Nello Speciale:

  • Piero Del Giudice, La base di una cultura diversa
  • Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Il bisogno di rischiare 
  • Roberto Mezzina, E dopo?
  • Giuseppe A. Samonà, Vento follia libertà cavallo

La base di una cultura diversa
Piero Del Giudice

Sono, riproposti, i saggi, gli interventi, gli instant-book di Franco Basaglia (1924-1980), Scritti 1953-1980, già nei tipi di Einaudi in due volumi nel 1981, all’indomani della sua scomparsa. Lo fa il Saggiatore con replica esatta, ma in unico volume, sempre secondo la cura originaria di Franca Ongaro Basaglia, coautrice di molti testi, compagna di lotta e moglie. Gli Scritti datano dall’inizio degli anni Cinquanta, durante il periodo universitario di Basaglia («...il lungo inutile training universitario, il gioco di potere delle scuole, delle ideologie, il mito della carriera, del prestigio pulito scientifico neutrale, il silenzio delle biblioteche...») comunque tempo della formazione, prima della discesa nell’arena della «grande psichiatria», il manicomio. La cultura cui si rivolge Basaglia è quella dinamica del pensiero fenomenologico e della psichiatria fenomenologica (Ludwig Binswanger), in particolare del pensiero di Eugène Minkowski (1882-1975). Il problema è rimettere al centro il malato, scuoterlo, risvegliarlo dall’anonimato in cui i tecnici della esclusione lo hanno ridotto e in cui il manicomio lo ha confinato – una volta svegliato, ascoltarlo: «il linguaggio del quale si serve l’ammalato è pieno di insegnamenti e da esso noi dobbiamo dipendere» (Minkowski).

Per inventare la cura occorre conoscere l’uomo concreto che si ha davanti, l’altro da sé, il malato, polo di una comunicazione da ristabilire, che sarà paritaria, compartecipe, antiautoritaria. Un’esistenza non può essere compresa in uno schema: «non c’è possibilità di comprensione psicologica di un individuo senza aver vissuto il modo in cui tale individuo ha concepito il mondo», «l’ammalato non trova nel medico l’amico nel senso banale della parola, ma vede in lui la possibilità di risolvere se stesso attraverso un uomo che lo comprende». Nello scambio il medico accetta pro tempore il mondo dell’altro, lo riconosce, lo promuove, ne è attratto, avverte come «anormale» il porsi nel mondo del malato, ma comunque è un porsi, un esserci, un dasein, quello dell’individuo posto nel mondo. Il medico vorrà «dimostrare al malato che la sua idea della vita non ha possibilità di realizzazione»: un’idea della vita, un’utopia, una ribellione, una domanda di modificazione dello stato presente delle cose. La malattia altro non è che il non saper porsi nel mondo, e la vita del malato è un continuo sforzo per riuscire in questo tentativo.

Quando Basaglia arriva nel manicomio – da quelle mura arrivano gemiti con le folate di vento e grida dei reclusi – non c’è una narrazione univoca, non un compound favolistico e di paradossali saperi, di mitologie trascendenti, non il luogo del Teatro del sé. È il mondo delle privazioni e dello squallore. Nel 1964 Basaglia comunica al I Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale, che si tiene a Londra, come la distruzione del manicomio sia un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio. Apre il suo intervento citando Artaud: «...possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza». Qualche anno più tardi, nella prefazione al libro La marchesa e i demoni. Diario di un manicomio (giudiziario): «Il manicomio è un campo di concentramento, un campo di eliminazione, un carcere in cui l’internato non conosce né il perché né la durata della condanna, affidato come è all’arbitrio di giudizi soggettivi che possono variare da psichiatra a psichiatra, da situazione a situazione, da momento a momento, dove il grado e lo stadio della malattia hanno spesso un gioco relativo».

Basaglia non fa mai sociologia, non la pratica neanche quando tenta di tracciare un catalogo generale dei repressi e rigettati nella Maggioranza deviante, il pamphlet compreso nella seconda parte del volume. Esiste una morbosità specifica come esistono i farmaci per curarla, ma il nodo prevalente è quello della società classista, la sua particolare produzione di devianza. Quella di Basaglia è un’analisi marxiana che si rifà ai rapporti di forza in campo, alla condizione sociale subordinata cui appartiene il recluso, all’origine sociale della patologia (e, dunque, alla sua risoluzione in una società modificata). Il ricco, poi, il benestante, nel dettaglio della quotidianità, in analoga calamità, potrà dispiegare potere contrattuale e – se mai ricoverato – terrà testa a medici e infermieri, dispiegherà un potere mai prossimo, anzi sconosciuto, a un proletariato del tutto esautorato.

Dopo tredici anni di insopportabile limbo universitario a Basaglia compare la complessa, stratificata, plurisemantica popolazione ammassata nei manicomi (150.000 le persone recluse negli anni Sessanta: anziani abbandonati, alcoolisti, homeless, vecchie prostitute, mendicanti, matti, squilibrati, clochard), la somma delle improduttività recise, la messa in sicurezza delle asocialità nella società fordista. La collaborazione dello psichiatra è determinante; egli fornisce regole e custodia, sovrastrutture e immaginario, all’ideologia del claustrum. Sono i vinti di una società classista oggettivata nella merce, la mattanza di un’etica ipocrita e bacchettona, il rimedio che si dà alle paure ataviche e sociali («il problema dei devianti ha nella nostra cultura ancora la faccia dello psicopatico, alle cui spalle risuona l’eco delle classificazioni di Lombroso, con il loro chiaro scopo di tutelare i sani dai “mattoidi, pazzi morali rivoluzionari” dai “delinquenti politici per passione”, dagli anarchici...»).

