Federico Francucci

Una giovane donna nera, in ascensore, sale in compagnia di uomini bianchi. Questa scena, poche righe della Ferrovia sotterranea, si trovava già, ben più sviluppata e con altro contesto, in apertura del primo romanzo di Colson Whitehead, il bellissimo L’intuizionista (1999; in Italia uscito per Mondadori nel 2000 con traduzione di Katia Bagnoli). Tra i ricordi di Lila Mae Watson, protagonista di quell’esordio, campeggiava ben presto la storia di Fanny Briggs, la schiava nera che fuggì al nord e imparò a leggere da sola: la stessa fuga al nord con la quale inizia il nuovo romanzo, che più avanti descriverà un nero che impara a leggere sotto i poco benevoli occhi di altri neri più alfabetizzati di lui. Un doppio incrocio, dunque.

Una locomotiva a vapore lanciata a gran velocità in un tunnel, spazio strappato alla montagna dal lavoro massacrante di migliaia di uomini, neri e bianchi, si trovava poi già al cuore di John Henry Festival, secondo romanzo di Whitehead (2001; in Italia nel 2002 per minimum fax tradotto da Martina Testa). Ma chi era davvero John Henry, il leggendario spaccapietre nero dalla forza sovrumana, protagonista della canzone che si sente sempre negli Stati Uniti quando ci sono operai al lavoro? Un altro incrocio: La ferrovia sotterranea è certo la storia, ambientata verso la metà del XIX secolo, di Cora e della sua tormentatissima fuga dalle piantagioni di cotone e dal Sud schiavista verso il Nord abolizionista (e “civile” e “democratico”? chissà…), ma nel contempo è anche, in maniera poco appariscente ma decisiva, il tentativo di mettere in questione i presupposti di questa storia e dunque la sua legittimità, sfumando linee di demarcazione troppo rigide e troppo confortevoli, come quelle che separano oppressori e oppressi, bianchi e neri, nobiltà e malvagità.

La ferrovia sotterranea, summa di tutti i nodi tematici e problematici affrontati dall’autore in questi quasi vent’anni, è un libro diretto e obliquo, semplice e complicato, fortemente ancorato alla realtà storica e altrettanto legato all’invenzione; è pura narrazione di respiro epico e di forte presa sul lettore, calamitato dall’uso molto abile delle tecniche di gestione dell’informazione e di costruzione multiprospettica, ma è anche opera intrinsecamente critica, che riflette su di sé, sul genere a cui appartiene, sul senso possibile, tra molte insidie, di un’operazione come quella che propone. Chi già conosceva Whitehead non può stupirsene, anche solo pensando a come lo scrittore abbia potuto, con Zona uno (2011; in Italia 2013 per Einaudi, traduzione di Paola Brusasco), impiegare una delle situazioni narrative più orrendamente abusate degli ultimi due decenni, l’apocalisse zombie, e uscirne con un grande, vivo e dolentissimo romanzo.

La trama, nella sua stratificazione – la storia di Cora, quella di sua madre, quella di sua nonna, ossia di tre modi completamente diversi di vivere deportazione, prigionia e schiavitù, ma anche la storia di come queste vite si sono o sono state raccontate –, è un fattore così forte del romanzo che rivelarla troppo non sarebbe opportuno. Qui basti dire che Cora, doppiamente emarginata perché schiava e perché reietta anche all’interno della sua comunità, accetta la proposta di fuggire che le fa Caesar, un arrivo recente nella piantagione dei fratelli Randall, in Georgia; sulla sua testa viene messa una taglia, com’era uso comune, e un cacciatore (personaggio oscuro nei confronti del quale il libro ci porta a un atteggiamento ambivalente, dove entra persino un po’ di perversa ammirazione) la insegue, e la inseguirà per l’intero svolgimento della storia, mortalmente crudele e disseminata di morti. Ma anche nei periodi (come quello nella Carolina del Sud, stato non schiavista) in cui Cora è per così dire al sicuro, le forme di sfruttamento brutale scompaiono solo per far posto ad altre, più subdole e meno cruente. Il resto deve scoprirlo il lettore.

