Massimo Filippi

Il negro non esiste. Non più del bianco.

Frantz Fanon

Le prime sequenze dell’ultimo film di Aki Kaurismäki, L’altro volto della speranza, rivisitano in maniera sovversiva la pratica del blackface. Poco dopo essere emerso, con il volto più-che-nero, da un cumulo di carbone sul ponte di una nave appena approdata nel porto di Helsinki, Khaled, un migrante siriano, si sottopone immediatamente a una doccia sbiancante per potersi garantire una qualche chance di sopravvivenza in Finlandia. Se in origine il blackface aveva lo scopo di rappresentare in maniera caricaturale quelli che erano considerati i tratti naturali del Nero, Kaurismäki, come altri/e prima di lui, ricorre alla parodia per denunciare la violenza epistemologica dello sguardo bianco sulla pelle nera.

I meccanismi visuali convocati nella semantizzazione dell’epidermide e, quindi, nella costruzione della razza sono il cuore di tenebra che attraversa tutti i contributi di A fior di pelle. Volume collettaneo curato da Elisa Bordin e Stefano Bosco, A fior di pelle interseca diversi settori disciplinari per interrogare (dalle fotografie di neri di successo alle pubblicità di Carosello, dall’iconologia delle graphic novel o della cartellonistica cinematografica italiana del dopoguerra alle immagini degli “indigeni” sulle mappe geografiche del passato, ecc.) le modalità con cui lo sguardo, come l’erpice della macchina «veramente curiosa» della colonia penale kafkiana, conferisce voce al colore della pelle nel momento stesso in cui la marchia con il «labirinto di linee» e i «molti ghirigori» delle stereotipie del discorso coloniale e razzista.

Come sostiene Anna Scacchi nel pregevole saggio introduttivo, vedere la razza è fare la razza. Vi è infatti, per dirla con le parole di Lacan nel Libro XI del Seminario, una «schisi» tra «l’occhio e lo sguardo». Anche se siamo abituati a pensare che la vista sia qualcosa di assolutamente naturale e che, come tale, ci restituisca innocentemente indiscutibili dati di fatto, il senso di ciò che vediamo è in realtà mediato da quanto, in analogia con altri sistemi di discriminazione oppressiva, potremmo chiamare norma visuale. Le norme, come dovrebbe essere noto almeno a partire da Foucault, lavorano invisibilmente alla produzione di soggettività conformi, separando ciò che è socialmente intellegibile e riconoscibile da ciò che non lo è. La norma visuale non fa eccezione e si avvale di processi incrociati di invisibilizzazione e di ipervisualizzazione. Nel caso in questione, ipervisibilizza il bianco e il nero, invisibilizzando quanto sta nel mezzo; invisibilizza il bianco, che in tal modo viene a coincidere con l’umano, e ipervisualizza il nero, marcandolo in senso razziale come non-umano; infine, e soprattutto, invisibilizza sé stessa ipervisibilizzando la sua presunta naturalità. Al pari delle altre, la norma visuale naturalizza i differenziali di potere da cui sorge e che riproduce e normalizza i discorsi di sapere che sostiene e che ne consentono la perpetuazione. Riprendendo la riflessione di Marx nel primo libro del Capitale, se l’«atto del vedere la luce è un rapporto fisico tra cose fisiche», il capitalismo, con le sue leggi economiche e con le sue norme culturali, possiede l’insuperata capacità di far assumere ai rapporti sociali «la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose». È vero, la razza è una finzione che invisibilizza lo sfruttamento dietro una cortina biologica. Altrettanto vero, però, è che la razza è una finzione reale: nel momento in cui lavora a pieno regime, la sua prestazione principale consiste nella dematerializzazione di corpi, umani e non umani, di cui il capitale può servirsi come lavoro non salariato per incrementare esponenzialmente i suoi profitti. In breve – e questo è un punto tanto incompreso quanto appunto capitale –, non di sole leggi economiche vive l’Uomo, ma di ogni parola che esce dalla sua bocca circa la sua pelle, il suo sesso, il suo pollice opponibile e la sua postura eretta.

Sulla base di quanto detto, non dovrebbe sorprendere ciò che viene evidenziato da gran parte dei saggi raccolti in A fior di pelle: le immagini sono oggetti da maneggiare con estrema cautela. Se da un lato, infatti, sono mezzi potenti per denunciare le dinamiche di produzione della razza e per depotenziarne gli effetti di verità – come accade, ad esempio, in Django Unchained, in cui Tarantino scardina il confine bianco/nero creolizzando l’iconografia bianca del cowboy con quella nera dello schiavo –, dall’altro le immagini possono, inconsapevolmente o meno, essere causa di significativi “effetti collaterali”. È questo il caso del ritratto di Obama raffigurato in uno scatto di Pete Souza (11 dicembre 2011): nella sala ovale, circondato dalla devozione adorante della moglie e delle figlie, il primo presidente nero degli Stati Uniti è sbiancato dall’invadenza straripante della norma eterosessuale espressa sottoforma di famiglia mononucleare borghese a trazione maschile. Discorso analogo vale per l’immaginario che ruota attorno «all’iconografia del bambino dal corpo deformato dalla carestia che guarda all’obiettivo con grandi occhi supplichevoli», più utile a giustificare, come già sottolineato da Spivak, l’intervento paternalista del bianco redentore che a lasciare che i subalterni parlino autonomamente. In questo senso, le immagini che restituiscono al meglio lo spessore teorico e la pregnanza militante di A fior di pelle sono quelle associate alle figure di Toussaint Louverture, noto leader della rivolta degli schiavi ad Haiti, e di Nat Turner, capofila della ribellione “dimenticata” di un gruppo di schiavi della Virginia avvenuta nell’agosto del 1831. Entrambe queste figure hanno infatti avuto il merito di riportare l’agency rivoluzionaria dei neri nella sfera della visibilità, agency invisibilizzata dalla retorica schiavista che, strategicamente, l’ha sempre derubricata a fatti isolati frutto della follia di pochi fanatici.

In un Paese che si descrive con formule del tipo “italiani brava gente” (la visualità neocoloniale dell’Italia e la sua mixofobia machista sono analizzate in dettaglio nella sezione finale del libro), in un Paese in cui la miseria della politica si traduce nella demonizzazione dei migranti e delle ONG, nei respingimenti in mare, nel sostegno ai lager libici e nella retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”, in un Paese in cui l’approvazione di una legge sullo ius soli ha assunto le fattezze di un’irraggiungibile utopia e in cui il colore della pelle, come l’omicidio di Abba dovrebbe insegnare, è reso visibile sottoforma di pericolo/invasione/infezione/sporco, A fior di pelle è, né più né meno, una lettura imprescindibile.

A fior di pelle

a cura di Elisa Bordin e Stefano Bosco

ombre corte

pp. 301, euro 25

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