Tutta la vicenda basagliana, e gli Scritti qui raccolti, stanno, con insistenti e drammatiche ripetizioni, nel processo di liberazione dal manicomio. La vicenda prende le mosse a Gorizia, dal 1961, quando l’uomo pietrificato, immobile, senza uno scopo, del manicomio, inizia un percorso interno alla struttura manicomiale di aggio democratico – si chiamerà di «comunità terapeutica» – che è di mescolanza decisionale dei tecnici (medici già «funzionari del consenso» e infermieri, proletariato che non si riconosceva prima nella stessa classe sociale di appartenenza dei ricoverati) e dei matti, di co-gestione del paziente della macchina terapeutica e amministrativa. Ma tutte queste sono alla fine delle tecniche; urge un cambio di passo radicale, una rivoluzione vasta che affronti la dimensione sociale della malattia. Qualche anno dopo Basaglia scrive: «Nell’ospedale psichiatrico di Gorizia è stata attuata un’opera di trasformazione della logica manicomiale, da cui ha preso l’avvio il movimento antistituzionale che ha spostato la problematica psichiatrica dal campo puramente tecnico a quello socio-politico».

È a Trieste – Basaglia direttore dal 1971 e subito un gruppo di giovani psichiatri rivoluzionari e riformatori – che la socializzazione della «follia» inizia il suo cammino con la chiusura di fatto del manicomio (1973) qualche anno prima della legittimazione ufficiale. Ed è nella dimensione storica e sociale aperta dal ’68 che diventa lecita, auspicata dalle stesse autorità preposte – come è per l’Amministrazione Provinciale di Trieste – la chiusura del manicomio. Fu un evento straordinario ed epocale, quanto e più della liberazione dei folli dalle catene e dalle segrete lungo-Senna che Philippe Pinel (1745-1826) mette in atto negli anni della rivoluzione giacobina. Impossibile separare rivoluzione e rivolta sociale dai processi di liberazione di diversità così profonde, così radicate. Più si disgrega il blocco comune – sociale, produttivo, etico, di costume – più si apre il campo alla pluralità e alla diversità. È un mondo che trapassa: tragico, paradossale, anche «eroico». Appare e scompare impenetrabile, partecipa dello splendore dei supplizi e della miseria dell’atonia, della costrizione servile.

È questo che intende Michel Foucault quando scrive: «Forse un giorno non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia»? La follia dei predicatori per la pace, profetici, in piena crisi cristologica? (si chiamava Sifola, vestiva di sacco, barba e capelli lunghi, la piccola torma di bambini tra lazzi e ascolto nella piazza desertificata e tra macerie nel dopoguerra). Quelle cronache del tramonto di una grande civiltà costitutiva come quella contadina? «Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta» – scapolo, agricoltore, prete e parenti gli hanno scempiato le nozze imminenti – in Un giorno di fuoco di Beppe Fenoglio? Ultima resistenza replicata in quegli stessi luoghi – Montaldo Bormida è a venti chilometri da Ovada – più di un quarto di secolo dopo: nel marzo del 1987 Battista Schiavina, contadino di anni 51, si barrica in cascina, spara e resiste all’imponente assedio dell’Arma.

Lampi nella notte, un mondo grande che si gonfia sopra la follia, squarci... La lotta di Basaglia e i suoi scritti sono tuttavia del tutto prosaici, tutto è teso alla materialità delle condizioni e ai passaggi istituzionali e culturali del processo di liberazione. In fine dei conti: «una volta smascherata la finzione scientifica e la copertura ideologica, la psichiatria manicomiale rivela il suo vero volto: essa è povertà. Caduta la mistificazione medica, il servizio si pauperizza e rende manifesta la sua vera realtà, che è una realtà di miseria» (nelle pagine conclusive il macro-volume e già in Dove va la psichiatria? a cura di Luigi Onnis e Giuditta Lo Russo, Feltrinelli 1980). Noncuranti, lui e la Ongaro, di una scrittura di qualità: gli sono del tutto estranee fascinazioni letterarie o indagini sovrastrutturali della complessità dell’individuo, come è nelle pratiche psicanalitiche.

La battaglia è sul quotidiano delle condizioni concrete e sulle conseguenze della materialità sociale. Le priorità: distruggere il manicomio, azzerare la sua ideologia, mettere allo scoperto il malato, spostare la cura dal luogo chiuso al teatro grande del sociale. Tutto ciò niente ha a che vedere con le coeve e autorevoli voci dell’antipsichiatria (David Cooper, Ronald Laing). Pagine insistenti qui sulla modificazione della istituzione e contro il totale rigetto, così nel confronto con Laing dove l’esperienza londinese delle abitazioni miste, di medici, malati, forse infermieri: extramoenia, «senza somministrazioni di farmaci», solo accompagnamento nell’erlebnis, nell’esperienza del sé. Basaglia è per l’asilo, per un luogo – aperto – dove sia possibile la cura, il riannodamento dei rapporti sociali, la ricostruzione di sé nel mondo, la fine della destoricizzazione.

