Michel Serres ha da poco compiuto 87 anni, e negli ultimi anni la nostra cultura pare aver ripreso a dialogare con un pensiero, il suo, che ha anticipato molte delle linee di ricerca che paiono oggi più attuali. Proprio questo aspetto è al centro di un incontro che si terrà venerdì 20 ottobre, alla Casa della cultura di Milano (Via Borgogna 3), col titolo Pensare è anticipare! La filosofia di Michel Serres e le biforcazioni del nostro tempo. Interverranno Gaspare Polizzi, Francesco Bellusci, Beatrice Cristalli, Giorgio De Michelis, Giacomo Marramao, Michele Mezza, Mario Porro e Rocco Ronchi. Michel Serres sarà collegato in videoconferenza.
Grazie a Gaspare Polizzi proponiamo qui una conferenza inedita di Serres (tenuta a Lille, all’Institut National de Recherche en Informatique et en Automatique, nel dicembre del 2007; trascrizione e traduzione di Francesco Bellusci) e due contributi, suo e di Bellusci, che fanno il punto sulle ultime pubblicazioni italiane del filosofo. (a.c.)

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Condannati all’intelligenza

Michel Serres

Léon Bonnat, Le martyre de Saint Denis, Paris, Pantheon

Non conosco essere vivente del quale non si possa dire che immagazzina, tratta, emette e riceve informazione. Questa quadruplice caratteristica è così intrinseca al vivente, che saremmo tentati di definire la vita stessa in questa maniera. Ora i contro-esempi sovrabbondano, poiché non conosco nemmeno un oggetto del mondo del quale non si possa dire che immagazzina, tratta, emette e riceve informazione. Questa quadruplice caratteristica è dunque comune a tutti gli oggetti del mondo vivente, o inerti.

Le nostre scienze dure, che un tempo parlavano solo di forza e di energia, parlano ultimamente di ciò che noi chiamiamo il «dolce». Detto questo, non conosco neppure un’associazione umana, della quale non si possa dire di nuovo che immagazzina, tratta, emette e riceve informazione. Ecco allora una caratteristica comune alle scienze umane e alle scienze dure, tale che il giorno in cui abbiamo inventato un oggetto, che immagazzina, tratta, emette e riceve informazione (intendo parlare del computer), abbiamo inventato uno strumento universale. È universale, perché mima il comportamento di tutti gli oggetti di questo mondo, di cui ho appena parlato.

La rivoluzione culturale o cognitiva è prima di tutto un cambiamento pratico. Un tempo, potevo riconoscere il mestiere di un individuo quando entravo in una piccola bottega osservandolo esternamente e dalla posizione del suo corpo. Se vedevo un uomo con un grembiule di cuoio, ne deducevo che era un fabbro. Oggi, ovunque entri, vedo una persona china sul suo schermo e sono certamente incapace di distinguere i mestieri. L’universalità è di nuovo riconosciuta. La rivoluzione è di conseguenza pratica per mestieri e culturale per i linguaggi. In effetti, la distinzione tra le edizioni antiche del dizionario dell’Accademia francese e l’edizione attuale è dell’ordine di 20.000 parole. Questa differenza non è mai esistita in nessuna lingua e la maggior parte di queste parole sono parole di mestieri e di scienza. Compirò una riflessione su questa rivoluzione in tre maniere. Tenterò di descriverla nel tempo, poi nello spazio e, infine, per quel che riguarda gli individui che trattano queste nuove tecnologie.

Il tempo

Quando ho parlato di quadruplice caratteristica, avevo in mente l’accoppiamento tra un supporto e un messaggio. Quest’accoppiamento ha una storia che vi chiedo di prendere in considerazione con me. All’epoca dello stadio orale (inteso nel senso dei linguisti e non di Freud!), il cervello e il corpo umani servivano da supporto. Lo stoccaggio, il trattamento e l’emissione corrispondevano al corpo, alla memoria e alla voce. Proseguiamo fino al primo millennio prima di Cristo, nel quale si verifica una rivoluzione concernente la scrittura. Con la pelle di bestie, il papiro o la carta, la scrittura è il primo supporto esteriore al corpo umano. Ora, dal momento in cui l’accoppiamento supporto/messaggio cambia, tutto cambia nella nostra civiltà. La scrittura implica importanti mutamenti:

  • l’organizzazione delle città diventa possibile grazie alla scrittura di un diritto scritto stabile (codice di Hammurabi), e conduce all’invenzione dello Stato;

  • l’invenzione della moneta, che è un modo di scrivere un valore su di un supporto di bronzo o di rame, sostituisce le complessità del baratto e facilità il commercio;

  • l’invenzione della geometria è figlia della scrittura;

  • l’invenzione delle religioni monoteiste del libro (Torah, Sacre Scritture, Corano), risuona come un tuono nel mondo delle religioni politeistiche;

  • infine, la pedagogia è anche figlia della scrittura, poiché ogni insegnante ha ormai a sua disposizione dei testi, che non ha più bisogno di conoscere a memoria, e dei quali può trasmettere ai ragazzi i diversi contenuti.

Dispiegate la totalità di questo spettro e vi accorgerete che la nostra civiltà è la figlia diretta della scrittura. Lo spettro di questa rivoluzione è considerevole. Lo è tanto più che lo ripeterò due millenni più tardi, quando appare la seconda rivoluzione riguardante quest’accoppiamento supporto/messaggio: l’invenzione della stampa intorno al XV secolo.

