Elisa Baglioni

Anton Pavlovič Čechov fu il nipote di un servo della gleba riscattatosi con caparbietà dopo anni di duro lavoro. Il padre, caduto in disgrazia quando Anton era adolescente, abbandonò la famiglia. Da Taganrog, città portuale sul mare d’Azov che lo aveva iniziato a un’umanità variopinta, il futuro scrittore si trasferì a Mosca. Qui mantenne la famiglia lavorando di notte ai racconti che pubblicava nelle riviste ed esercitando la professione di medico durante il giorno. Anton, terzo di sette figli, condivideva la passione per la letteratura con il fratello Aleksandr, al quale consigliava: smettila di scrivere di te. Un principio che applicava in primo luogo a se stesso, concedendo dignità letteraria a persone di ogni risma, alla varietà di soggetti che popolava la Russia imperiale. Così, come il medico rivolgeva l’indagine alla malattia, lo scrittore era interessato alle forme in cui si manifestava un’anomalia esistenziale, al sintomo di focolaio a cui tutti erano esposti, aristocratici e funzionari, contadini e artigiani.

Nella sua casa museo a Mosca è conservata una bellissima foto, un ritratto di famiglia scattato prima della partenza per Sachalin. Anton Pavlovič è l’unico ad indossare un soprabito bianco, è seduto in primo piano davanti alla madre visibilmente turbata, è al centro dell’immagine. All’età di trent’anni, malato di tisi, intraprende un viaggio a Sachalin, isola dell’estremo oriente russo a 10.000 chilometri da Mosca. E sede, dal 1860, di una delle colonie penali più dure dell’impero. A quale scopo? «Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle ragioni che avrebbero spinto lo scrittore a visitarla», scrive Valentina Parisi. Ragioni futili, o tremendamente serie: la morte improvvisa del fratello Nikolaj, le ambizioni accademiche, il senso di colpa nutrito nei confronti della professione medica, l’interesse per la questione sociale. Quali che fossero le reali motivazioni, questa scelta appare coerente con (e forse dettata da) la sua provenienza, la sensibilità e l’urgenza esibita nel lavoro professionale e artistico. Quel che è certo è che contribuirà enormemente alla maturazione del suo genio letterario. L’esperienza sull’isola ebbe come esito un’inchiesta, meditata sin dalle fasi preliminari, sulle condizioni di vita e sulle abitudini insulari, che all’epoca suscitò grande interesse non solo in Russia.

Di questa inchiesta Adelphi ripropone una nuova traduzione, L’isola di Sachalin, per la cura attenta e preziosa di Valentina Parisi. Il volume si apre con alcuni appunti di viaggio registrati durante la traversata della Siberia, che preludono all’inchiesta vera e propria, per poi concludersi con una postfazione della curatrice, seguita dalle fotografie che Pavlovskij scattò sull’isola negli stessi anni.

Lo scrittore partì da Mosca via terra nell’aprile del 1890, per tornarvi nove mesi dopo attraverso l’Oceano Indiano. Un viaggio, per l’epoca, incredibilmente avventuroso e pieno di calamità. Al suo arrivo, di notte, l’isola apparve a Čechov così come doveva averla immaginata: un luogo infernale, la costa avvolta dai fuochi e dai fumi degli incendi. Eppure il vero inferno di Sachalin, per questo luogo ideale di una colonia penale, è il clima inospitale, gelido e inadatto a qualsiasi forma di insediamento. «Le tenebre e il freddo, ecco l’inferno, e gli ortodossi sono così sciocchi da credere che i peccatori debbano necessariamente abbrustolire, bollire e ancora leccare non so che di bruciante», scriverà la figlia di Marina Cvetaeva parlando dei campi di prigionia sovietici.

Čechov non ha l’interesse del naturalista, raramente si abbandona a notazioni paesaggistiche. Il suo punto d’osservazione è rivolto all’indagine antropologica e sociale. Raccoglie dati, compila un censimento dei prigionieri, con la loro appartenenza confessionale, il luogo di provenienza, l’età e le aspettative di vita. Si sofferma sulla condizione delle donne, sia libere che prigioniere, costrette a una vita di stenti e obbligate alla prostituzione; testimonia il grado di sviluppo degli stanziamenti. Il progetto imperiale infatti era duplice: da un lato realizzare i campi correzionali, dall’altro garantire la creazione di una comunità di coloni sull’isola, che fu annessa completamente all’Impero solo nel 1875. Se dunque l’apparato statale aveva pensato, come soluzione alla malattia del corpo sociale, di istituire una struttura detentiva di questo genere, ne andava verificato il funzionamento. E attraverso il racconto quotidiano lo scrittore ne palesa le storture, la desolazione e lo stato di deprivazione morale e fisica in cui erano costretti a vivere non solo i detenuti ma anche gli uomini liberi al seguito.

L’indagine di Čechov è improntata alla massima dedizione e, insieme, a un apparente distacco; non indugia sulle punizioni esemplari e sulla violenza, che pure trovano spazio nei capitoli finali, censurati all’epoca della prima pubblicazione in Russia. In generale lo stile riflette «quell’indifferenza (se non insofferenza) nei confronti delle categorie letterarie prestabilite che, simile a un filo rosso, attraversa tutta la produzione dello scrittore», nota Valentina Parisi. La sua testimonianza si costruisce attraverso una lunga fase preparatoria; nei mesi precedenti la partenza, infatti, Čechov aveva studiato una mole considerevole di materiale documentario, che restituisce nelle pagine del testo accanto alle proprie memorie personali. Organizza il reportage secondo un principio geografico, percorrendo l’isola da Nord a Sud. Alcune volte emerge, quasi fosse un oggetto trafugato che salta accidentalmente allo scoperto, un aneddoto narrativo: come nel caso di un amore sbocciato tra due detenuti e conclusosi col suicidio del giovane abbandonato; oppure quando vengono descritti gli incontri con gli allogeni. Čechov riporta non solo informazioni etnografiche sui popoli dell’isola, i Giljaki e gli Ainu, illustrandone le abitudini alimentari, il vestiario e i rituali, ma ne descrive il carattere docile e mite, che contrasta lugubremente con la violenza instaurata dalla katorga, i lavori forzati. Per esempio leggiamo di un gruppo di Ainu che si danno alla fuga per lo spavento alla vista dei cosacchi che legano le mani dietro la schiena a due donne. Non si possono neanche tralasciare le note a fine testo, ricche di dettagli puntuali e bizzarrie sachalinesi, come quella di diagnosi mediche strampalate in cui si era imbattuto il medico scrittore: «allattamento eccessivo, inabilità alla vita, malattia mentale del cuore, infiammazione del corpo, esaurimento interiore, polmonite curiosa, etc...».

Dal viaggio Čechov torna profondamente cambiato: con la consapevolezza, rivelata nelle lettere al suo editore ma implicita nel libro, che i milioni di uomini mandati a marcire a Sachalin spesso erano stati sottoposti a giudizi sommari, e senza un briciolo di etica della pena, a causa dell’inefficienza e del disinteresse di chi, a migliaia di chilometri di distanza, stabiliva le regole dell’isola-carcere. Una lettura che riesce, come altri suoi capolavori, a modificare il nostro sguardo sul presente.

Anton Čechov

L’isola di Sachalin

a cura di Valentina Parisi

Adelphi, 2017, 457 pp., € 22

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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