Lisa Ginzburg

Un uomo va dal rabbino e incomincia a lamentarsi: “non vinco mai alla lotteria, ah povero me, io che ne avrei tanto bisogno, mia moglie, i bambini, i debiti… perché non vinco mai, perché dio non mi ama?”. Tempo dopo torna, ricomincia a piagnucolare, e il rabbino: “tu però, perché non cominci con il comprarti un biglietto della lotteria?”.

Un altro, completamente ubriaco, incontra per la strada il suo rabbino, che a trovarlo in quello stato, severo lo rimprovera. “Provo ad annegare nell’alcol le mie preoccupazioni”, l’uomo dice. “Ma perché ridurti così?”, il rabbino domanda. “Perché le mie preoccupazioni sanno nuotare”.

Si sorride – o ride – a più riprese, leggendo il Dictionnaire amoureux de l’humour juif di Adam Biro (Plon, 785 pp., 25 euro). Per l’arguzia, la sottigliezza dei witz (aneddoti e barzellette ebraiche) riportati, ma anche in virtù dell’architettura narrativa secondo cui Biro ha scelto di montarli. Freud molto ha scritto del motto di spirito, del witz come veicolo di comunicazione di istanze inconsce. Anche limitandosi al suo aspetto più letterale, quello dell’umorismo yiddish è universo sparso, disseminato, sterminato (nel duplice significato, di “gigantesco” e di “annientato”). Un magma estesissimo, di non facile mappatura, al punto da risultare per molti aspetti non-classificabile. L’intento di Adam Biro ciononostante si fa spazio, delineandosi a mano a mano: dar forma a una tassonomia che rischierebbe l’irrealizzabilità, e riuscire a farlo per come saldo il baricentro epistemologico viene mantenuto sulla soggettività del proprio punto di vista (la propria vita, anche: è un dizionario d’autore). “Il mio ruolo in questo libro è ridere, e provare a spiegare perché rido”, scrive Biro a metà del suo Dictionnaire: dichiarazione di intenti che rende onore all’ariosità del contenuto del volume. Che è un caleidoscopio di mondi, puntato sulle “impossibili verità” che i motti di spirito contengono e lambiscono nel mentre, miti e impietosi, irridono al mondo. Con un montaggio e una scelta di criteri di tassonomia i cui risultati hanno del travolgente.

Classificatore/autore molto adatto alla materia in cui si addentra e che ripartisce, Adam Biro, ungherese, si è stabilito in Francia più di sei decenni fa, svolgendo un lavoro poliedrico – autore di testi di finzione ma anche, per lunghi fruttuosi anni, raffinato editore di libri d’arte. Tortuosamente limpido come i witz che cuce insieme, nel mentre ripercorre i frastagliati confini di un mondo transnazionale (per natura, prima ancora che per tragedia storica), Biro mostra di possedere un bandolo infallibile per insinuarsi tra meandri e pieghe dell’umorismo yiddish. Dipana i molti fili di questa tentacolare tradizione sfavillante sottigliezza, per poi (forma di ammirato rispetto) tornare ad annodarli, ripristinando l’ordito originario, quello più “geo-letterariamente” scomposto.

Allegria della varietà, la mole enciclopedica del Dictionnaire amoureux de l’humour juif spazia (danza) tra lemmi, witz, istantanee biografiche – Kafka, Joseph Roth, molti autori yiddish meno noti. Lunghi excursus degni di un Tristram Shandy vestito dei panni variopinti e malinconici di una figura di un quadro di Chagall. Più e oltre che dizionario, “opera-mondo”. Che ha del mirabolante quanto a fantasmagorie dialettiche, e dalla cui lettura è difficile “uscire” – forse per quanto dentro ci si trova, miscelato insieme al divertimento intellettuale, qualcosa d’altro che conforta. Anziché disorientare, tanto scibile condensato infonde leggerezza. Una leggerezza triste anche, qua e là, ma lenitiva. “Come il Talmud, l’humour appiana le disuguaglianze, gli ostacoli, le faglie che si creano in una vita”.

Adam Biro

Dictionnaire amoureux de l’humour juif 

Plon

ppp. 785, euro 25

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