Da questo istante, la rivoluzione concernente questa tecnologia numero 2 è esattamente la stessa della prima rivoluzione, nello spettro che ho disegnato poco fa. Venezia diventa in quest’epoca una «città-mondo»,e nuovi cambiamenti intervengono:

  • il commercio è sconvolto dalle invenzioni dell’assegno, della banca e del trattato di compatibilità;

  • il capitalismo nasce in questo periodo;

  • la stampa genera soprattutto la nascita della scienza moderna, cioè della scienza sperimentale, che non è più la scienza astratta figlia della scrittura dei Greci.

Per converso, assistiamo a una crisi straordinaria nel campo delle religioni con Lutero che comincia la Riforma dicendo: «Ogni uomo è Papa con una Bibbia in mano». La Bibbia stampata entra a disposizione di ciascuno, il che permette di essere liberi e di non doversi più riferire ad un’autorità organizzata. Questa libertà si riverserà sulle questioni di ordine politico per segnare l’inizio della democrazia nel senso moderno del termine.

Di colpo, abbiamo di nuovo nella seconda rivoluzione dell’accoppiamento supporto/messaggio una trasformazione completa della totalità della cultura e della civiltà considerata.

La mia conclusione si rivela allora molto semplice. Se oggi siamo i contemporanei di una rivoluzione che poggia sul medesimo accoppiamento supporto/messaggio, allora dobbiamo ritrovare attorno a noi esattamente lo stesso tipo di rivoluzione:

  • la mondializzazione si sta producendo;

  • la trasformazione della moneta e del commercio è indotta dalla «moneta-volatile»;

  • la rivoluzione scientifica è considerevole: un professore di scienze insegna oggi intorno al 70% di contenuti scientifici, che egli stesso non ha appreso sui banchi dell’università;

  • la crisi della pedagogia in corso è difficile da affrontare;

  • non ho bisogno di accennare alla crisi attuale delle religioni, giacché è sulle pagine dei giornali da almeno dieci anni.

Di conseguenza, lo sconvolgimento del mondo in cui viviamo somiglia ai due sconvolgimenti che ho descritto prima. Otteniamo in effetti lo stesso tipo di spettro in queste tre rivoluzioni. Abbiamo imparato a scuola che le grandi rivoluzioni riguardavano il «duro», alla stregua delle rivoluzioni industriale o economica e dell’invenzione del mulino a vento o delle fucine. Il confronto tra le trasformazioni implicate dalle rivoluzioni del «dolce», rispetto a quelle prodotte dalle rivoluzioni del «duro», è schiacciante. Le civiltà barcollano e ritrovano un equilibrio nuovo, quando intervengono rivoluzioni concernenti l’informazione. Non abbiamo forse coscienza oggi della straordinaria novità dei tempi in cui viviamo.

Lo spazio o l’indirizzo

Se mi chiedete il mio indirizzo vi darò per risposta, nel modo consueto, il mio recapito postale. Quest’indirizzo fa riferimento a uno spazio euclideo, cartesiano, legato a dei punti dati e conosciuti. Questo spazio è quello in cui abbiamo vissuto e io vi mostrerò che l’abbiamo abbandonato. Era lo spazio delle reti (di coordinate, di rotte aeree, di strade…). Dal momento che queste reti esistono da molto tempo, possiamo dire che lo spazio delle reti era lo spazio di un tempo. In quale spazio viviamo attualmente? Se mi richiedete il mio indirizzo oggi, vi risponderò che all’indirizzo che vi ho dato prima ricevo solo pubblicità, di cui mi affretto a sbarazzarmi. Questo non è dunque l’indirizzo dove immagazzino, tratto, emetto e ricevo informazione. Per adempiere queste funzioni, mi servo del mio numero di cellulare e del mio indirizzo di posta elettronica. Questi due indirizzi non si riferiscono più allo spazio che ho testé descritto. Le nuove tecnologie hanno raccorciato le distanze. Esse ci hanno trasportato, in realtà, da uno spazio a un altro, da uno spazio euclideo, cartesiano, a uno spazio topologico in cui la distanza è da ridefinire.

Vorrei trarre alcune conseguenze culturali considerevoli da questo cambiamento spaziale. Ho parlato precedentemente di spazi riferiti a punti dati. Questi punti erano generalmente dei punti di concentrazione. Ho assistito sul mio tragitto durante gli anni alla costruzione di quattro torri della grande biblioteca. Vedevo con tristezza questi luoghi in cui concentravamo migliaia di libri in un’epoca nella quale un semplice motore di ricerca può procurarmi qualsiasi testo. Pensavo ai meridiani costruiti dai Maharaja di Nuova Delhi nel XVII secolo, per misurare meglio le grandezze celesti, mentre ignoravano che Galileo aveva inventato la lunetta astronomica che rendeva chiaramente obsolete queste costruzioni. I punti dati erano luoghi di concentrazione di cui non si aveva più bisogno.