Come sarà allora il dopo-manicomio? Quali le cadenze e passi verso l’inquieta normalità? Nella prefazione al Giardino dei gelsi di Ernesto Venturini (Einaudi, 1979) – penultimo estratto della scelta di Franca Ongaro – scrive Basaglia come la cura ora, chiuso il manicomio, sia finalmente possibile, data in un rapporto con la soggettività sofferente in cui l’esperienza abnorme è «legata e strettamente connessa alla storia individuale e sociale». Riconosce, alla vigilia consapevole della sua morte, come l’approvazione della legge che porta il suo nome sia soprattutto il risultato di una razionalizzazione della società capitalista (delle sue produttività e improduttività) in una fase del suo sviluppo. Solo la lotta può tenere aperta la prospettiva: «Quel poco di nuovo che abbiamo, è nato dalle lotte che si sono fatte, dal momento in cui un’organizzazione di base, che esprime la classe oppressa, ha portato avanti alcuni balbettii, che potrebbero costituire la base di quella che può essere una cultura diversa».

Franco Basaglia

Scritti 1953-1980

a cura di Franca Ongaro Basaglia

il Saggiatore, 2017, 915 pp., € 42

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Il bisogno di rischiare
Mario Colucci, Pierangelo Di Vittorio

L’istituzione negata – compresa negli Scritti ora ripubblicati dal Saggiatore – è la cronaca ragionata dell’esperienza di Franco Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si racconta il tentativo di offrire risposte diverse alle persone internate e si registrano al tempo stesso le brucianti contraddizioni emerse nel processo di «modernizzazione» della psichiatria in Italia. Se facciamo cominciare la storia della trasformazione della psichiatria dal 1961, anno in cui Basaglia arriva come direttore all’ospedale psichiatrico di Gorizia, sulla bilancia storica dovremo mettere una fetta di tempo abbastanza consistente. Che cosa significa, oggi, porsi dinanzi a quasi sessant’anni di storia? E come soppesare una storia che, nella sua stessa specificità, non ha smesso d’intrecciarsi con eventi e cambiamenti di carattere più generale?

Due considerazioni vengono subito in mente, quasi come evidenze. In primo luogo è ovvio che, nel considerare questi decenni, sia necessario fare i conti con il «passare» delle generazioni. Quante se ne sono succedute e quali «differenze» si sono prodotte nel loro succedersi? In particolare, dagli anni Ottanta a oggi, i diversi attori della salute mentale hanno avuto la possibilità di raccontare quello che accadeva, ciascuno dal suo punto di vista? Si è raccontata la storia successiva alla legge 180 e in che modo?

La seconda evidenza è che, allargando un po’ la prospettiva, ci accorgiamo che la storia di cui stiamo parlando affonda le sue radici nella prima metà del XX secolo (la guerra e la resistenza al nazifascismo furono un’esperienza formativa comune a personaggi come Tosquelles, Bonnafé, Fanon e Basaglia), per poi incunearsi nel nuovo secolo; quel XXI che, per ragioni ben più profonde dei giochi aritmetici del calendario, si presenta piuttosto come l’inizio di un nuovo millennio, a causa dei cambiamenti epocali che nel frattempo si sono prodotti. È ovvio dunque che, nel soppesare la storia specifica della trasformazione della psichiatria e della salute mentale in Italia, non possiamo non fare i conti anche con gli effetti che tali cambiamenti globali hanno prodotto su di essa. In altri termini, quante «discontinuità» costellano questa microstoria (a partire dalla cesura, forse un po’ trascurata, costituita dalla stessa legge 180 e dalla successiva «invenzione» della salute mentale)? Che dire per esempio dell’aziendalizzazione della sanità pubblica, della crisi del welfare, oppure del ritorno in forze di una cultura «positivista» – con l’affermarsi delle neuroscienze, della psicofarmacologia, dell’EBM (Evidence-based Medicine) e del DSM, il manuale diagnostico e statistico edito dall’American Psychiatric Association e giunto alla sua quinta edizione? Come sono stati vissuti ed elaborati, dagli attori della salute mentale, questi eventi e processi?

Per tutte queste ragioni è utile l’occasione della riedizione degli Scritti di Basaglia: per considerare anche il punto di vista di chi, pur essendosi confrontato con la sua esperienza solo a posteriori, da quasi trent’anni condivide la storia e il quotidiano della salute mentale. Si tratta di gente come noi, che appartiene a una delle generazioni «di mezzo» e non ha vissuto di persona il processo di trasformazione e chiusura dei manicomi.

Negli anni Novanta, quando seguendo percorsi diversi ci siamo affacciati a questa realtà, Basaglia era già scomparso da una decina d’anni; tuttavia si respirava ancora un’aria impregnata della sua presenza. In particolare, per noi fu quasi naturale considerarlo non solo dal punto di vista delle pratiche che aveva promosso, ma anche da quello, all’epoca non del tutto scontato, del suo «pensiero». Basaglia ci apparve insomma come una figura intellettuale del Novecento tanto rilevante quanto misconosciuta. Di qui l’esigenza di riscoprirlo attraverso i suoi scritti, che cominciammo a studiare e commentare insieme, operazione a dire il vero poco praticata da chi aveva avuto la possibilità di lavorare con lui partecipando alla fase pioneristica della deistituzionalizzazione. I testi di Basaglia avevano per noi la sorprendente capacità di parlare contemporaneamente al tecnico e all’intellettuale: la sua pratica era anche pensiero, il suo pensiero era anche pratica. In definitiva, grazie al montaggio di punti di vista diversi, è stato possibile focalizzarsi su un nodo problematico, probabilmente decisivo, della sua esperienza: in che modo è avvenuto il passaggio dalla psichiatria d’ispirazione fenomenologica all’impegno pratico e politico per il superamento del manicomio? Attraverso la filosofia (Husserl, Heidegger, Jaspers, Sartre, Merleau-Ponty), Basaglia aveva inizialmente cercato di «comprendere fino in fondo» l’esperienza umana della follia; una comprensione che il discorso psichiatrico dell’epoca, arroccato nelle certezze del positivismo, rifiutava per principio, considerandola come qualcosa d’incomprensibile e inguaribile. Tuttavia il duro confronto con la realtà manicomiale gli fece scoprire che i pregiudizi di cui bisognava liberarsi richiedevano un lavoro «militante» per il superamento concreto di quella stessa realtà: prima di essere dei malati, infatti, gli internati nei manicomi erano degli esclusi sociali. La volontà di una rifondazione filosofica della psichiatria lasciò così il posto a un impegno pratico e politico, volto alla creazione di un nuovo legame sociale con i pazienti. Un passaggio che non va visto tuttavia come una negazione del suo essere psichiatra, ma piuttosto come una metamorfosi, una trasfigurazione radicale della sua volontà di sapere e del suo ruolo di terapeuta.

