Giorgio Mascitelli

Uno dei tratti che rendono obiettivamente diversa l’Alternativ für Deutschland, nonostante le sue evidenti tendenze nostalgiche, da molti partiti di estrema destra che stanno furoreggiando in Europa è l’assenza di un leader fondatore forte, attorno al cui carisma creare e sviluppare il partito (e magari talvolta da giubilare in un secondo momento) come nel caso di Kaczynski, Haider, Le Pen o Bossi. E’ probabile che il motivo di tale peculiarità risieda nelle origini politiche di questo partito che sono da rintracciare nel nazionalismo economico ( la difesa del successo tedesco contro i pigri piigs) e nell’euroscetticismo. Le componenti più apertamente reazionarie come la xenofobia, il razzismo e la difesa della famiglia tradizionale, si sono sviluppate in un secondo momento, verosimilmente perché innanzi tutto sul piano specifico del nazionalismo economico il partito incontra la concorrenza elettorale dei liberali ( FDP); in secondo luogo perché, quando i valori ideologici della competitività e del successo acquisiscono come in Germania un carattere comunitario e non individuale, per cui i primati economici sono un segno della benevolenza divina e un doveroso risarcimento della storia alla nazione, per dirla con il Foucault del corso sulla biopolitica, tali valori sviluppano immediatamente un carattere mitologico, che per diffondersi ed essere compreso presso i ceti meno abbienti e più deboli culturalmente e socialmente deve per forza tradursi nel più semplice e immediato codice della xenofobia. In questo senso si potrebbe arrivare a dire che la fondatrice del partito Frauke Petry, dimissionaria dallo stesso dopo le elezioni, in quanto divenuto a suo dire un ricettacolo di estremisti e di vecchi arnesi che impedirebbero la nascita di una moderna formazione conservatrice, non capisce le intime necessità di crescita della sua creatura, come talvolta capita alle madri.

E’ interessante che la nuova leader Alice Weidel, che ha preso il posto di Petry e ha guidato il partito nella sua prima forte affermazione elettorale, vanti un curriculum umano e professionale assolutamente in linea con gli auspici della vecchia leader: ha costituito una famiglia non tradizionale con una donna di origine cingalese, con la quale ha due figli, che non risiede in Germania ma in Svizzera, e ha lavorato nel campo della finanza, tra l’altro anche in Cina, presso aziende di primo piano come Alianz e Goldman Sachs. Insomma il suo è un profilo che incarna pienamente le aspettative e i valori della modernità globale. Il fatto che una biografia del genere sia compatibile, e anzi da un certo punto di vista tattico auspicabile, con il ruolo di leader di un movimento di estrema destra è la dimostrazione eloquente della centralità del codice del politicamente corretto nella nostra società. Il politicamente corretto non è una sorta di benpensantismo di sinistra, come vorrebbe far credere un certo tipo di populismo mediatico cialtronesco diffuso in quei paesi come l’Italia o gli Stati Uniti dove c’è un gusto per questo genere di cose, ma un codice morale che esprime l’appartenenza alle élite internazionali, paragonabile per funzione e diffusione capillare alla morale vittoriana, che hanno come obiettivo ideologico la rimozione di ogni ostacolo storico, culturale ed etnico pregiudicante la piena adesione ai principi della competitività e dell’etica del successo individuale.

Così quella di Weidel diventa un’immagine parlante dalla quale emergono e nella quale si conciliano messaggi diversi. Da un lato in quanto figura dell’estrema destra incarna le mitologie razziali e storiche della patria, del suolo e del sangue, dall’altro in quanto manager di successo incarna quelle meritocratiche e, tramite la sua situazione familiare perfettamente aderente ai dettami del politicamente corretto, lancia implicitamente un messaggio rassicurante ai mercati in base al quale le misure che prenderà per soddisfare la xenofobia del proprio elettorato non contrasteranno mai con la razionalità economica corrente. Non deve sorprendere che questi messaggi siano parzialmente contradditori perché nell’epoca della globalizzazione perfino il nazionalismo, per essere credibile, deve assumere tratti globalizzanti. Tutto questo poi con il vantaggio che, non essendo portatrice del carisma e del pathos del fondatore, qualora si rivelasse non all’altezza della situazione o un mutamento di fase richiedesse altro, la manager reazionaria sarebbe facilmente sostituibile.

Non c’è dubbio che Weidel incarni la piena modernità e ciò non per la sua formazione manageriale, ma proprio per la capacità di rispondere simbolicamente ai bisogni di crescita del suo partito coniugando con pragmatismo le istanze e le mitologie più reazionarie con quelle ‘progressiste’ della globalizzazione. La natura essenziale dell’ipermodernità è la tendenza alla crescita come valore in sé a prescindere da qualsiasi domanda sul suo senso, favorita da una razionalità strumentale e volta a misurare il successo in termini di accumulazione incessante di denaro: sono precisamente gli elementi che Alice Weidel può conferire all’AfD.

Se poi si scende dal cielo dell’ideologia alla cucina della politica, l’osservazione di questo caso suggerisce anche perché i successi delle forze antisistema dell’estrema destra, perlomeno nei paesi centrali del sistema, finiscono con il risultare almeno parzialmente funzionali al sistema stesso. I successi elettorali di AfD e prima ancora di Trump e dei conservatori inglesi evidenziano che i programmi neoliberisti, sempre più spesso destinati all’impopolarità quando si presentano in forma diretta e/o progressista, divengano invece popolari e accettati qualora si dipingano di una vernice di comunitarismo nazionalista e di razzismo. E’ questa un’evidenza che il capitalismo internazionale sta già metabolizzando e che quindi riproporrà costantemente nei prossimi anni come programma politico.

E questo valga anche di lezioni a quanti, in Italia il più noto è Diego Fusaro, hanno passato il tempo a identificare l’essenza della globalizzazione con i suoi orpelli ideologici liberalprogressisti e con improbabili complotti di migrazioni pianificate. L’essenza della globalizzazione, ossia del dominio mondale incontrastato del capitalismo, è la libera circolazione del denaro, quella delle persone è una variabile dipendente facilmente sostituibile con mitologie del sangue e del suolo, se il ricorso a queste si mostri più funzionale alle esigenze del denaro e dei suoi movimenti.

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