La seconda conseguenza culturale ha a che fare col campo giuridico e mostra bene come abbiamo cambiato spazio. La parola adresse (indirizzo) contiene il prefisso «ad» e la parola «directus» che segna la direzione e le distanze, ma che significa anche il diritto attraverso la parola «rectus». Lo spazio in questione era uno spazio giuridico, uno spazio di diritto. Quando dite «Piazza della Repubblica, 133» per indicare il vostro indirizzo, designate un luogo dove l’esattore potrà venire a reclamare quello che dovete allo Stato. Questo spazio giuridico è parimenti uno spazio politico: in «rectus» c’è «rex» che significa «il Re». Di conseguenza, se non avete ottemperato ai vostri doveri militari, o se avete commesso un reato, la polizia potrà presentarsi al vostro indirizzo per condurvi alla caserma o alla prigione. Siamo appunto in uno spazio di diritto. Cambiare spazio significa cambiare diritto e politica. Ora, se abbiamo cambiato spazio, dobbiamo forse concludere che ci troviamo in uno spazio di non-diritto? È vero in effetti che la Rete o la maggior parte dei posti in cui lavoriamo sono per il momento spazi di non-diritto. È d’altronde quasi impossibile applicare a questo spazio il diritto di un altro spazio. Un tempo, nel Medio Evo, le foreste erano spazi di non-diritto in cui tutti i personaggi poco raccomandabili imperversavano, giacché la gendarmeria non vi si recava mai. Di conseguenza, la gente onesta raramente attraversava spazi di questo tipo. Un bel giorno quindi, viaggiatori coraggiosi si sono resi conto che i briganti sfoggiavano una casacca verde e obbedivano tutti a un capo denominato Robin Hood – avete riconosciuto la mia storia! Robin Hood significa colui che indossa l’abito di magistrato in uno spazio in cui non c’è il Re: i boschi. Nel contesto delle nuove tecnologie, questa metafora implica che è assolutamente necessario che nasca un nuovo diritto in questo luogo, e a partire da questo luogo. Ogni diritto che conosciamo è nato in questo modo, compreso il diritto romano. Cambiare spazio ha conseguentemente ripercussioni culturali considerevoli, che toccano allo stesso tempo il giuridico e il politico.

Vorrei rapidamente fare l’elogio di una donna belga, per dimostrarvi sino a che punto la politica possa cambiare. Questa signora, la signora Houard, manifesta nel suo blog la sua tristezza riguardo al tema della divisione del suo Paese, prima di trasferire il suo testo sul sito www.lapetition.be. Raccoglie 103.000 firme in un mese e organizza poco più tardi una manifestazione a Bruxelles, alla quale partecipano 140.000 persone. Confrontando questa situazione a quella dell’uomo politico che avrà cercato di raccogliere voti durante tutta la sua vita per ottenerne a stento 700.000, osserviamo che l’efficacia del metodo è notevole. Le nuove tecnologie permettono dunque un nuovo diritto e senza dubbio una nuova politica. La signora Houard è una rondine che annuncia una primavera democratica che spero già da molto tempo. Una rivoluzione culturale che a un tempo è di tipo giuridico, politico e dell’habitat.

Gli uomini, il cognitivo

Le nuove tecnologie avranno ripercussioni sul nostro modo di vivere e soprattutto sui nostri modi di conoscere?

Abbiamo imparato nei corsi di filosofia che la condizione umana comportava tre facoltà: la facoltà della memoria, la facoltà d’immaginazione, la facoltà di ragione. I filosofi descrivevano l’intelletto umano sotto queste tre forme. I cognitivisti (biologi, biochimici) si sono fatti avanti per comprendere come funzionano esattamente questi tre tipi di attività. Vorrei scegliere la memoria per cercare di analizzarla alla luce delle nuove tecnologie.

All’epoca dello stadio orale, ci riunivamo la sera per sentire cantare i narratori greci, chiamati «aèdi». Avevano a quest’epoca una memoria prodigiosa perché erano capaci di raccontare i viaggi di Ulisse con circa 5000 versi. Riguardo a questa memoria abbiamo tradizioni perfettamente riconoscibili. I dialoghi di Platone cominciano quasi sistematicamente con un passante che riconosce un amico sulla pubblica piazza. Dice al suo amico che gli sembra di aver capito che fosse presente il giorno della morte di Socrate. L’altro conferma e comincia a riferire gli ultimi discorsi di Socrate. Il dialogo si estende per 245 pagine, senza dimenticare la minima virgola dei discorsi del filosofo. I narratori greci avevano dunque memoria. Questa capacità di memoria durerà fino a quando la stampa non si sarà diffusa dappertutto. Gli studenti che ascoltavano i corsi di cosmologia di Alberto Magno nel Medioevo erano capaci di riprodurre la totalità dei suoi discorsi anni dopo, quasi alla virgola.

L’invenzione della scrittura rappresenta una prima catastrofe. Il platonismo è d’altronde la lotta tra Socrate, che non vuole scrivere e fa l’elogio della parola vivente, contro Platone che fa l’elogio della parola morta posta sulla pergamena. L’invenzione della scrittura si accompagna con una perdita notevole della memoria, che riconosciamo tutte le mattine quando prendiamo appunti per paura di dimenticare i discorsi tenuti durante una conferenza.

Questa perdita della memoria non ha niente a che fare con la catastrofe del Rinascimento, quando l’invenzione della stampa ha fatto perdere totalmente la memoria ai suoi contemporanei.

Ne abbiamo delle prove manifeste nel testo di Montagne, in cui egli afferma di preferire «una testa ben fatta a una testa ben piena». Vuole dire semplicemente che uno storico di quest’epoca che intenda lavorare alla sua disciplina è costretto a sapere a memoria la totalità di una biblioteca, giacché questo sapere è accessibile solo in alcune biblioteche del mondo. Con l’arrivo della stampa è sufficiente conoscere il posto dove si trova il libro. Per la memoria è una catastrofe. Di conseguenza, con la messa a disposizione oggi della totalità dell’informazione su Internet, non abbiamo più bisogno di memoria e, d’altra parte, non ne abbiamo più.