Gli Scritti, che raccolgono i saggi e interventi di Basaglia dal 1953 al 1980, oltre a fornire lo spaccato di un’epoca in cui teoria e prassi erano intrecciate a filo doppio, rappresentano il documento di un’avventura umana, intellettuale e politica fuori del comune, capace di parlare ancora oggi a un pubblico molto largo ed eterogeneo.

Il montaggio dei diversi punti di vista di cui dicevamo ha permesso di incontrare altre figure di tecnici e intellettuali del Novecento, realizzando una serie di ibridazioni di carattere «critico», talora inedite e forse in qualche misura arbitrarie (pensiamo in particolare al gioco di specchi con Foucault e con Lacan), ma che nascevano comunque dall’esigenza di far entrare l’esperienza di Basaglia in risonanza con i problemi e i dibattiti dell’attualità: biopolitica, governamentalità, «spiritualità politica» (ossia il nesso tra la trasformazione soggettiva e la trasformazione del mondo): altrettanti capitoli di un cantiere ancora aperto.

L’elemento comune a tale costellazione critica potrebbe essere riassunto nella seguente formula: il bisogno di rischiare. Rischiare l’incontro, per esempio, con una verità diversa da quella scientista della psichiatria; farsi sorprendere da qualcosa che sia anche o soprattutto la verità degli «altri», e che obblighi pertanto a rimettere in discussione la propria identità, il proprio ruolo, il proprio sapere e il proprio potere. L’atteggiamento critico – che in Basaglia era intessuto di «senso storico»: la consapevolezza di non padroneggiare mai i processi storici, e la conseguente necessità di confrontarsi senza sosta con le contraddizioni prodotte dalla propria azione storica – è in fondo un modo per restare vigilanti rispetto a tutte le «gabbie», soggettive e politiche, che impediscono di sviluppare pratiche di libertà e avviare processi di trasformazione della realtà.

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E dopo?
Roberto Mezzina

Il libro di Franco Rotelli, L’istituzione inventata. Almanacco, Trieste 1971-2010 (alphabeta edizioni, Merano 2015), propone un itinerario critico e sorvegliato, un racconto, insieme individuale e collettivo. Fogli d’album, cronaca e storia da un lato e storie di molti dall’altro. Nel riproporre la cronaca il libro evita la storiografia (certamente l’agiografia) e la mitologia; ma resta segnato dall’unicità e irripetibilità dell’esperienza, e in questo senso smentisce il tema del modello Trieste come tale, come vedremo oltre. Pone in un certo senso l’oggettività degli eventi, del nudo dato: vuole far parlare le cose, recuperare i commenti nel tempo in cui sono stati dati. Es-pone, non giudica. Non c’è solo la celebrazione, ma in parte la storia delle fatiche e degli errori, dei tentativi e delle innovazioni pro tempore riuscite. Nel rifiuto dello storicismo ordinato, si delinea piuttosto un racconto emotivo, quindi personale, e critico, quindi di necessità analitico.

Il racconto collettivo sembra proporre l’eterofonia dell’esperienza, che nessuno alla fine può realmente cogliere come un insieme. È ovvio che ci starebbero altrettante storie possibili. Questa è la storia di un direttore, di un leader. L’esperienza di Trieste si ripropone alla fine come quasi inconoscibile: come grande complessità e impossibilità di un racconto univoco, di una narrazione ufficiale. Ci sono state moltissime Trieste. L’istituzione inventata, che dà il titolo al libro, è il pezzo centrale, seminale, della sua traiettoria, tra etica, politica e complessità, segnata dal fare e dal costruire. Il pezzo citato di Jean Paul Sartre sugli intellettuali sembra essere stato assunto personalmente come riferimento fondante:

L’intellettuale è un tecnico dell’universale il quale si accorge che nel suo campo non esiste una universalità bella e fatta, ma che essa è continuamente da fare. La sua posizione non è scientifica. Egli applica a tentoni un metodo rigoroso a oggetti sconosciuti che demistifica demistificando se stesso. Conduce un’azione pratica di svelamento combattendo le ideologie e mettendo a nudo la violenza che queste mascherano o giustificano.

