Giovanni Palmieri

Chi si ribella oggi nella letteratura italiana alla dittatura di una narrativa che risulta – com'ebbe a dire Proust – soltanto un mero "sottoprodotto cinematografico dell'esperienza"?

Pochi, credo, e tra questi certamente Giorgio Mascitelli di cui salutiamo con nota ampiamente positiva il recente Notturno buffo edito da Effigie (Milano, 2017) e dedicato alla memoria del poeta friulano Raffaele Lazzara. Di Mascitelli vanno ricordati anche i tre precedenti romanzi – Nel silenzio delle merci (1996), L'arte della capriola (1999) e Piove sempre sul bagnato (2008) – oltre alla raccolta di racconti intitolata Catastrofi d'assestamento (2011).

I luminosi notturni di cui si tratta ora, spesso ambientati di notte in una extravaganza comica ed ironica sempre sorretta da una straordinaria verve stilistica, sono undici racconti. Oggetto della rappresentazione è sempre la realtà contemporanea colta però nelle maschere linguistiche e ideologiche di personaggi non integrati, non apocalittici, non disadattati ma soltanto lievemente inadattati. "Inattuali", forse, ma dotati a sprazzi d'involontario e lucidissimo spirito critico, essi si esprimono in una lingua espressionista che risulta comica perché del tutto inadeguata al loro status culturale. Una lingua, farcita d'ogni stereotipo, ma costantemente un po' troppo alta o troppo bassa.     

L'insonne delle Memorie di un insonne, ad esempio, recita una sorta di serrato monologo notturno da cui emergono sia l'angoscia delle proprie contraddizioni, sia una critica sociale all'instabile e "catastrofista" contesto storico in cui è costretto a vivere. Tra le barzellette che racconta nelle serate mondane con cui cerca di sfuggire l'insonnia, figurano ad esempio "quella della talpa e del carabiniere, quella delle scandinave e delle piramidi" [...] ma anche quella "delle tutele crescenti [...] quella del fiscalista lussemburghese [...] quella del protocollo di Kyoto, quella dell'abolizione delle frontiere [...]" e "quella del trionfo della libera scelta". Dunque vere barzellette insieme a barzellette che per quanto vere sono, ahimè, solo "barzellette"...  

In Un cuore al gelo, il protagonista che narra in prima persona la sua storia, è un giovane gelataio ossessionato dal lungo tragitto notturno ("l'ultimo metrò") che deve compiere dal posto di lavoro al proprio miniappartamento dove vive in una "plussolitudine" esistenziale. In una vita avara di soddisfazioni, il nostro monologa e strologa sul mondo senza però perdere un suo senso poetico delle cose, come quando sciorina liricamente la simbologia esistenziale dei gusti del gelato:

se guardo il limone e il suo gusto aspro [...], esso mi appare come il sapore dell'esperienza per mezzo della quale si discerne il grano dal loglio; se penso ai dolci fomenti delle varie creme, penso alla bellezza della gioventù e delle sue attese [...] il pistacchio ha un sapore più indecifrabile che mi ricorda le ambiguità e le scelte difficili che la società ci impone [...] infine il cioccolato fondente con il suo oscuro amaro senza fondo (pp. 35-36)

Una piccola, aurorale, luce di speranza sentimentale illuminerà il notturno gelato del nostro protagonista e, a questo proposito, va detto  che nella narrativa di Mascitelli un montaliano varco nelle rete esiste sempre in omaggio a quell'intelligenza che, com'è noto, non ammette vie chiuse.

Un'App per tutte le stagioni è un testo tendenzialmente comico e a tratti comicissimo, preceduto, però, in modo del tutto originale, da una confessionale introduzione drammatica del narratore in prima persona che contrasta col racconto vero e proprio ch'è invece narrato esternamente in terza persona. Una App, anzi la Manzapp, permette a Edmondo Scanfognati, portiere precario di un'azienda, di ricevere insieme agli amici sul telefonino tutti i giorni una foto sexy di una bella fotomodella. Ogni giorno della settimana è dedicato ad una categoria speciale:

il lunedì alla lingerie, i martedì alle luci dell'autunno, i mercoledì a Sappho (sic) per lui, il giovedì allo stile antico detto del camionista ovvero on the road, il venerdì a contorsioniste & esibizioniste, il sabato a polvere di stelle, la domenica a suore, infermiere e supplenti. (p. 43)

Sorpreso dai superiori a guardare le foto e nelle more conseguenti a questo suo gesto, Scanfognati sorprenderà se stesso e i lettori nel pronunciare un suo "eroico" e barteblyano "Preferirei di no"...