Com’è possibile che una facoltà, di cui ci è stato detto che è essenziale al cervello umano, ha una storia tale che possiamo registrarne la scomparsa? Dobbiamo analizzare la parola, per cercare di comprendere cosa significa questa perdita di memoria e per realizzare cosa abbiamo guadagnato. Per spiegare la differenza tra perdere e guadagnare dal punto di vista cognitivo, mi rifarò volentieri a quanto uno dei miei vecchi professori di preistoria raccontava su ciò vuol dire «perdere». Diceva che eravamo dei quadrupedi prima che un evento, che è durato millenni, non facesse perdere la funzione locomotiva alle nostre membra anteriori. Abbiamo allora inventato la mano e abbiamo guadagnato uno strumento universale. Nello stesso tempo, la bocca ha completamente perso la sua funzione prensile a vantaggio della mano. La bocca, a sua volta, è diventata uno strumento universale per mezzo della parola. Le funzioni date che abbiamo perso ci hanno quindi permesso di guadagnare degli strumenti universali che somigliano molto allo strumento che ho definito prima. Se abbiamo perso la memoria, vediamo ora ciò che abbiamo guadagnato. Tornando alla storia, possiamo accorgerci del fatto che è proprio perché abbiamo perso la memoria, che, nell’età del Rinascimento, abbiamo potuto inventare le scienze fisiche. La perdita di memoria ci ha liberato dal gravoso obbligo di «ricordare» e ha permesso ai neuroni di dedicarsi a nuove attività. Ecco la differenza che può esistere tra perdere e guadagnare. Perdere nel campo del riconoscibile per guadagnare nell’ordine inventivo, indefinito, cioè nell’ordine umano.

Se ho definito «perdere» in rapporto a «guadagnare», il verbo «perdere» acquista tutt’altro significato nella lingua francese. L’uomo è un animale il cui corpo perde. Ogni volta che inventiamo uno strumento, l’organismo perde le funzioni che «esternalizza» nello strumento. Per inventare la ruota, per esempio, è sufficiente «esternalizzare» la rotazione delle nostre articolazioni. Credo che la parola «memoria» possieda due sensi: il senso soggettivo, avere memoria, e il senso oggettivo, la memoria del computer. La scrittura e la stampa erano delle memorie e oggi disponiamo di memorie superiori a quelle dei nostri predecessori. In effetti, abbiamo perso la memoria, soggettivamente, ma essa si è «oggettivamente esternalizzata». Chiamo questo fenomeno «exo-darwinismo della tecnica». C’è esternalizzazione degli oggetti che evolvono al posto dei nostri corpi.

Ciò che una volta prendevate per una facoltà cognitiva, la memoria, non è una facoltà cognitiva data e permanente, in quanto dipende dal supporto. Il supporto scritto ha trasformato la civiltà in tal modo che abbiamo completamente dimenticato lo stadio orale. Il supporto stampato ha completamente cambiato la civiltà rispetto a com’era prima. Temo molto che siamo a un cambiamento di cultura tale che il nostro modo di conoscere e di sapere nella sua interezza, quindi il cognitivo in generale, è sul punto di cambiare. Questa dimostrazione effettuata col caso della memoria, potrebbe chiaramente essere esteso all’immaginazione e alla ragione.

L’uomo condannato a divenire intelligente

Per terminare, vorrei parlare di tutte le facoltà in generale. C’era una volta, nel II secolo dopo Cristo, una città chiamata Lutezia1,. L’imperatore romano di allora decretò che i primi cristiani sarebbero stati perseguitati e giustiziati su tutto il territorio dell’Impero. Ora, il cristianesimo compare a Lutezia già dal primo secolo e una sera i primi cristiani, che avevano eletto un vescovo dal nome di Dionigi, si riuniscono in una sala. Vi si barricano nell’eventualità spaventosa di essere fermati e gettati in prigione dalla legione romana. Mentre ascoltano devotamente i discorsi del loro vescovo Dionigi, il dramma irrompe. Le porte e le finestre vanno in frantumi, la legione penetra nella sala e il centurione, che è salito sulla pedana, sferra un colpo al collo del vescovo Dionigi, la cui testa rotola per terra. Stupore, terrore e angoscia. Ma, miracolo!: Il vescovo Dionigi si rialza, prende la sua testa con le mani e la presenta ai suoi fedeli, mentre i legionari spaventati si mettono in fuga davanti a quello che chiamiamo da allora il miracolo di san Dionigi. Ecco la storia con la quale volevo terminare.

Quando, la mattina, vi sedete di fronte al vostro computer, avete di fronte la vostra testa, come quella di san Dionigi. In effetti le facoltà di cui vi ho parlato si trovano nella vostra testa: la memoria, l’immaginazione, la ragione, le migliaia di programmi per compiere operazioni che non fareste senza la vostra testa. Ora la vostra testa è oggettivata, voi avete perso la testa. Parodiando il titolo del romanzo di Musil, chiamerò volentieri l’uomo moderno «l’uomo senza facoltà». Avete perduto queste facoltà, ma si trovano tutte davanti a voi. La domanda decisiva che ancora sussiste è la seguente: cosa vi resta sul collo? Nella sua rappresentazione del miracolo di san Dionigi, Bonnat2 ha messo sul collo del vescovo una luce trasparente leggermente incandescente.