Basaglia viene ripetutamente colto nell’Utopia della realtà e in altri scritti del periodo triestino. Vi sono anche scritti di compagni di strada, che sono rappresentanti di altrettante istituzioni inventate, dai Centri di Salute Mentale (CSM) ai Distretti Sanitari. Le quattro fasi in cui Rotelli (che di Basaglia fu tra i principali collaboratori, e poi suo successore alla direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste; dal 2013 è consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia Giulia) organizza il materiale e il libro in un percorso, di cui vuole affermare coerenza e leggibilità, sono citate come una sorta di indice criptato: chiusura dell’Ospedale Psichiatrico; inclusione sociale; difesa della legge e diffusione internazionale; salute di comunità. Costruisce così un mainstream, una corrente leggibile come storia, guardata dalla sua ottica a volo d’aquila e, contemporaneamente, fondata sulla sua personale esperienza. Per cui si potrebbe anche dire: la fase 5 è la riforma? Ognuna è stata un salto di livello, un riproporre le stesse questioni in terreni più generali e inclusivi, ma esse si sono comunque e di necessità stratificate all’interno della corrente generale. Contemporaneamente tutti continuavano dentro le loro specifiche e cogenti contraddizioni, come noi dentro la salute mentale, dove inizialmente abbiamo lavorato in parallelo per legittimare, rendere credibili le terapeutiche che si andavano praticando e continuando il nostro discorso fino agli esiti recenti, nel tentativo di curvare l’emancipazione e le sue promesse verso la recovery.

Ricevere pubblico sostegno quando un insieme di servizi diventa di colpo la norma, lo standard della cura e dell’assistenza, pone dei problemi di legittimazione. La gente non parla mai a supporto di un sistema di servizi esistenti, a meno che non debba difenderlo come diritto acquisito. Esso è pur stato un sistema di gestione e anche di controllo («la gestione dell’istituzione» è un’espressione che tornava spesso nei primi anni, quando i CSM si affannavano a coprire i vuoti dell’azione anti-istituzionale); e nonostante ciò abbiamo cercato di piegarlo a dispositivo di una (possibile) liberazione. Rotelli è stato il maestro, mio e di molti, nei primi anni di difficile navigazione del dopo Basaglia. Non c’era allora solo il nemico-manicomio, che si andava liquidando, ma cominciava anche una navigazione accidentata e difficile della «nave dei folli» nel sociale e nella politica, nella tecnica, nei paradigmi. «Che significa curare?» era una delle interrogazioni costanti. Vi è stata una continua ricerca, a partire da lui, di riferimenti: molte le tracce percorse, e molte quelle interrotte o abortite. Ma negli ultimi 15 anni l’entrata della recovery e degli utenti mette tutto in linea, rompe le tentazioni intellettualistiche. La risposta alla domanda di sempre, «I soggetti? Narrarli», viene smentita: si narrano da soli. Si è intravisto un Cambio Paradigmatico tra istituzione-complessità-soggetto, ed è stata avanzata allusivamente l’ipotesi di una «terapia della realtà». La sintesi impossibile non viene proposta ma lasciata aperta.

La storia è continuata anche grazie a Rotelli, dopo l’apertura di possibilità creata da e con Basaglia. L’istituzione inventata e/o riabilitata è stata la proposta centrale, costruttiva, di Rotelli, la quale comprende pure la fine auspicata di una psichiatria separata e l’entrata nel welfare a partire dalla medicina: dal «curare davvero», come ha detto. E qui, se andiamo verso un concetto globale di salute, dobbiamo radicarlo nella vita e nella comunità e non nell’immaginario storico della medicina. Il paradigma simboleggiato dall'ospedale, come istituzione della rassicurazione sociale, e dal letto, come isola del sé, è quello che stacca la malattia dalla vita, il sintomo dal soggetto, che lo esperisce unicamente come problema del corpo e lo manifesta come tale. La storia che continua oggi comporta dunque:

1. La sfida della riproducibilità e della appropriazione (da parte di altri)

Esiste un «modello Trieste», di cui ci hanno chiesto e parlato gli inglesi, i gallesi, gli australiani, i neozelandesi, ma anche recentemente i rappresentanti del governo polacco, gli olandesi, i danesi, e tanti altri? Da un lato esso non è riproducibile, sfugge, le condizioni che l’hanno prodotta sono troppo complesse, un insieme di fattori irripetibili.

Ma che cosa si può generalizzare? Che cosa estrapolare? La sfida del rilanciare costantemente è stata dentro l’esperienza di Trieste e ne ha costituito la cifra peculiare, che, al di là delle Etiche, pone il campo del Politico, nel senso alto del termine. Che cos’è politico oggi? L’orizzonte politico è profondamente mutato in questi anni, tutto è mutato. Non c’è oggi ad esempio una teoria critica della società, e non c’è la spinta di movimenti complessivi, ma di tanti vettori settoriali. Siamo passati in questi anni dal pensiero del «noi siamo tutti uguali e tutti diversi ma vogliamo distribuire il Potere» al pensiero del «siamo individui, e differenti, e vogliamo confrontare i reciproci poteri». Come affrontare queste sfide? L’insistenza sui valori è corretta, ma essi sono un by product, di default. Vi è forse soprattutto l’insistenza su un metodo, che è quello di affrontare la realtà e le sue contraddizioni guidati dal valore fondante della libertà dall’oppressione e dalla gestione aperta dei poteri, da una mediazione fondata sul negoziare, sul riconoscere l’altro, battendosi perché l’altro non sia separato e muto, incomunicabile e incomunicante.

2. La sfida della riproduzione

È stata una grande avventura collettiva o un’impresa collettiva. Ciò che distingue l’essere umano è la cooperazione, come sostengono gli antropologi. Sennett parla dello scambio come fondante: non uno «scambio a somma zero», in cui una sola parte guadagna, o peggio «asso piglia tutto», in cui l’una sbaraglia l’altra, ma uno scambio che sia almeno «differenziante», ossia che metta in luce i poteri e i confini e li sveli, oppure uno scambio simmetrico, Win-Win, in cui tutti guadagnano, se non addirittura altruistico – lo scambio del dono. Attraverso scambi si costruisce una comunità di intenti e di pratiche o, più tragicamente detta, di destini? Una comunità dove tutti i membri «possano – attraverso la contestazione reciproca e la dialettizzazione delle reciproche posizioni – ricostruire il proprio corpo e il proprio ruolo» (Franco Basaglia, L’utopia della realtà). Questo si pone versus quella che Rotelli chiama «rocciosa stupidificazione degli individualismi» o «derive narcisistiche».

3. La sfida della deistituzionalizzazione che continua

L’Istituzione negata è qui svelata come falso dualismo. L’istituzione inventata va costantemente smontata perché si renda possibile l’innovazione, la creatività, il cambiamento, i cento fiori. Il campo del pratico-inerte di Sartre (Critica della ragione dialettica), spesso citato da Rotelli, va costantemente animato. I saperi della complessità sono anche i saperi della normalità, e come tali sospesi tra banale e straordinario. Il Cambio Paradigmatico più chiaro è forse quello che porta dalla malattia al soggetto o meglio alla persona nel suo contesto sociale.

4. Gli esiti finali – il tèlos

Gli esiti sono oggi soprattutto e forse solamente i diritti esigibili, sono i soggetti stessi, per cui diventano esigibili questi diritti che vedono la «recovery» legata indissolubilmente alla loro cittadinanza (non saranno più i tecnici). Gli esiti sono all’interno della sfida delle riforme, della democrazia, la trasformazione di istituzioni autoritarie o violente. La prospettiva abolizionista dell’Ospedale Psichiatrico di Basaglia, allora considerata assurda o impossibile, si pone ora per gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma anche per il carcere.

Il sistema «tiene», il che indica la bontà delle ipotesi e la solidità delle fondamenta che furono gettate, ma non basta rispondere ai bisogni, come indica Basaglia nell’Utopia della realtà, non si può aderire a essi passivamente, rispondendovi meccanicamente, senza introdurre l’elemento utopico della trasformazione.

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Vento follia libertà cavallo
Giuseppe A. Samonà

Ricordi la bora? Ebbene, la «cosa» triestina per eccellenza viene anch’essa da fuori: pare addirittura che nasca in Siberia, e da lì, insinuandosi per una serie di corridoi e passaggi, caricandosi di gelo attraverso terre che non conoscono frontiere o chiusure, arrivi direttamente a Trieste. È qua, intorno a qua, che veramente esplode – si dice che soffi dentro agli abitanti una sorta di diffusa bizzarria stregata, o addirittura che possa rendere pazzi. Da cui – è leggenda, certo, ma i fatti, gli approdi sono realtà – la decisione presa da Maria Teresa, l’Imperatrice che proprio come succede in amore amava Trieste senza averla mai vista: questa strana e ammaliante città avrebbe avuto un luogo speciale riservato agli alienati, gli ebeti, i malati di mente, insomma, i mostri, fino ad allora distribuiti fra le vecchie prigioni della piazza Grande, quella che poi diventerà piazza dell’Unità, e diversi ospedali... Dapprima riuniti nella seconda metà del XVIII secolo nel Conservatorio generale dei poveri, il cosiddetto ospedale di Maria Teresa (e nota al passaggio la catena: criminali, poveri, pazzi...), in via di Romagna, è solo nel secolo successivo, tuttavia, che verrà creato il primo manicomio nel senso moderno del termine: nei locali dell’ex-vescovado sul colle di San Giusto... Ma l’incremento demografico è grande e all’inizio del Novecento, proprio negli stessi floridi anni della grande sinagoga, all’interno del parco di San Giovanni viene costruito il nuovo manicomio, anche noto in seguito come OPP (Ospedale Psichiatrico Provinciale), secondo il modello «a padiglioni disseminati», più all’avanguardia del classico modello mono-blocco... Ed è qui che nel 1971, in provenienza dal manicomio di Gorizia, dove aveva condotto fra mille difficoltà un coraggioso esperimento di comunità terapeutica aperta, approda come direttore Franco Basaglia – ma ora il progetto si è fatto più audace, ambizioso: non si tratta più di ammorbidire, aprire, umanizzare, quanto di distruggere, letteralmente, il manicomio, abbatterne le porte, scioglierlo nella città.

Forse un giorno si ribelleranno anche i cavalli, diceva una frase di quegli anni attribuita a Mao, come a spiegare metaforicamente e letteralmente che il bisogno di libertà era più grande dell’umanità che lo pone, e ne avrebbe prima o poi ridisegnato i confini... Ecco, nel manicomio di Trieste tutto comincia simbolicamente da un cavallo, Marco, che da anni tira il carretto con dentro i panni per la lavanderia, e altro materiale. Fattosi oramai troppo vecchio per continuare a lavorare, Marco è destinato alla vendita per il macello: ma i suoi amici umani, i degenti del manicomio, insorgono e, in collaborazione con gli operatori del laboratorio di scrittura, redigono a suo nome una lettera al Presidente della Provincia, chiedendo un meritato pensionamento. Siamo nel 1972: Marco avrà salva la vita, e i pazienti hanno per la prima volta da sempre affermato il loro diritto a esistere come soggetti politici a tutti gli effetti. Poi, nel 1973, ispirandosi a questa storia, degenti, operatori, artisti invitati da fuori occupano il padiglione P (come Paradiso, dicono scherzosamente alcuni), lo adibiscono a laboratorio artistico, e costruiscono un gigantesco cavallo di legno e cartapesta azzurra: appunto, Marco Cavallo. La sua pancia è piena dei sogni, dei desideri, della gioia di vivere, dell’urgenza di libertà degli internati – insomma, si tratta di un novello cavallo di Troia, ma alla rovescia, perché ora non è più questione di entrare dentro, ma di uscire fuori, è il mondo che si vuole assediare, la cittadella da conquistare... Ed esce, Marco Cavallo, sempre nel 1973, solo che è troppo grande per passare per la porta, bisogna buttare giù un muro, aprire un varco nella recinzione del manicomio: così, finalmente libero, Marco Cavallo può andare in giro per la città, accompagnato da centinaia di matti... È solo l’inizio di una delle più belle pagine della storia italiana, e anche di più, in generale della storia dell’umanità, della civiltà, l’avventura che in pochi anni avrebbe portato a Trieste, e poi per legge in tutta Italia, alla chiusura dei manicomi. (Marco Cavallo, per chi ne conosce la storia, è anche il nome delle molte persone, più o meno note, tutte importanti, che parteciparano alla sua realizzazione: qui, oltre a Basaglia – Franco ovviamente, ma anche Vittorio... –, tieni presente almeno Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua, anche perché su questa storia, su queste persone, hanno scritto pagine che meritano di essere lette, rilette. La lista degli scrittori «triestini» si allunga...)

Cos’è mai l’uomo, infatti, nel suo anelito di umanità, di libertà? quando comincia? Molti sono i suoi inizi, ma uno dei più importanti è senz’altro alla confluenza di Neanderthal e Sapiens Sapiens, nel Paleolitico medio: siamo fra i centomila e i cinquantamila anni prima della nostra Era, e con le prime sepolture – le prime almeno di cui ci sia testimonianza archeologica – si manifesta con certezza la coscienza piena della morte. Ora quel che colpisce in questa prospettiva, in Europa come nel Vicino Oriente, è la presenza accanto ai corpi di adulti, uomini e donne, di bambini, che anzi sembrano a volte oggetto di un’attenzione speciale – come dire: l’umanità che si afferma, afferma che anche coloro che non «servono» al clan, anzi che sono «a suo carico», ne fanno parte con pieno diritto: questo è il suo marchio, il suo progetto di nascita. Ecco perché la vicenda dell’ex OPP, com’è oramai chiamato a Trieste, è così universalmente importante – la disumanizzazione di cui i «matti» sono stati oggetto dentro i manicomi, come quella appunto scientificamente operata dentro i lager nazisti, è infatti la negazione di quel progetto. (Orrida ma significativa coincidenza: il programma di sterminio ideato da Hitler fa le sue prime prove con il famigerato Aktion T-4, che s’incarica dell’eliminazione dei malati di mente ricoverati nei manicomi tedeschi – del resto Christian Wirth, primo comandante degli Einsatzkommando a Trieste dopo l’armistizio dell’8 settembre, come il suo successore August Dietrich Allers e Joseph Oberhauser, il comandante della Risiera, si erano formati proprio impegnandosi in quella vasta «operazione eutanasica»). La chiusura dei lager, di tutti i lager, insieme allo sviluppo di una cultura che ne renda impossibile la riapertura, è dunque la condizione necessaria, fondamentale, per la continuazione, per la vita stessa del progetto umanista, che aspira a una società integralmente umana – dove per umanità s’intende un modo di stare sulla terra, un progetto appunto, non solo un’appartenenza «naturale» a un genere: le sue frontiere dunque sono mobili, e tendono ad accogliere, più che escludere, riformulando continuamente rapporti... La chiusura dei manicomi, poi, con la libera circolazione dei «matti» che hanno recuperato la loro umana personalità, ci travolge da subito con sorprendente, feconda dirompenza: noi, i «non matti», ci ritroviamo improvvisamente a interrogarci sul nostro esistere come umani...

(Luci e ferite: date, coincidenze, sovrapposizioni – a Trieste tutto è violentemente vicino. Nel 1976, tre anni dopo l’uscita di Marco Cavallo, si celebra il processo per i crimini della Risiera di San Sabba: Allers era morto un anno prima; Oberhauser è condannato all’ergastolo, ma in contumacia, gli accordi italo-tedeschi non prevedendo l’estradizione per i crimini commessi prima del 1948 – ! –, e morirà tranquillamente tre anni dopo, lavorando nella sua birreria a Monaco di Baviera. Nel 1978 il parlamento italiano vara la 180, appunto la cosiddetta legge Basaglia, con l’intento di nazionalizzare la rivoluzionaria esperienza triestina – o più semplicemente di triestinizzare l’Italia...)

