Massimiliano Manganelli

Più che un libro, La cognizione del dolore è un oggetto di culto. Non solo per la straordinaria qualità della scrittura, che ne fa uno dei testi più alti del nostro Novecento, ma anche, e non è un dato marginale, per quello che rappresenta nella storia personale di Carlo Emilio Gadda. Quel dolore inscritto nel titolo resta un grumo irrisolto, tanto che non c’è da stupirsi che l’opera sia congenitamente incompiuta; nella biografia dell’autore il testo sembra infatti una piaga aperta, mai sanata (ammesso che fosse possibile sanarla). E proprio per questo, per la sua natura di testo «intimo», più vertiginosamente e dolorosamente autobiografico, la Cognizione ha acquisito un valore particolare per i cultori di uno scrittore che al culto appare destinato sin dagli esordi. Forse attorno a nessun altro autore del Novecento italiano si è andata condensando, nel corso dei decenni, un’aneddotica pari a quella che circonda ormai la figura di Gadda, preda di una nevrosi che nella Cognizione del dolore trova la migliore espressione, in termini letterari (ma chissà, forse anche nei termini di una autoterapia, ancorché temporanea).

A rafforzare ancor più il valore cultuale (per prendere a prestito la definizione di Walter Benjamin) del romanzo arriva la nuova edizione pubblicata da Adelphi, a cura di tre studiosi che vanno annoverati tra i fedelissimi dell’Ingegnere: Paola Italia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela. Ora, chi conosce la bibliografia gaddiana sa che lo snodo filologico è costituito dalla notevole edizione critica approntata nel 1987 da Emilio Manzotti e pubblicata da Einaudi. Va detto subito che la riproposta adelphiana – sono gli stessi curatori a precisarlo – non intende fornire una edizione critica, e occorre anche aggiungere che, nel passaggio da Einaudi ad Adelphi, è venuto meno il puntuale commento di Manzotti (sarà facile addurre la mancanza a ragioni di carattere strettamente editoriale). Tuttavia le novità ci sono, e anche ragguardevoli: a cominciare dal Dossier genetico in coda al testo gaddiano, che riprende, in parte scorciandoli, i materiali collaterali e preparatori già presentati da Manzotti, a cui si aggiunge una intervista inedita dal titolo Ricordo di mia madre, proveniente dalle carte gaddiane del Fondo Roscioni. Il cuore di questa nuova edizione è nondimeno rappresentato dalla corposa Nota al testo che ricostruisce con estrema acribia le vicende editoriali del romanzo, contrassegnate da una tortuosità che dà conto di quanto, per molti aspetti, La cognizione del dolore fosse per Gadda un autentico problema.

Come è noto, lo scrittore milanese inizia la pubblicazione del romanzo in «tratti» sulla fiorentina «Letteratura», sollecitato dal direttore Alessandro Bonsanti, persecutorio maieuta che al «sempre remorante Gadda» impone ritmi furibondi per lui inusuali. Scrive infatti quest’ultimo a Contini nel giugno del 1938 (anno di inizio della pubblicazione dei primi tratti): «Raramente ho lavorato così intensamente per secernere prosa». Si badi a quel secernere, che in qualche modo rimanda, Gadda probabilmente ne era inconsapevole, alla produzione di veleno.

Interrotta la pubblicazione in rivista, il destino della Cognizione – o almeno di alcuni tratti – si incrocia con quello di altri testi, in particolare con L’Adalgisa (1944), ma, come riportano i curatori, il primo nucleo del romanzo era nato insieme alle Meraviglie d’Italia, giacché nella semplice forma del racconto avrebbe dovuto far parte di quella raccolta. Il definitivo approdo al volume, che avverrà nel fatidico 1963, con il celeberrimo saggio introduttivo del simpatetico Contini – «mallevadore a non dire complice (o addirittura ispiratore?)», suggeriscono i curatori della nuova edizione –, vedrà un Gadda sfinito, sia per l’età che per il fuoco incrociato di Garzanti ed Einaudi avviato già dalla fine degli anni Cinquanta. Non a caso Gli accoppiamenti giudiziosi, libro anch’esso in parte debitore della Cognizione, uscirà nello stesso ’63 ma per i tipi di Garzanti. Tra la redazione in rivista e quella in volume Gadda interviene in svariati modi, ma la modifica più rilevante si dà «per sottrazione», scrivono i curatori, giacché riduce non poco il peso e il ruolo delle note all’interno del testo.

L’ultimo passaggio editoriale avviene nel 1971, con la Quinta edizione einaudiana, nella quale, dopo il recupero degli ultimi due tratti, si spostano in appendice la nota L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore (quella che contiene il famoso asserto «barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine») e la poesia Autunno. Ed è questa l’edizione di riferimento del volume adelphiano curato da Italia, Pinotti e Vela. Sta qui la differenza sostanziale, almeno sul piano filologico, con l’edizione Manzotti del 1987.

Un’altra ragguardevole novità di questa Cognizione adelphiana è rappresentata dal dossier iconografico che la correda, circostanza che contribuisce, ancora una volta, a fare di questo testo – e di questo volume nello specifico – un oggetto di culto. La presenza del dossier chiarisce inoltre quale sia l’intento di fondo dei tre curatori: non semplicemente ricostruire la storia del testo, ma provare ad avvicinarsi, in un tentativo intrepido, alla scaturigine del romanzo, alla sua genesi. Del resto, per un critico, c’è qualcosa di più oscuro e affascinante della genesi di un’opera d’arte? Tra le varie immagini presenti nel volume spicca ovviamente, per numero di esemplari (se ne possono ammirare persino le planimetrie), quella della famigerata casa di Longone al Segrino, la villa in Brianza narrata già in un breve testo datato 1929 e pubblicato in un volumetto a parte, sempre da Adelphi, una decina di anni fa. Quella casa di campagna tanto voluta dal padre Francesco – Gadda la definisce «oggetto della consustanziazione narcissica» –, nonché generatrice della rovina economica della famiglia, costituisce l’epicentro di tutte le nevrosi che avrebbero prodotto il romanzo. Ma alla casa si aggiunge un altro elemento, il rapporto con la madre; e non a caso soltanto dopo la sua morte Gadda si azzarderà a scrivere La cognizione del dolore. Documento prezioso di questa genesi è una cartolina postale indirizzata al sodale Contini il 26 maggio 1936, a meno di due mesi dalla morte di Adele Lehr Gadda: «la mia casa di campagna (bella grana anche questa!) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzole e villerecce di un mondo che è tramontato per sempre lasciandoci solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò». E giustamente in quel «mi vendicherò» Contini scorgeva «il primo germe della Cognizione». Naturalmente dietro il fantasma della casa stava quello, ben più ingombrante, della madre, con la quale Gadda riuscì a fare i conti soltanto ex post. La lunghissima storia del romanzo sembra dunque la conferma di quel celebre detto: la vendetta è un piatto che va servito freddo. E quel piatto è delizioso, almeno per noi lettori.

Carlo Emilio Gadda

La cognizione del dolore

a cura di Paola Italia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela

Adelphi, 2017, 381 pp. con 17 tavole f.t., € 24

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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