Concludo con una dichiarazione catastrofica: «le nuove tecnologie ci hanno condannato a divenire intelligenti!». Poiché abbiamo il sapere e le tecnologie di fronte a noi, siamo condannati a divenire inventivi, intelligenti, trasparenti. La creatività è tutto ciò che ci resta. La notizia è catastrofica per i brontoloni, ma è entusiasmante per le nuove generazioni.

1 Lutezia (Lutetia in latino) era una città della Gallia romana e preromana. La città fu rifondata dai Merovingi ed è l’antenata dell'attuale Parigi (ndt).

2 Léon Joseph Florentin Bonnat (20 giugno 1833-8 settembre 1922) è un pittore francese (ndt).

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Dall’enciclopedia allo zig zag

Gaspare Polizzi

Negli oltre sessanta volumi che ha pubblicato in cinquant’anni, a partire dal fatidico ’68 (il primo fu Le système de Leibniz et ses modèles mathématiques, due voll., P.U.F. 1968), Michel Serres ha attraversato i saperi più diversi – matematica, informatica, fisica, biologia, chimica, medicina, diritto, sociologia, musica, pittura, letteratura, religione – collegandoli in una rete senza centro e senza percorsi privilegiati. La sua rotta, o meglio la sua randonnée, ha seguito, in un procedere a zig-zag, le tracce delle connessioni di un’enciclopedia in movimento, che fosse all’altezza con il nuovo mondo di Ermes, quello della comunicazione e degli scambi, che già nel 1959 Serres vide rimpiazzare quello duro e pesante di Prometeo. Nel 2004 (Rameaux, Le Pommier 2004) Serres ha lasciato l’enciclopedia per inaugurare un Grand Récit, un grande racconto che raccontasse insieme la storia del mondo e le svolte dell’ominazione: «chiamo Grande Racconto quello che enuncia le circostanze contingenti che si manifestano di volta in volta nel tempo, un racconto di sterminata lunghezza che comincia con la nascita dell’universo e continua con la sua espansione, il raffreddamento dei pianeti, l’apparizione della vita sulla terra e l’evoluzione degli esseri viventi e dell’uomo, per come la concepisce il neodarwinismo» (Le temps humain: de l’évolution créatrice au créateur d’évolution, in Pascal Picq, Michel Serres, Jean-Didier Vincent, Qu’est-ce que l’humain?, Le Pommier 2003). Un grande racconto che ha anche l’intenzione, etica e politica, di far riconoscere la «guerra mondiale» che l’umanità sta ingaggiando contro il mondo (La Guerre mondiale, Le Pommier 2008) e che soltanto un «contratto naturale» (Le contrat naturel, Bourin 1990; traduzione di Alessandro Serra, Il contratto naturale, Feltrinelli 1991) può arrestare, salvando la biosfera e noi con essa, nella complessa rete di interazioni tra elementi e attori della Biogea (Biogée, Le Pommier 2010; a cura di Francesco Bellusci, Biogea. Il racconto della terra, Asterios 2016).

Il «contratto naturale» oggi può essere firmato soltanto dalle nuove Pollicine (Petite poucette, Le Pommier 2012; traduzione di Gaspare Polizzi, Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri 2013). Pollicina è l’eroina eponima della nuova popolazione dei giovani che vivono nello spazio del mobile device («sentite la pronipote di Hermes»: Le gaucher boiteux: figures de la pensée, Le Pommier 2015; traduzione di Chiara Tartarini, Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, Bollati Boringhieri 2016) e che urla impugnando il cellulare: «Adesso [maintenant] ho in mano il mondo». Gridandolo descrive innanzi tutto il tempo presente, il maintenant che la lingua francese, in questo molto avveduta, definisce appunto come ciò che si tiene in mano. Ma la ragazza ha in mano e usa il cellulare, dotato di un computer. Quindi che cosa tiene in mano? Tutti i luoghi del mondo, grazie al GPS; con Wikipedia e i diversi motori di ricerca accede in pochi clic a tutte le informazioni possibili; insomma, in meno di cinque passaggi può connettersi con chiunque sulla faccia della Terra, secondo il cosiddetto teorema statistico del mondo piccolo. Grazie alla gemma dai milioni di luccichii che tiene in mano, quasi-oggetto in possesso di miliardi di Pollicine, penetra nell’immensa caverna virtuale stracolma di cose e di persone, di echi, di riflessi di diamante, di immagini e di richiami, come il mondo e l’universale. Più luoghi, più persone, più informazioni: davvero l’addizione dà per somma il mondo, il mondo in cui queste righe hanno appena captato la luce delle gemme. Pollicina ha tutte le ragioni di esclamare: «Adesso ho in mano il mondo».

Non poche pagine del Mancino zoppo fanno risuonare il tema attuale di Pollicina, facendo ripensare senza pregiudizio alla funzione interattiva, cognitiva e creativa del mobile device. Una svolta cognitiva e comunicativa sulla quale si è variamente soffermato Michele Mezza, giornalista e studioso della multimedialità e delle tecnologie digitali. L’ultimo Serres si spinge a prefigurare una nuova utopia politica, una «pantopia» che realizzi una «democrazia rinnovata»: «Non sentite i richiami incalcolabili generati da supporti materiali che si riflettono gli uni negli altri, imitando le gemme della caverna di Verne, questa miriade caotica di messaggi possibili, come il rumore di fondo che promette segnali a venire, come il frastuono che annuncia la marcia, passo dopo passo, verso un’autentica utopia politica, verso un diritto nuovo, emerso da questa foresta che, al momento, è di non-diritto, verso una democrazia rinnovata? Democrazia che – sorpresa! – all’improvviso assomiglia al modo in cui le cose stesse costituiscono un mondo. Dico proprio “utopia”, perché il mondo così formato si manifesta nel virtuale, in uno spazio che molti, ancora, dicono irreale. Avrei potuto dire invece “pantopia”, poiché ciascuno imita in questo modo la totalità del mondo. E dico “democrazia”, perché gli esseri umani sono abituati a passare il tempo a rendere reale il virtuale» (Il mancino zoppo). Sarà necessario discutere sulla visione serresiana di una «pantopia democratica», nella nuova era di Donald Trump e delle fake news.

