Lelio Demichelis

«L’elefante è un gran bestione, però è la bestia più degna che vive sulla terra, e una delle più sensate. Voglio raccontare un tratto della sua onestà. L’elefante non cambia mai la sua femmina e ama teneramente quella che si è scelto, con la quale, però, non si unisce che ogni tre anni e per cinque giorni soltanto e tanto segretamente che mai nessuno l’ha visto in quest’atto. Io l’ho visto, tuttavia, il sesto giorno quando prima di ogni cosa va diritto al fiume per lavarsi tutto il corpo, e non ritorna nel branco se prima non è purificato. Non sono questi istinti belli e decenti in un animale?». Michel Foucault iniziava così – citando San Francesco di Sales e la sua Introduzione alla vita devota - la prima lezione (del 7 gennaio 1981) del suo Corso al Collège de France del 1980-1981 (Collège dove era titolare della cattedra di Storia dei sistemi di pensiero), ora pubblicato in italiano, per merito di Feltrinelli, riprendendo il nome del Corso: Soggettività e verità («un titolo un po’ solenne», come ammetteva lo stesso Foucault), in libreria da oggi.

Francesco di Sales voleva ovviamente sottolineare, come richiamava Foucault, che «tra tutti gli esempi, tra tutte le lezioni che la natura può dare al genere umano, l’esempio dell’elefante è sicuramente uno dei più raccomandabili, e sarebbe bene che tutti i cristiani sposati vi si ispirassero. Una volta terminate, dice san Francesco di Sales, le sensualità e le voluttà che fanno parte della vocazione delle persone sposate, queste ultime, come l’elefante, dovrebbero immediatamente purificarsi da questa cosiddetta sensualità e voluttà. Dovrebbero (…) ‘lavarsene il cuore e l’affetto’ e, conclude Francesco di Sales, questo consiglio che la natura dà agli uomini è perfettamente conforme all’eccellente dottrina che san Paolo dà ai corinzi». Sì, perché in questo Corso Foucault va ad analizzare quella particolare forma di cura di sé che ha a che fare con la sessualità; e l’esempio dell’elefante, che aveva affascinato molti, compreso appunto Francesco di Sales era certamente un buon punto di partenza, soprattutto per la prima lezione del Corso. Corsi - quelli che Foucault ha svolto al Collège de France dal dicembre 1970 fino alla morte nel giugno 1984 (ad eccezione del 1977) - in cui cercava di attuare una genealogia dei rapporti tra sapere e potere, distanziandosi progressivamente dal lavoro sull’archeologia delle formazioni discorsive che lo avevano invece maggiormente coinvolto fino ad allora.

Ovvero, Foucault cercava di capire in che modo l’esperienza che si può avere di se stessi e il sapere che ne può derivare sono stati poi sistematizzati secondo determinati schemi e categorie. E allora, «il filo conduttore che appare più utile in un’indagine di questo genere» – rifletteva Foucault - «è costituito da quelle che si potrebbero chiamare le ‘tecniche di sé’, vale a dire le procedure, rintracciabili in ogni civiltà, proposte o prescritte agli individui per fissare la loro identità, per conservarla o trasformarla in funzione di un certo numero di fini, e grazie a rapporti di padronanza di sé su se stessi o di conoscenza di sé da parte di se stessi. Si tratta, insomma, di ricollocare l’imperativo ‘conosci te stesso’, che ci sembra così caratteristico della nostra civiltà, nell’interrogativo più ampio e che funziona da contesto più o meno esplicito: cosa fare di se stessi? Che lavoro operare su di sé? Come ‘governarsi’ esercitando delle azioni di cui siamo noi stessi l’obiettivo, il campo di applicazione, lo strumento a cui fanno ricorso e il soggetto che agisce?». Commenta il curatore dell’edizione del Corso, Frédéric Gros: «La focalizzazione sulle ‘tecniche di sé’, spesso distinte dalle tecniche di produzione, comunicazione e dominio, permette a Foucault di problematizzare un soggetto che non è semplicemente attraversato e plasmato da governamentalità esterne, ma costruisce mediante esercizi regolari un preciso rapporto con se stesso». L’azione che compie Foucault si svolge allora, anche questa volta, analizzando un ampio spettro di testi e di documenti, siano essi medici, pedagogici, morali o religiosi, concentrandosi tra il IV secolo a.C. e il II secolo d.C., quando si definiscono gli aphrodisia di cui parlavano i greci - «e per i quali, com’è noto, la nostra nozione di ‘sessualità’ costituisce una traduzione piuttosto inadeguata», chiarisce Foucault - e i veneria dei latini. Qui trovando una delle premesse per ciò che si concretizzerà poi nel cristianesimo (con l’istituzione della confessione), e infine nella moderna psicoanalisi - governamentalizzando i nostri rapporti con la sessualità, gli affetti, la normalità sessuale.

Secondo Foucault, l’arte del governo di sé per come si è sviluppata nel periodo ellenistico e poi romano è importante per analizzare tutta la storia dell’etica della sessualità. E’ qui, infatti che si formulano i principi di un sistema coniugale fatto di esclusione delle attività sessuali al di fuori del rapporto tra coniugi; del fine di procreazione di queste attività, a spese della ricerca del puro piacere; della funzione affettiva del rapporto sessuale nel contesto del legame tra i coniugi. Ecco allora che nascono i regimi medici, che si proponevano di stabilire una ‘misura’ per gli atti sessuali (la frequenza e il quando); i sistemi di vita coniugale dove «ai principi tradizionali della complementarità dei due sessi necessari all’ordine della ‘casa’ si aggiungeva l’ideale di una relazione duale, che comprendeva tutti gli aspetti della vita dei due congiunti e si stabilivano in maniera definitiva dei legami affettivi personali»; e, infine la scelta degli amori, «con la difficolta di dare uno statuto e una giustificazione ai rapporti sessuali nella relazione omosessuale». Ancora Frederic Gros: il problema che si pone Foucault «non è di scoprire cos’era permesso e cos’era vietato, ma capire a partire da quale sistema generale un certo comportamento sessuale poteva essere valorizzato a scapito di un altro. In Soggettività e verità questo studio si fonda essenzialmente [principalmente] su un testo del II secolo (l’Onirocritica di Artemidoro), che consente di ricavare due grandi principi (…). Il primo è un principio di attività, in nome del quale nell’atto sessuale la posizione passiva sarà ampiamente squalificata. (…) E mentre per noi la ‘sessualità’ rimanda immediatamente all’intimità di un’identità segreta, per gli antichi gli aphrodisia erano innanzitutto un meccanismo naturale la cui violenza e il cui eccesso interni, sempre minacciosi, esigevano da ciascuno un regime capace di imporre loro una misura e delle regole d’uso. Ma l’etica sessuale degli antichi (…) resta per Foucault completamente determinata dal rispetto delle gerarchie sociali, [ovvero], il secondo principio (…) definito come principio di isomorfismo socio-sessuale, che dice che l’atto sessuale ‘appropriato’ dovrà rispettare, a livello di forma e tenuto conto dello status sociale del partner, i divari socio-politici generali».

Fin qui, comunque e necessariamente, abbiamo provato a ricordare solo alcuni degli spunti che si possono trarre da questo ricchissimo e vastissimo Corso che propone una serie di riflessioni che saranno poi riprese da Foucault nel secondo e terzo volume della sua Storia della sessualità. Centrale sembra comunque l’idea per cui non sarebbe stato il cristianesimo ad avere dettato per primo agli uomini una sessualità (quasi) esclusivamente coniugale, anche se per primo ha imposto loro – come ricorda Gros - «un’esperienza di sé tramite cui essi si costringono a dire a un altro [il pastore] che ne è della verità del proprio desiderio». Che però cambia tutto, in termini di capacità di soggettività e di poteri di governamentalità.

Michel Foucault

Soggettività e verità

Corso al Collège de France (1980-1981)

Edizione stabilita da Frédéric Gros sotto la Direzione

di François Ewald e Alessandro Fontana

Traduzione di Deborah Borca e Carla Troilo

Edizione italiana a cura di Pier Aldo Rovatti

Feltrinelli

Pag. 352, € 35

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