Ma forse si può tornare, per farsi un’idea dell’operare di Whitehead, alle prime pagine dell’Intuizionista, che secondo me valgono anche come programma per ciò che è venuto dopo. Lila Mae Watson è un tecnico che individua i guasti negli ascensori senza mai mettere mano ai macchinari, ma affidandosi alla capacità di tradurre in immagini le vibrazioni che le cabine in movimento trasmettono al suo corpo: è appunto un’intuizionista e non un’empirica (una vudù e non una tolemaica, per usare i nomignoli che i membri di ciascuna scuola affibbiano a quelli dell’altra). Il suo è un intervento di manutenzione mentale e inventiva su una concatenazione di cause e effetti, sulle routine standardizzate di congegni su cui tutti salgono per farsi portare nella vita di tutti i giorni – come accade, trasparente analogia, con le storie. Le viene affidata la manutenzione degli ascensori del Fanny Briggs Memorial – già, proprio questo è il nome scelto dal sindaco per il palazzo che ospita il municipio, come riconoscimento simbolico destinato a tacitare le sempre più rumorose proteste della comunità afroamericana. E non è un caso che quel lavoro tocchi proprio a Lila Mae, giovane donna di colore, in un ambiente bianco, maschile e maschilista: una mossa pubblicitaria perfetta. Dobbiamo ricordarci di questo episodio quando pensiamo a Whitehead alle prese con la fattura di una trama d’invenzione (un romanzo: una forma con la sua storia, bianca e occidentale; con un Venerdì per ogni Robinson) che permetta alla storia profonda degli Stati Uniti di continuare a circolare, di rompere i blocchi da cui, oggi più che mai, rischia di essere paralizzata. E dobbiamo pensare all’“eccezione” Lila Mae quando vediamo Whitehead aggiudicarsi riconoscimenti prestigiosi (La ferrovia sotterranea ha vinto il Pulitzer e il National Book Award nel 2016).

Credo si possano catalogare anche come contromosse interne o preventive alcune delle inquietanti ambiguità da cui il libro è attraversato. La prima riguarda la letteralizzazione fantastica di una metafora che ha precisi riferimenti nella realtà: “ferrovia sotterranea” era il nome in codice di una rete di contatti segreti e di alloggi sicuri che favoriva la fuga degli schiavi neri. Quando Whitehead dà corpo alla metafora – nel libro c’è davvero una strada ferrata che corre nel sottosuolo – lo fa nella piena consapevolezza che la macchina a vapore è stata, nell’Ottocento, l’apripista del “progresso”, e dell’arricchimento dei, diciamo così, capitalisti bianchi. Il veicolo della salvezza è anche quello che riconsegna al nemico. Ma le ultime coppie oppositive che vacillano nel libro, nella scena terribile, sconcertante e magistrale di un abbraccio posta subito prima del finale, sono proprio quelle di amico/nemico e di amore/odio. Sarà a carissimo prezzo, e a piedi, che Cora arriverà alla fine del suo tunnel.

Ogni storia è storia dei vincitori, e va sottratta ai più forti con mille strategie. Spazzolando contropelo il suo stesso incedere maestoso, La ferrovia sotterranea ce lo ricorda; e anche per questo è un romanzo importantissimo.

Colson Whitehead

La ferrovia sotterranea

traduzione di Martina Testa

Sur, 2017, 384 pp., € 20

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Colson Whitehead incontra i lettori italiani venerdì 20 alle 18 al Teatro Argentina di Roma con Stefano Gallerani (ingresso libero); sabato 21 alle 18 presso la Sala Santa Marta di Ivrea con Gianmario Pilo (ingresso libero); lo stesso giorno alle 21 alla Scuola Holden di Torino con Martino Gozzi (ingresso libero); domenica 22 alle 11 al Teatro Franco Parenti di Milano, con Daria Bignardi

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi