Valerio De Simone

Nel 1983 esce nelle sale americane Born in Flames, un film indipendente diretto da Lizzie Borden. L’opera, che ha avuto una breve distribuzione nei circuiti alternativi italiani, è ambientata negli Stati Uniti in un futuro non meglio precisato dopo una rivoluzione culturale pacifica che ha portato l’istituzione di una socialdemocrazia, senza tuttavia eliminare forti discriminazioni sociali soprattutto nei confronti delle donne.

L’impegno di Linda Elizabeth Borden alla causa femminista si era reso però esplicito da prima, fin dalla sua scelta in età precoce di ricalcare il proprio nome su quello della quasi omonima Lizzie Borden (1860-1927) che, indiziata – e poi prosciolta – per l’omicidio dei suoi genitori, è divenuta una figura popolare nella cultura americana, eroina del film tv Il caso di Lizzie Borden e della successiva miniserie The Lizzie Borden Chronicles. Una scelta programmatica: i film di Borden hanno infatti sempre indagato l’universo femminile in maniera non convenzionale e dogmatica: dalla prostituzione al lavoro presso una linea telefonica erotica, alle zone “grigie” nella sessualità femminile. Proprio quest’ultimo tema è centrale in Love Crimes (Sola con l’assassino, 1992) che ha segnato l’approdo – temporaneo – di Borden a Hollywood.

Quest’anno Lizzie Borden è stata invitata a diverse rassegne che si sono svolte nel mondo (Belgio, Spagna, Gran Gretagna, Corea del sud) e anche in Italia, a Milano (all’interno del Black Maria Film Festival curato da Dafne Boggeri). In alcune di queste occasioni è stato possibile vedere il suo primo film, lo sperimentale Regrouping (1976) che non veniva proiettato da oltre trent’anni. È in questa occasione che l’abbiamo incontrata.

La recente scomparsa dell’artista Vito Acconci, mi riporta alla mente il tuo primo film Regrouping (1976). L’opera è “figlia” dell’avanguardia newyorkese degli anni Settanta. Mi puoi spiegare il contesto culturale e la genesi di quest’opera?

Molte persone pensano che provenga dal mondo del cinema, mentre in realtà io vengo dal mondo dell’arte. Ero particolarmente influenzata dai lavori di artisti specialmente come Vito Acconci, Richard Serra e di artisti performativi come Joan Jonas. Ho incontrato il gruppo di donne che divennero le protagoniste di Regrouping proprio tramite Joan perché loro erano presenti in una delle sue performance video. Inoltre, ero sentimentalmente coinvolta con Vito [Acconci],che, all’epoca realizzava film in Super8 e stava iniziando a lavorare con opere architettoniche utilizzando sedie sospese. I suoi film erano interessanti, ma non amavo particolarmente il Super-8 – le inquadrature erano troppo piccole ed era necessario utilizzare le pinzette per montarli. Ma le idee di Vito erano affascinanti, era il tipo di persona che mette tutto in discussione: collegava film, performance e body art, anche se non realizzava da tempo performance. Ero anche molto influenzata da ballerini quali Trisha Brown, Simone Forti e Yvonne Rainer e conoscevo tanti artisti visuali. Il pittore Sol Lewitt mi diede circa tremila dollari, una sorta di finanziamento per realizzare Regrouping: Sol supportava molto l’arte, le riviste, le cause politiche delle donne. Ero così grata a lui, nonostante al tempo fossi divenuta molto politicizzata, perché l’arte delle donne – in particolar modo la body e la performance art, erano considerate di minor valore rispetto a quella realizzata dagli uomini. Per esempio le prime opere performative di Vito erano maggiormente considerate rispetto ai lavori di Joan Jonas, Hannah Wilke o Carolee Scheeman. Quando queste realizzavano lavori con nudo erano considerati come espressioni narcisistiche. Ma Sol e Vito erano grandi sostenitori del lavoro delle donne. Ho sentito una grande perdita quando è morto Sol, e la scomparsa di Vito è stata per me un profondo shock. Vito era terrorizzato che potesse essere ricordato solo per i suoi prime performance, in particolar modo per Seedbed (1972) – e non per i suoi successivi lavori e infatti potrebbe essere così. Ma questi lavori sono stati davvero influenti. Attraverso Vito ho incontrato Kathryn Bigelow e Becky Johnston, che in Born in Flames (1983) hanno interpretato la parte delle redattrici del quotidiano socialista. Becky lavoranva con Vito come assistente. Facevano parte del Whitney program, e in generale della vivace scena di Downtown, dove erano tutti fusi – dal mondo dell’arte a quello del teatro, della musica e del cinema. Vito era molto amato da ognuno. Lui era molto generoso con chiunque con il suo tempo e le sue idee. Ecco il motivo per cui tutti sono così tristi per la sua improvvisa scomparsa.

Born in Flames (1983), divenuto un cult di sci-fi femminista, racconta di una rivoluzione culturale che ha trasformato gli Stati Uniti in una socialdemocrazia. Nonostante ciò le donne provenienti dalle classi meno abbienti o afferenti alle “minoranze” continuano ad essere considerate come secondarie. Cosa ti ha ispirato nel voler scegliere di mostrare un'America così particolare?

[Negli anni Settanta] c’erano gruppi, come “Art & Language” a Downtown Manhattan, che studiavano e discutevano testi socialisti e anarchici. Io non facevo parte del gruppo formalmente, ma conoscevo alcuni membri, incluso Mayo Thompson, che scrisse la canzone Born in Flames, e Kathryn Bigelow. All’epoca, ero disincantata anche dalla disparità dei valori – siano essi estetici e finanziari - tra l’arte prodotta dagli artisti e da quella delle artiste ed ero anche fortemente influenzata dalla seconda ondata del femminismo. Nei testi marxisti, quello che mi interessava era in particolar modo la “ questione delle donne” e mi domandavo “Cosa sarebbe successo se una “rivoluzione culturale” e una leadership di sinistra avessero deciso di ritardare l’attuazione di tutto quello che era stato promesso alle donne? Cosa sarebbe successo le donne più vulnerabili – donne afroamericane e lesbiche - fossero state le più colpite?” Decisi così di rendere queste mie domande la premessa del film ed è l’unico elemento che lo rende un film “fantascientifico”. Come se Bernie Sanders diventasse oggi il presidente. Un paio di mesi fa, lui ha stretto un’alleanza con alcuni sostenitori Pro life. Le donne si infuriarono e a ragione. Molti democratici oggi incolpano della sconfitta di Hillary Clinton (sebbene lei abbia vinto il voto popolare) la sua concentrazione sulle cosiddette “identità politiche” piuttosto che focalizzarsi sull’economia. Così la premessa del film era solo un modo per esaminare che cosa sarebbe potuto succedere se le richieste delle donne fossero state spostate in secondo piano – come lo sono nuovamente ora…

Working girls (Le professioniste del peccato, 1986) è stato un successo di critica e di botteghino. Il film ancora viene erroneamente considerato un “documentario” per il suo stile così meticoloso di ricostruire la vita di un bordello middle class. Quando uscì molte femministe impegnate nella “guerra contro la pornografia” lo criticarono. A distanza di anni qualcuna di loro si è ricreduta? Ti sei occupata nel tuo lavoro di sex work da un punto di vista femminista rompendo la visione comune di “sfruttamento” (Working girls, e nell’episodio Let’s Talk about sex [episodio contenuto nel film Erotique] che anticipava Girl 6 di Spike Lee). Come è mutato il modo in cui la prostituzione viene considerata e configurata nel cinema e nella televisione?

Alcune persone ancora pensano che Le professioniste del peccato fosse un documentario e mi definiscono di conseguenza una “documentarista”. Ho la più alta stima dei documentaristi e ho utilizzato tecniche da documentario in tutti i miei film, ma non ho mai realizzato un “vero” documentario. La cosa di cui vado più fiera è sentire sex worker affermare che hanno apprezzato Le professioniste del peccato e che lo trovano “fedele alla vita”. Infatti volevo realizzare un film che fosse un “dietro le quinte” e che si occupasse realmente più del lavoro che della prostituzione, ossia quello che le “vere” prostitute fanno e non mostrare alcun tipo di fantasie su ciò che gli uomini pensano che sia.

A volte le persone mi chiedono perché non ho scelto di realizzare un film che trattasse la prostituzione di strada o sulle squillo dei quartieri alti, ma volevo mostrare che ci sono molte tipologie di prostituzione e che ciò dipende da molti fattori come la classe sociale, posizione geografica e molti altri ancora. Le professioniste del peccato, ambientato nel quartiere di Midtown a Manhattan, è urbano e strettamente middle class. È ironico anche che alcune donne [femministe] abbiano protestato contro l’opera, perché da loro era ritenuta “pornografica”, mentre non vi era nulla di pornografico. Questa questione si riferisce ad alcuni problemi attuali – le donne dicono alle sex worker che loro non hanno il diritto di scegliere di prostituirsi perché sostengono che ciò sia degradante, che le donne stiano, anche se loro non sanno ciò, distruggendo, in un certo modo, le loro menti. Ma quali sono le opzioni per le donne nella forza lavoro, anche quando queste possiedono una laurea? Lavori irragionevoli, ripetitivi, come da Starbucks ecc. Che cos’è più degradante? In questi giorni, una delle nuove opzioni nell’industria del sesso è chiamata “sugaring”- ossia quando una giovane donna negli anni universitari trova un uomo maturo che la supporti. A volte non è richiesto il sesso. È quasi un’azienda e ci sono così tante aree grigie qui. Quando si varca la linea e si entra nella prostituzione? L’idea alla base di Professioniste del peccato era realmente il lavoro ed ecco perché la protagonista Molly chiede alla Madame, il suo capo, se conosce il concetto di “plusvalore” marxiano. Ma mentre Le professioniste non era pornografico, io sono una femminista pro-pornografia e penso solo che le donne debbano prendere il controllo di ciò. Ci sono molti programmi in televisione che approfondiscono la rappresentazione delle sex worker, ma non ho ancora visto uno show che lo faccia bene.

Sia per Born in flames sia per Le professioniste del peccato ti sei avvalsa di una troupe principalmente femminile. In particolar modo, in Le professioniste… ha collaborato una giovane Nan Goldin

Pensavo che fosse molto importante lavorare con le donne, anche se molti uomini sono stati coinvolti dietro le quinte di Born in Flames come ad esempio Ed Bowes, che interpretava il ruolo del redattore capo il quotidiano “socialista” - il capo di Kathryn Bigelow, Becky Johnston e di Pat Murphy. Bowes mi aiutò in molti modi come supervisore e come amico, mentre suo fratello Tom lavorava al Kitchen, uno spazio performativo, e aveva accesso a un equipaggiamento mentre il suo amico aveva portato il girato della sequenza in cui le donne marciano armate nel Sahara, che divenne una delle trame del film. Inoltre penso che sia importante riconoscere l’importanza dell’enorme presenza degli uomini alle grandi marce delle donne nel mondo - anche loro sono femministi e la nostra speranza per un nuovo tipo di pensiero che smetta di togliere la scelta alle donne, la nostra libertà. Tornando a Born in flames e a Le professioniste… , avevamo soprattutto donne di fronte e dietro la macchina a presa (molti erano le cineoperatrici per Born in flames mentre per Le professioniste vi era Judy Irola. Incontrai Nan Goldin quando venne per la prima volta a New York – lei conobbe Adele Bertei a Cleveland - e le chiesi di scattare le fotografie di scena del film. Nan è una delle persone più dolci che io abbia mai incontrato e penso che questo suo aspetto sia bene evidente dalle sue opere.

L'ascesa a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump ha significato una battuta d'arresto rispetto alle aperture progressiste di Obama. Movimenti come Black Live Matter e Women’s March sono, secondo te, la base di un processo resistenziale?

La resistenza delle donne a Trump è iniziata prima che lui venisse ufficialmente eletto con gruppi quali “He Is Not My President” e molti altri. Ma quello che importa riconoscere è che le donne afroamericane hanno i loro gruppi ora, le loro voci e molte di loro non voglio partecipare alle stesse manifestazioni a cui noi, come donne bianche, abbiamo preso parte. Penso sia arrivato il momento di avere molteplici voci resistenziali che devono essere ascoltate. È tempo che tutte le donne vengano ascoltate e ascoltino, specialmente ora che nessun gruppo domina il panorama politico. Io non posso parlare di “Black Lives Matter” perché sono una donna bianca appartenente al ceto medio, ma volentieri supporterò ogni marcia, ogni evento di cui verrò a conoscenza. Quando Born in flames fu realizzato, il concetto di intersezionalità non esisteva, ma in un certo modo il film lo illustrava in una forma incipiente. Infatti ho sempre usato l’analogia di una recinzione a metallica – le donne che legate una all’altra, fianco a fianco, marciando per raggiungere gli stessi obiettivi al plurale – anche se noi non usiamo le stesse parole, come femminismo o patriarcato, e per questo saremo più forti.

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