Come sarà necessario toccare l’abisso di senso che una nuova politica globale dovrà avviare per reggere l’impatto della globalizzazione. In questa direzione si dispiega la localizzazione della temporalità prospettata da Serres e pensata parallelamente da Giacomo Marramao intorno alla figura del kairós e a quella dell’universalismo della differenza. Kairós è il «punto giusto», il «momento adatto», l’istante critico, risolutore e fecondo, l’occasio latina. Marramao pone l’esigenza di ripensare radicalmente l’equazione di kairós e tempus a partire da una «deangolazione prospettica» in grado di farci risalire fino all’enigma del tempus latino (Kairós. Apologia del tempo debito, Laterza 2005). In Serres il kairós, il «tempo opportuno», rinvia alla qualità dell’accordo e della mescolanza opportuna di elementi diversi; come il tempo atmosferico, il tempo opportuno della temperanza, della miscela propizia, restituisce il senso, la direzione circoscritta del nostro ritaglio evolutivo e della nostra esistenza. Un senso che è orientamento e inclinazione, clinamen, rispetto a un ipotetico caos primigenio. Così avviene che il tempus-temperanza assume paradossalmente la connotazione topologica di una relazione e di una struttura di accoglienza delle forme della vita. Parimenti la visione dinamica e dialettica della relazione tra universalismo e differenza proposta da Marramao in Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione (Bollati Boringhieri 2003) interroga le categorie di «mondializzazione» e di «globalizzazione», che muovono da un «mutamento nell’ordine delle cose» (Paul Valéry) e da una nuova struttura e configurazione globale del mondo. Marramao traduce tale relazione in un problema di modellizzazione politica di spazi topologici di voisinage tra processi universalistici di globalizzazione e differenziazioni localistiche. E Serres usa la metafora del «passaggio a Nord Ovest», intricato negli spostamenti delle zolle glaciali e del quale risulta impossibile descrivere una rotta univoca (Hermès V. Le passage du Nord-Ouest, Minuit 1980; traduzione di Edi Pasini e Mario Porro, Passaggio a nord-ovest, Pratiche 1984), per indicare come globale e locale non siano due regioni separate, ma abbiano fra loro una relazione interfacciale; globale e locale sono tra loro complementari, permettono una «produzione globale di località». Il medesimo fenomeno si ritrova alle origini della geometria, nelle forme storiche del passaggio dal locale al globale, dall’ordine socio-politico della tribù alla generazione del logos geometrico descritto da Serres (Les origines de la géométrie. Tiers livre des fondations, Flammarion 1993; traduzione di Alessandro Serra, Le origini della geometria, Feltrinelli 1994).

Ma il passaggio a Nord Ovest testimonia anche di un’altra cesura che viene continuamente attraversata dal vagabondaggio di Serres nel Paese dell’Enciclopedia e che conduce al «terzo istruito» (Le Tiers Instruit, Bourin 1991; traduzione di Alberto Folin, Il mantello di Arlecchino. Il terzo istruito, Marsilio 1992). Il «terzo istruito» è la metafora vivente del superamento del contrasto fra le «due culture», in nome di una logica dell’inclusione. I «terzi istruiti» non sono «incolti istruiti», coloro la cui formazione scientifica abitua a dimenticare gli uomini, i loro rapporti, i loro dolori, e non sono i «colti ignoranti», coloro la cui formazione umanistica impone la perdita del mondo, per consacrarsi a baruffe senza oggetto. La distinzione tra le due culture era ignota a Blaise Pascal, a Gotffried Wilhelm Leibniz, ai Philosophes del Settecento, a Goethe o a Zola. Ed è ignota a quegli scrittori che Mario Porro predilige e studia, come Primo Levi, al quale ha dedicato l’ultimo suo libro (Primo Levi. Profili di storia letteraria, il Mulino 2017), o come Italo Calvino e Carlo Emilio Gadda, eredi confessi della tradizione illuminista, che affidano alla letteratura il compito di proseguire l’istanza conoscitiva propria delle scienze, lo sforzo continuato di mettere in ordine il caos del mondo. Porro ha percorso l’ideale di una «letteratura come filosofia naturale» (Letteratura come filosofia naturale, Medusa 2009), riprendendo una formula di Calvino, che aspira a fare dell’opera una «mappa del mondo e dello scibile». Alla letteratura spetta la fatica «ermetica», e quindi serresiana, di tessere i diversi saperi, con l’obiettivo di offrire una visione integrata della realtà che ci consegni almeno i frammenti di un’enciclopedia. Una fatica «ermetica» che Serres ha messo a frutto in molti suoi volumi, da Jouvences sur Jules Verne (Minuit 1974; traduzione di Mariella Di Maio e Anna Maria Scaiola, Jules Verne, Sellerio 1979); a Feux et signaux de brume. Zola (Grasset 1975) fino al libro dedicato a Georges Prosper Remi, il fumettista di Tintin (Hergé mon ami. Etudes et Portrait, Moulinsart 2000; a cura di Domenico Scalzo, di prossima pubblicazione presso Portatori d’acqua).

La randonnée di Serres prosegue (una sua ampia selezione e descrizione si trova nel numero monografico di «Riga», 35, su Michel Serres, a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro, Marcos y Marcos 2015) e si cimenta ora con una «filosofia della storia». Nel suo ultimo libro (Darwin, Bonaparte et le Samaritain, Une philosophie de l’histoire, Le Pommier 2016; traduzione di Chiara Tartarini, Darwin, Napoleone e il samaritano. Una filosofia della storia, Bollati Boringhieri 2017) il grande racconto corre lungo tre età della storia scandite da altrettante figure emblematiche: il regno naturale sotto il segno di Darwin, il dominio, troppo lungo, della violenza mortifera simbolizzato da Napoleone e l’epoca attuale e pacifica, «età dolce», nella quale il «samaritano» – contro ogni apparenza mediatica – sembra avanzare, e nella quale il possibile sembra acquistare vigore: perché «il dolce dura più e meglio del duro».

Michel Serres

Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente

traduzione di Chiara Tartarini

Bollati Boringhieri, 2016, 285 pp., € 18

Biogea. Il racconto della terra

a cura di Francesco Bellusci, traduzione di Maurizio Costantino e Rossana Lista

Asterios, 2016, 156 pp., € 20

Darwin, Napoleone e il samaritano. Una filosofia della storia

traduzione di Chiara Tartarini

Bollati Boringhieri 2017, 203 pp. € 16

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Un nuovo Lucrezio

Francesco Bellusci

Con la stessa agilità e destrezza dell’ufficiale della Marina militare francese che fu in gioventù, prima di passare agli studi di filosofia e intraprendere poi la carriera accademica, Michel Serres veleggia verso la soglia dei novant’anni, raccomandando ai giovani di diffidare da coloro che dicono «Era meglio prima!» e di porsi all’altezza dell’appassionante compito che le rivoluzioni contemporanee, con le opportunità, le novità e i risvolti connessi, assegnano loro: reinventare tutto, ovvero istituzioni politiche, relazioni sociali, appartenenze, rapporto con la natura, educazione.

Il filosofo che ha sempre rifuggito dal formalismo universitario e dalla facile seduzione delle correnti dominanti, quando non divenne marxista a dispetto di quasi tutta la sua generazione, quando comprese a pieno la vocazione matematizzante dello strutturalismo senza però arrendersi all’idea che modelli invarianti e «noumenici» possano rendere conto di tutte le particolarità e le meta-morfosi del reale, quando privilegiava lo scavo dei classici della letteratura all’armamentario concettuale della psicoanalisi consueto per altri, quel filosofo adesso è lo stesso che mantiene dritta la barra dell’ottimismo e saluta con entusiasmo, mai acritico e irenico peraltro, le novità epocali e sismiche incubate nella fine del secolo scorso e che annuncia, con la sua nuova filosofia della storia, l’avvento odierno dell’«era dolce» dopo millenni di «era dura». E lo fa ricordancoci che, da poco più di un mezzo secolo, viviamo un periodo incredibilmente lungo di pace e che guerre, terrorismo e violenza sono all’ultimo posto nella classifica delle cause di mortalità oggi, nel mondo, laddove al primo posto troviamo il fumo. A differenza di quanti si crogiolano nel catastrofismo e nella tecnofobia, o preferiscono vedere ciò che l’umanità perde invece di ciò che guadagna e dei salti di civilizzazione che, non senza contrasti e moti regressivi, essa è comunque sul punto di fare.

La migliore promessa contenuta nella filosofia di Serres – soprattutto negli sviluppi recenti, dopo la pubblicazione di Hominescence nel 2001 – consiste infatti, dal mio punto di vista, nella possibilità che offre di uscire dall’«erranza» postmoderna e decostruzionista degli ultimi decenni, con la proposta edificante di un umanesimo planetario, un «umanesimo mosaico» che accomuna Serres a Edgar Morin, che ultimamente ha elogiato e mutuato alcune intuizioni del collega francese (cfr. Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, a cura di Mauro Ceruti, Cortina 2014). Un nuovo umanesimo che Michel Serres non desume da posizioni metafisiche o religiose, bensì dal racconto della storia profonda dell’ominazione, della vita e dell’universo, con cui Serres interseca durate, culture e saperi, scientifici e umanistici: «L’umanesimo suppone che conosciamo l’uomo. Possiamo ormai raccontarlo, prima di tutto. Raccontiamo facilmente la sua origine africana, le sue avventure nel mondo intero, i suoi diversi habitat. Ma non facciamo solo della letteratura, analizziamo anche e possiamo combinare gli elementi che costituiscono l’uomo. Possiamo rispondere due volte, in racconti ed equazioni, alla domanda: da dove veniamo ? Se “natura” significa ciò che nasce, allora possiamo dire per la prima volta che conosciamo la natura umana» (Récits d’humanisme, Le Pommier 2006).

A partire dalle origini africane, il racconto serresiano approda a rintracciare i germi di una metamorfosi dell’umano, nel vortice di straordinario dei cambiamenti in atto che riguardano il nostro rapporto con il corpo, attraverso i progressi eccezionali della medicina e delle biotecnologie; con il mondo, attraverso la fine della civiltà contadina, l’inurbamento e la globalizzazione; e con gli altri, attraverso i nuovi media digitali che sostituiscono il collettivo con il connettivo (Francesco Bellusci, Mundus non est fabula. Leggere Michel Serres, Asterios 2012).