È impossibile descrivere in qualche riga la forza, la ricchezza, le tappe nel contempo sofferte e gioiose, terribilmente pesanti e leggere, le vittorie ma anche le difficoltà, i problemi, a volte le sconfitte, le regressioni, persino le delusioni, la rabbia, e comunque sempre l’incontenibile contagiosa carica umana, umanista, di questo straordinario movimento di liberazione. Vorrei solo evocare – mi permetto per un istante di intervenire in prima persona – il senso di ineffabile, luminosa libertà che successivamente alla chiusura ufficiale del manicomio, negli anni Ottanta, Novanta, Duemila, mentre l’Italia implodeva come intontita dall’oscura ninna-nanna berlusconiana, ha continuato a soffiare su Trieste. L’OPP oramai ex OPP, cioè il parco di San Giovanni, senza più nessuna recinzione, è diventato un luogo di vita e di festa: con i suoi laboratori di teatro e pittura, i suoi concerti, le casette dei «matti» che ancora ci vivono stabilmente – la tendenza è stata via via di sistemarli in case del mondo di fuori, e di lasciare al parco le attività diurne, o serali – alternate con quelle che ospitano diversi dipartimenti dell’università, e poi il Posto delle Fragole, il bar dove s’incontrano, si mischiano operatori, «matti», strani di ogni grado e forma, studenti, gente qualunque, le radio alternative, come Escuchame, che continua a promuovere l’incontro fra saperi, follia e voci nell’etere sconfinato... Mentre Trieste si faceva ancora più internazionale, ancora più accogliente, mischiata, perché la Rivoluzione ha attirato gente da ogni dove: molta dal Cono Sud dell’America, endemicamente portato sull’arte e la psiche, in particolare Argentini, che fuggivano la dittatura, o i suoi postumi, verso il sogno di libertà – sono spesso discendenti di antichi emigrati italiani, come se la meno italiana, la più marginale delle città italiane fosse il luogo più adatto per riapprodare alla perduta terra degli avi.

Certo, l’aria dei tempi è cambiata, e parecchio, l’utopia degli anni Sessanta e Settanta è un lontano ricordo, molte conquiste sono sotto minaccia, alcune sono state persino attaccate, smantellate; ma appunto, in tutti questi anni più recenti, e ancora oggi, passeggiando qui per il parco di San Giovanni, partecipando a qualcuna delle sue tante attività, o ancora mischiandomi io stesso in una qualche festa, dentro o fuori San Giovanni, a Barcola, a Opicina, nel Carso, o ancora in una delle case triestine dove vivono e si incontrano matti e normali, mi sono chiesto spesso se la persona con cui stavo parlando, scherzando, fosse matta o normale – perché da vicino nessuno è normale, e a Trieste capita frequentemente di non riuscire a distinguere l’operatore dal paziente –, e finalmente che cosa fossi io: è possibile fare esperienza più sconvolgente del proprio essere umani? E a poco a poco, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, ho maturato la convinzione che proprio qui, in questi margini della marginale Trieste, vivesse, viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa. Forse non c’entra nulla, ma anche un poco sì: è in una passeggiata per San Giovanni di qualche anno fa che per la prima volta ho ripensato, forse inventandoli, ai cavalli ribelli di Mao, anche pensando che le infinite frontiere dell’umanità-progetto non potevano chiudersi, immobilizzarsi, neanche di fronte al mondo animale – perché essere umano, ben al di là dell’appartenenza a un genere, indica l’apertura, la curiosità appassionata e gentile, la ricerca nell’altro di quello che non si trova in se stessi... La tua visita, il tuo soggiorno non può dirsi completo se non passi anche tu da qui, se non conosci questa Trieste, se non ti mischi anche tu...

...

P.S. Umberto Saba notava, con grande acutezza, che l’Italia non ha mai avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione. Ma l’oggi di Saba muore nel 1957. Proprio nella sua Trieste infatti, una quindicina d’anni dopo, si è messa in moto l’unica vera rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto. I matti rompono la logica della fretta, della segregazione, della separazione, della produzione, della funzionalità, dell’utilità a tutti i costi: dove allora meglio che nella marginale, scettica, abbattitrice di muri, dissolvitrice di ghetti, porosa, indolente Trieste, poteva prendere le mosse la loro lunga marcia? In quale altro posto avrebbe potuto crearsi una così morbida, armoniosa coabitazione? fondata non sulla tolleranza, che predica ancora di superiorità di alcuni su alcaltri, ma sulla curiosità, e anche su una sorta di disincantato, quasi sonnolento, mai prendersi sul serio...

Queste parole sono tratte da Trieste, itinerari di viaggio, pubblicato nel settembre 2017 su Altritaliani.net, rivista online di Parigi.

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2 Risposte a Speciale / Franco Basaglia, l’unica rivoluzione italiana

  1. Cristiana bruguier ha detto:

    Giuseppe Samona’prometti mi che una volta andremo insieme al Posto delle fragole!LA tua descrizione mi ha veramente incuriosito. …cristiana bruguier

  2. Maria Omodeo ha detto:

    Mio fratello Adolfo, quando siamo andati a festeggiare i 95 anni di mio padre nel bel ristorante in mezzo al verde dell’ex manicomio di Siena, oggi sede universitaria, mi ha detto che lo inquietava pensare che di lì fosse passato tanto dolore e che non riusciva a sentircisi a suo agio. Ma da bambini una delle nostre attività più divertenti era andare a caccia di tritoni nelle vasche del manicomio. Lui psicologo e grande ammiratore di Basaglia ed io con ricordi sconnessi di chissà quando.
    Ma in questi giorni in un altro ex manicomio, quello di Arezzo, sede distaccata dell’Università di Siena, c’è una bellissima mostra dei dipinti dei matti, dedicata a Basaglia e mentre spiego, come posso, ad una importante delegazione di medici cinesi chi è Basaglia e l’importanza della sua rivoluzione, guardando la facciata della palazzina della direzione dell’ex manicomio, sento la loro ammirazione per questa grande conquista. Spero che questa grande conquista, che qui con nuove frontiere di discriminazione vengono messe in discussione, possa essere difesa ed attecchire altrove.

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