Novella dalle movenze di fiaba realistica da cui si dipana una sottile ma evidentissima linea allegorica, La notte di Valpurga, narra un black-out elettrico, avvenuto in una piccola cittadina, che sorprende in strada una ragazzina dal nome Selma. I Lumi, la ragione e diritti, insomma l'eredità dell'Illuminismo di cui la nostra società dovrebbe essere erede, sono dunque provvisoriamente sospesi. Ciò che accade allora nelle strade senza luce, cioè truffe, malefizi e violenze, sono poca cosa rispetto all'ipocrisia dell'addetto all'illuminazione che, in nome della libera scelta, allontana e minaccia la ragazzina che gli chiedeva giustizia per i crimini di cui era stata testimone. Infine un "elettricista socratico", dal nome benjaminiano e holderliniano di Angelo Scardanelli dirà a Selma qualcosa di molto simile a quanto sostenuto da Adorno e Horkheimer nella loro (qui evocata) Dialettica dell'Illuminismo. Osserverà, infatti, che se le regole del retto vivere sussistono solo in presenza della "luce" che doveva limitarsi ad illuminarle, allora c'è stato un capovolgimento dei fini: si sono scambiati i progressi della luce con quelli dell'umanità e la luce da strumento è diventata fine senza contenuti. Lascio al lettore la scoperta dello scambio finale di battute tra Selma e Scardanelli che mette in luce (è il caso di dirlo) il principale nodo problematico d'ogni teoria.

 In sede conclusiva, non potendo rendere conto qui per motivi di spazio di racconti come Un happy hour, Corigliato & Cerletti vanno a donne e Il giubbotto, ispirato al Cappotto di Gogol', voglio osservare su un piano più generale che la scrittura di Mascitelli tende sempre a mantenere un'assoluta interdipendenza tra il piano formale e quello tematico. Perciò la configurazione linguistica dei suoi testi non è un semplice mezzo, più o meno adeguato, ad un fine rappresentativo ma tende a coincidere con la rappresentazione stessa. Erede sui generis dei  macheronici, il pastiche mascitelliano accoglie una pluralità sapientemente disomogenea di lessici e registri spesso in contrasto tra loro. Si va dagli stereotipi colloquiali ai lacerti delle lingue speciali, dalla lingua delle canzoni (o dei libretti d'opera) al becerume dei gerghi giovanili di poco momento, dai motti professonali a quelli dotti, dai proverbi sino a giungere ad una massiccia feticizzazione della lingua letteraria citata o metacitata.

Su un piano più specificamente sintattico, il lettore osserverà la dilatazione parodistica e parafrastica della frase che spesso risulta una originale forma di eufemismo demistificatorio. Un solo esempio tratto da Un happy hour: "L'happy hour non è solo occasione di trastulli, diporti e momenti ameni, ma può diventare un utile veicolo dall'interfaccia friendly per introdurre amichevolmente anche relazioni che afferiscono all'ambito lavorativo e/o del prodotto interno lordo." (p. 132). Per dire ma banalmente "L'happy hour è uno svago ma anche una occasione di incontro per parlare di lavoro".

Il vasto insieme di materiali verbali messo in campo da Mascitelli in cui la parola non si limita a raffigurare ma è raffigurata a sua volta (Bachtin), esprime una divertentissima parodia ed un'ironica critica del sistema sociale, individuato sempre nelle sue ipocrite maschere linguistiche e dunque ideologiche. Tuttavia Mascitelli esprime nei suoi testi anche la nota dolorante d'una sofferenza etica, celata o sublimata dentro agli acidi corrosivi del sarcasmo e dell'ironia. Un'ironia che spesso si assolutizza ritorcendosi anche contro se stessa. È il caso, ad esempio, dell'introduzione al racconto Una App per tutte le stagioni, prima ricordata, che sarà una vera sorpresa per il lettore anche perché in questo caso gli si consentirà un'identificazione diretta tra il narratore e il suo autore.

Si ride molto in questo libro, ma si ride (per nulla amaramente) all'interno del linguaggio e dentro a un pensiero... Si ride dentro ad una forma letteraria che, orgogliosa di sé, non ha invidia dell'esistenza e non si pone dunque come sua mimetica reduplicazione verbale. Eppure all'esistenza della vita e delle cose del mondo (sublimi o marcio-danesi), la narrativa di Mascitelli partecipa intensamente ma – vorrei dire – partecipa e coinvolge il lettore soltanto all'interno di una forma artistica fortemente critica che non si sente parte di un tutto, come acqua nel bicchiere, ma si manifesta come ciò che si apre al mondo e lo rivela come propria e sentita autocoscienza.

 Giorgio Mascitelli

Notturno buffo

Effigie, 2017, 173 pp., € 12,75

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

                                                                              

  

 

 

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