La centralità del racconto come genere di scrittura filosofica, in tutta la produzione di Serres, che ha sempre mostrato riluttanza verso il saggio tradizionale, denso di note e apparati bibliografici, e con la conseguente diffidenza da parte del mondo universitario in cui pure ha operato, ha attirato sul filosofo francese anche l’attenzione della critica letteraria ; in particolare di Beatrice Cristalli, che ne ritrova la cifra stilistica soprattutto nel recente Biogea, dove Serres, come un Lucrezio dell’era digitale, dà direttamente la parola agli elementi della natura, di monti e terra, venti e meteore, fauna e flora, sul crinale espressivo che congiunge poesia e scienza, incanto e lucidità. Da questo punto di vista, i libri di Serres appaiono come un capitolo nuovo e recentissimo dell’intrigante rapporto tra mythos e logos che connota la filosofia dagli esordi, con Parmenide e Platone, come ci ha insegnato anche Maria Zambrano, ma comprovano anche l’originale e consapevole collegamento di Serres alla tradizione della filosofia in lingua francese – da Montaigne a Diderot, da Voltaire a Bergson – che ha sempre privilegiato il racconto alla concettualizzazione astratta e sistematica.

Il presupposto di un libro singolare come Biogea sta nell’idea che Serres ha sviluppato sin dai tempi del ciclo dei cinque volumi di Hermès: tutto parla, ogni cosa codifica ed è codificata, emette segnali. Dopo Copernico, dopo Darwin e dopo Freud, è dunque Serres a dare un altro colpo al narcisismo dell’uomo, disilludendolo di essere l’unico essere, tra le forme viventi e inerti, a scrivere, a codificare un linguaggio, a depositare tracce e memoria di sé. Da questo punto di vista, il «Grande Racconto» serresiano dimostra di rimanere saldo alla metafisica bergsoniana della durata creatrice che erige ad assoluto il cambiamento, il «divenire», il mouvant, che «forma», innova e permea di sé, per gradi diversi, le cose. Così che per Serres l’essere si configura monisticamente, come una sola infinita memoria vivente. Diventa così possibile annoverare Serres, allo stesso titolo di Deleuze, in quella linea dell’immanenza assoluta di ascendenza bergsoniana, alternativa alla via fenomenologico-esistenziale, che ha cercato di superare il paradigma antropologico o della coscienza trascendentale, ma che è risultata «minoritaria» nel Novecento e di cui Rocco Ronchi ha recentemente riproposto le questioni, inserendole nell’agenda del futuro filosofo che decida finalmente di far uscire il discorso speculativo dalla crisi di legittimità generata dalla parola d’ordine heideggeriana della «fine della filosofia» (Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2016).

Ma se la vita è un libro scritto in lingua algoritmica, oggi possiamo dire che essa è una macchina. Non più nel senso cartesiano, ma in analogia alle macchine delle nuove tecnologie: i computer che, come la vita, sono algoritmici e senza finalità. E anche sul tema delle nuove tecnologie informatiche e telematiche Serres si è esercitato in controcanto rispetto alle sirene pessimiste del digital divide, del darwinismo digitale o dei «nuovi barbari», sino a predire che saremo condannati a essere intelligenti e creativi, una volta che saremo sempre più alleggeriti, da queste tecnologie, dal peso delle «vecchie» facoltà  (la memoria, il calcolo, in parte anche il ragionamento e l’immaginazione) e nell’elogio dei nativi digitali, ribattezzati «Pollicini» (Questo non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri 2013). Quest’elogio è stato raccolto, riformulato e problematizzato da Giorgio De Michelis, per il quale, se è vero che Pollicina è sempre più insofferente verso le modalità tradizionali e frontali di trasmissione del sapere, considerata la facilità di accesso diretto che ha alla rete e alle informazioni, nondimeno, quando deve compiere una ricerca più elaborata e funzionale a un’attività o prestazione, Pollicina non è sola. Non ha mediatori, ma ha i suoi compagni con cui condivide il processo di creazione di conoscenza che questa ricerca implica: «l’informazione  (la conoscenza esplicita) che trova nel web, Pollicina la mette, infatti, in discussione con gli altri, in un processo di creazione comune di conoscenza, che le dà consapevolezza e convinzione. Se non si getta lo sguardo anche su questo processo di condivisione e rimescolamento del sapere, che dà luogo ad un sapere condiviso e in continua evoluzione, non si può capire il rapporto di Pollicina con la conoscenza […]. Pollicina, insomma, collaborando con gli altri membri del suo collettivo – con il confronto tra sorgenti diverse, con le conversazioni, con le litigate – ottiene quello che una volta si otteneva ascoltando con attenzione gli interventi dei mediatori esterni, degli esperti e dei professori, che con le loro lezioni, rispondendo alle domande degli studenti, li aiutavano a internalizzare il contenuto dei libri di testo» (Pollicina e la conoscenza. Riflessioni sulla rivoluzione digitale, incontri di Gazzada dell’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa, giugno 2016). Anche se entrambi, De Michelis e Serres, concordano sul fatto che la mediazione di un docente esperto risulti ancora indispensabile nel caso si debba acquisire una conoscenza alta, scientifica o specialistica.

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