Michele Dantini

Berenson e la moglie Mary ai Tatti

Malgrado le numerose inesattezze e gravi imprecisioni sulla storia politica e culturale italiana, per cui l’autrice mostra una rigogliosa indifferenza, Bernard Berenson. Da Boston a Firenze è il libro che si propone di essere: di piacevole lettura, informato ma mai pedante, spigliato senza cadere nell’indiscrezione, a tratti persino eloquente, è pronto a fare sfoggio di sé tra i coffee-table books di casa, concepito com’è per esserne l’equivalente portatile.

A pagina 226 leggiamo dell’irritazione di Nicky Mariano, bibliotecaria di Villa I Tatti e de facto seconda moglie di Berenson, per la tracotante leggerezza con cui la bipolare Mary, prima moglie del celebre storico dell’arte, era solita commentare in pubblico la politica italiana, in particolare il fascismo. Non si trattava, da parte di Mary, di un’opposizione ragionata: per giungere a questo, avrebbe dovuto migliorare di molto la sua conoscenza della lingua. Si trattava piuttosto di «un certo disprezzo angloamericano per buona parte della vita italiana», che in lei, di famiglia quacchera, aveva origini verosimilmente religiose. Costituisce forse una semplice curiosità che questo «certo disprezzo» si mantenga oggi, a distanza di decenni, nell’autrice del libro. Desta però una più contrariata sorpresa che l’editore italiano del volume autorizzi informazioni iperbolicamente fallaci come quella sull’origine dello Stato nazionale, che per Cohen cade nel 1871, e non nel 1861, quando il Regno d’Italia viene in effetti proclamato. E che dire dei sentimenti «antifascisti» destati in Berenson, qui inevitabilmente presentato come paladino della libertà e della legalità, dalle clausole antitedesche del Trattato di Versailles? Non è dato sapere in che modo il fascismo possa essere stato responsabile di trattative di pace condotte dagli anglofrancesi. D’altra parte risulta oscura, se non grottesca, l’affermazione secondo cui tra le camicie nere c’erano «alcuni ex funzionari irresponsabili». Che vuol dire, e a chi si riferisce Cohen? Forse a nazionalisti come Luigi Federzoni o a militari come Emilio Del Bono? È probabile che neppure i tascabili di cui Coehen sembra essersi lacunosamente servita per queste sue ricostruzioni storiografiche siano mai stati più precisi o circostanziati in proposito. E ancora: se stiamo a quanto Cohen racconta è Vittorio Emanuele III, in occasione del Gran Consiglio, a chiedere ai gerarchi di destituire Mussolini – anzi: a chiedere loro di «votargli la fiducia». Ma chiunque conosca le vicende della notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 sa bene che l’ordine del giorno poi risultato decisivo – ne esistevano diversi, l’uno in competizione con l’altro – fu stilato nell’occasione da Dino Grandi: esso prevedeva il ripristino dell’autorità militare del re e in nessun modo una «fiducia» a suo favore. L’arresto di Mussolini fu invece deciso da Vittorio Emanuele in piena autonomia. Nel segnare la brusca fine del regime, esso colse di sorpresa persino coloro che, in seno al Gran Consiglio, si erano espressi a favore dell’ordine del giorno Grandi. Nell’imbattersi in simili imprecisioni – ne abbiamo contate non meno di una dozzina – il lettore sobbalza sulla poltrona e si chiede se a un ritratto tanto squisito, tale, quantomeno nei propositi, il Bernard Berenson. Da Boston a Firenze, la dozzinalità della cornice non arrechi danni irreparabili.

Verso la fine del volume – quando la cronologia della vita di Berenson segna ormai il quarto decennio di residenza sulle colline di Settignano – Cohen si risolve infine a procurare qualche scarna informazione sui rapporti tra Berenson e politici o intellettuali italiani di orientamento liberale. In primis Croce, Salvemini e Umberto Morra di Lavriano. Apprendiamo quindi che esiste una sfera pubblica nativa. Occorrerebbe tuttavia un maggiore sforzo di scavo e precisione, da parte della biografa, per inserire l’attività dello storico dell’arte lituano di origine, naturalizzato americano, nel contesto dell’«antifascismo» italiano, articolando con maggiore precisione passaggi e congiunture – sforzo che resta da fare e, scommettiamo, avrebbe potuto non essere vano. E come valutare le circostanze controfattuali? Esistono amicizie che non sono immediatamente ascrivibili a una militanza ideologico-politica. È il caso di Carlo Placci, giornalista, scrittore e viaggiatore, acceso nazionalista, dannunziano prima, mussoliniano poi: le sue convinzioni politiche non impediscono, com’è prevedibile, che tra Placci e Berenson si stabiliscano rapporti cordiali e di lunga durata.

A fronte di amnesie tanto rilevanti o di stucchevoli semplificazioni, il libro di Cohen procede come di dovere, a mo’ di arazzo celebrativo che traccia in ampie e maestose volute l’attività di uno storico dell’arte dalla reputazione divenuta presto leggendaria. Certo: si ricordano i presupposti mercenari della connoisseurship berensoniana, anche se si lasciano prudentemente fuori gioco spinose questioni di attribuzione per così dire sollecitata e talvolta, forse, graziosamente concessa. Si rievocano la semplicità e la sprovveduta cortesia dei canonici di campagna con cui Berenson entra in contatto nel corso di pellegrinaggi che potranno prendere in seguito aspetto di razzia. E si accenna, sia pure en passant, alla sostituzione dei dipinti originali con copie «ben fatte» in pievi spogliate in una notte del loro contenuto di dipinti e arredi. Le copie, per Berenson non meno che per Gardner o Duveen, erano più che bastanti per saziare la pia dabbenaggine dei fedeli. Gli originali invece, all’insaputa dei devoti, potevano prendere la via di Boston e New York e rifornire le collezioni dei nuovi patrizi.

C’è qualcosa di diverso, in questo modo esclusivo e rapace di concepire il rapporto tra sé e l’opera d’arte, dalle «spedizioni etnografiche» che si conducevano ancora nel periodo entre-deux-guerres nei paesi del Sahel o in Africa centrale e australe, spesso sotto l’egida ufficiale dei governi inglesi e francesi? Non pare, anche se i selvaggi (e a mio avviso enigmatici) peana ultraliberisti levati da Cohen in onore della «nuova splendente cultura del commercio e della personalità, della ricchezza e del privilegio» impediscono ex ante una discussione franca e autorevole dell’«incontro culturale» (e del suo fallimento) nelle circostanze considerate. Berenson talvolta si piega alle aspettative speculative di commercianti e collezionisti. Talaltra si sottrae. In ogni caso sperimenta drammatici conflitti interiori. Se attribuisce litigiosamente alla moglie Mary, prodiga sino alla maniacalità, l’esorbitante necessità di denaro che continua ad affliggerlo malgrado le fortune guadagnate con l’autenticazione di dipinti italiani antichi, in anni tardi, con sanguinosa severità, giunge a considerarsi nient’altro che «un fallito» per aver tradito la propria vocazione di studioso. In ogni momento lo sostiene la convinzione (di origine in parte burckhardtiana) che l’arte europea debba il suo splendore all’esistenza di «aristocrazie mercantili» – convinzione, questa, del tutto fallace se riferita all’arte medievale, a gran parte dell’arte rinascimentale o ancora all’arte dell’Europa cattolica tra Sei e Settecento; ma che Cohen non esita ossequiosamente a rilanciare, malgrado la conclamata inattendibilità storica.

La legge 1° giugno 1939, n. 1089, detta anche «legge Bottai» dal ministro che ne fu al tempo propugnatore, costituisce senz’altro un tentativo ben congegnato, da parte del governo fascista, di limitare i danni recati al patrimonio diffuso (dunque anche «minore») da decenni di esportazione legale e soprattutto illegale di opere d’arte italiana. Lungi dal meritare esecrazione nel secondo dopoguerra, questa stessa legge, fondamento dell’articolo 9 della Costituzione repubblicana, ha introdotto nella giurisprudenza patrimonialistica oggi vigente a livello internazionale la nozione di bene privato a destinazione pubblica, del tutto nuova al tempo ma accolta in seguito da legislazioni straniere oltreché dall’UNESCO. Tutto questo è noto. Meno noto è forse che legislatore-ombra della legge Bottai è stato Roberto Longhi, che della contrapposizione a Berenson, ancora oggi scarsamente indagata in taluni primari aspetti di metodo e ancor più nelle implicazioni ideologiche, ha fatto una delle chiavi della propria attività di studio e di ricerca.

Nei Quesiti caravaggeschi: i precedenti, un testo del 1929, Longhi mette in scena l’infruttuoso «incontro culturale» tra lui e Berenson (ne ho scritto a lungo nel mio ultimo libro, Arte e sfera pubblica). Lo fa non senza malizia, per di più in evidente contiguità con le posizioni moderatamente strapaesane che, più o meno nello stesso momento, distinguono critici-scrittori come Soffici e Malaparte o artisti come Carrà. In occasione (verosimilmente) di una visita a Villa I Tatti, Longhi (ci racconta lui stesso) «si era sforzato di spiegare» a Berenson le ragioni del suo entusiasmo per Foppa, artista del Primo Rinascimento lombardo, al tempo considerato periferico e minore. Senza alcun successo. Nell’occasione Berenson aveva infatti smorzato l’entusiasmo longhiano per la «provincia lombarda» opponendo ad essa i Maestri metropolitani del gusto internazionale. Una semplice questione estetica o di gusto? Non direi proprio. A questa data, in gioco era il rapporto tra arte, «popolo» e «territorio»: che per Longhi, a differenza che per Berenson o per Longhi stesso a una data più precoce, sembrava avere acquistato importanza decisiva.

Rachel Cohen

Bernard Berenson. Da Boston a Firenze

traduzione di Mariagrazia Gini

Adelphi, 2017 (2013), 326 pp., € 32

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Una Risposta a Troppo tatto ai Tatti

  1. Gloria Fossi ha detto:

    Una recensione, questa di Dantini, che di per sé assume i valori della premessa, e che premessa, a un vero e proprio saggio critico sulla figura di Berenson, sulla quale ancora molto c’è da indagare e scrivere. Senza considerare, com’è ovvio, la spinosa questione del rapporto\non rapporto Berenson\Longhi. E Dantini lo fa ben capire, al di là delle giuste osservazioni su una monografia che dispiace un editore come Adelphi abbia pubblicato, senza averne minimamente valutato le pecche così evidenti, soprattutto agli occhi degli storici italiani. A mio parere, c’è anche un altro aspetto che è ancora tutto da indagare, ed è quello delle ambivalenti e controverse relazioni fra i due critici, Berenson e Longhi, così ideologicamente diversi, come ben spiega Dantini, e il più giovane Zeri, il quale non risparmiava osservazioni amare e talvolta sarcastiche, come sua abitudine, nei confronti dello studioso di via Fortini, mentre ricordava sempre con ammirazione il primo incontro ai Tatti con l’anziano critico americano, del quale teneva nel salotto di Mentana, con orgoglio, una fotografia incorniciata con dedica (“A Zeri, con l’amicizia, B.B.”). Molto ancora da indagare. E intanto attendiamo con curiosità il prossimo libro di Dantini su momenti cruciali del Ventennio.

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