici, degli onesti e dei creduloni. Molti dei vecchi leaders sono i nuovi padroni aggrappati ai loro privilegi. Io non stimo la mia generazione.

  2. Sergio Falcone ha detto:

    “E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche. Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà. Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

  3. cesare de seta ha detto:

    Mi pare impeccabile l’analisi critica di Angelo Gugliemi pertinente anche per i puntini sulle i degli artisti presenti: alcuni dei quali non c’entrano proprio nulla. Con Era di maggio scrissi una versione narrativa tra il gioioso e violento maggio parigino e, in controcanto, quello italiano che preluse ad anni tragici che Parigi non conobbe. Romanzo che piacque molto a Cesare Cases che ne scrisse su L’indice con la sagacia di cui era capace.
    Cesare de Seta
    cesare.deseta@gmail.com

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