Cecilia Guida

Der Lauf Der Dinge (The Way Things Go)

L'ultimo libro di Teresa Macrì, Fallimento, è un ragionamento serio e chiaro attorno alle pratiche e ai dispositivi di questo concetto, inteso al centro di una costellazione semantica, nelle forme in cui esso si esprime nella ricerca artistica contemporanea e rispetto al fallimento dell'attuale società capitalistica, globalizzata, disequilibrata e marcata dall'efficientismo, dall'affermazione dell'io, dalla velocità. L'autrice tratta il fallimento in dialogo e in contrasto con il successo spingendosi nello studio di queste due opposte polarità della condizione umana che hanno a che vedere con i conflitti interiori, le lacerazioni e le soddisfazioni dell'essere.

Ciò che a Macrì interessa analizzare è la natura polisemica, la sottigliezza psichica del fallimento e i paradossi filosofici che esso incarna nella coscienza contemporanea, accarezzata solo dall’idea del successo su cui ha costruito una condizione psico-sociale illusoria, fondata sulla compulsione performativa e su meccanismi di esclusione. “Questo libro non è la sede per un elogio al fallimento e tanto meno per una nomenclatura dispotica che vuole incasellare gli artisti a dei concetti mette subito in chiaro l'autrice nella prima riga del libro –. Piuttosto è il tentativo di ridefinire le varie posizioni e le differenti accezioni che intorno al concetto di fallimento si intessono tra loro, generando una struttura reticolare, possibilmente infinita.” Il processo artistico che lambisce i concetti di caduta, errore, fallacia degli artisti presi in esame nel volume diventa dunque la metafora di un fallimento ideologico, etico, sociale e politico globale con cui il soggetto contemporaneo deve confrontarsi. “Ciò che mi premeva scoprire – precisa Macrì era l’emancipazione del concetto di fallimento, il suo sdoganamento dall’essere un tabù sociale e il suo antagonismo concettuale. Tutto questo poiché, come Hannah Arendt, sono convinta che: 'Chi critica ha a cuore il mondo perché prende sempre partito per esso'”. In questo caso, il video Rehearsal I (El Ensayo), realizzato da Francis Alÿs a Tijuana in Messico tra il 1999 e il 2001, dove l'artista alla guida della sua Volkswagen Beetle rossa, attraverso numerosi tentativi, cerca di salire fino in cima a un ripido pendio sincronizzato al ritmo del danzón, è un'autoaffermazione della prassi del fallimento. Alÿs, ostinandosi nella ripetizione di un'azione con un improbabile esito positivo, ne accetta l'insuccesso con responsabilità e ne riconosce la sua persistenza in quanto accadimento degli uomini e delle cose.

Punto di partenza dell'indagine è l’assunto lacaniano per cui il fallimento è un “atto mancato”. Per lo psicoanalista e filosofo francese “il fallito è l’oggetto”, ciò significa che l’oggetto non si presenta come ciò che può colmare la “mancanza a essere” che abita il soggetto, ma che l’incontro con l’oggetto è strutturalmente marcato da una condizione fallimentare. L'oggetto è sempre insufficiente, sempre vuoto e sempre fallito perché non è mai raggiunto. Nell'analisi di Macrì questa definizione di atto mancato adduce inevitabilmente al concetto di intenzionalità dell’artista che non viene sublimata nell'opera. Fenomenologicamente l'autrice si richiama a Husserl per cui l'intenzionalità è la correlazione che sussiste tra soggetto e oggetto e che rende il primo cosciente di ciò̀ che sta vivendo. Il fallimento di un'idea, di un'opera, di un progetto è la vanificazione dell’intenzione. “Ho un'opinione vitalistica del fallimento, dell’errore, della desublimazione puntualizza Macrì e per tutto il libro ho attraversato il suo paradigma domandandomi: Come può un progetto, durante il suo processo di realizzazione, sopravvivere all’egemonia di un art system in sé troppo conservatore e schematico, inabissarsi nel fallimento e da esso rigermogliare? Come sempre, l’arte mi sollecita verso dubbi e risposte.” A tal proposito, l’opera-lezione di nudo Iggy Pop Life Drawing Class di Jeremy Deller, ideata nel 2006 e riabilitata nel 2016, conferma proprio questa capacità rigenerativa di un progetto inizialmente rifiutato (dalla rock star) e accettato dopo dieci anni.

L'analisi è organizzata in modo criticamente intelligente secondo linee di discontinuità temporale attraverso cui le ricerche di artisti tra loro diversi si avvicinano temporaneamente per prossimità semantica o similarità metodologica. Nelle pagine del libro riecheggiano le parole di Beckett “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”, mentre la riflessione sulla dimensione del fallimento diventa virale: da Chris Burden che spingeva l'arte oltre i suoi limiti con performance spesso concluse nel fallimento di una sfida al destino non esattamente controllata, a Bas Jan Ader che performava ossessivamente, a metà tra tragico e comico, l'atto di cadere in quanto pensava che “la caduta è fallimento”, a Fischli & Weiss che in Der Lauf Der Dinge (The Way Things Go) mettevano in moto un congegno visivamente straordinario ma errato nel funzionamento, a Harald Szeemann che riconosceva nel fallimento una “dimensione poetica dell'arte” assimilandolo all'utopia, a Cesare Pietroiusti che intende il fallimento come “l'unità minima di tempo. Quando cerchi di notare tutti ma proprio tutti gli atti che si manifestano in modo diverso, anche di poco, dall'intenzione che li ha mossi, allora ti rendi conto di quanto poco tempo ci vuole per fallire”, e tanti altri. Tuttavia nella mappa artistica narrata dall'autrice manca Driant Zeneli che guarda al fallimento come “la fine di un processo e l'inizio di un altro”, e che attraverso il progetto Bankrupt Artists. Lesson n.?, composto di lezioni-performance itineranti sugli artisti falliti tenute da docenti delle Accademie e Università di differenti nazioni e in diverse lingue, mira a portare l'attenzione degli studenti sul tema.

Il fallimento è nella disamina di Macrì il tempo dell'erranza, della discontinuità, dell'incontro, della rottura della conformità a uno scopo oggettivo e materiale. C’è sempre nel corso di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro della realtà. Il fallimento nella sua accezione culturale, identitaria, politica, finanziaria e ambientale attraversa le ricerche estetiche esaminate, spesso spingendole verso la proposta di modelli sociali antagonisti e di nuovi inaspettati immaginari. Zigzagando nella storia e contro-storia dell'arte dai Salon des Refusées ottocenteschi passando per il rivoluzionario Duchamp (il quale, confrontandosi con il nonno e i fratelli maggiori che erano dei pittori affermati, si riteneva invece un “pittore fallito”) fino ai giorni nostri, l'autrice ribadisce il valore che spesso assume i toni di un'inconsapevole necessità del fallire, dello smarrirsi nel dubbio e nell'errore, dello sperimentare la perdita per aspirare a comprendere il senso possibile dell'esistenza.

Teresa Macrì

Fallimento

postmedia books, 2017

172 pp., € 16,90

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Una Risposta a Quando il fallimento non è un insuccesso

  1. Paola ha detto:

    Ecco un modo di intendere la parola fallimento riferito alle azioni delle persone sotto tanti aspetti che molti non hanno preso in considerazione …..

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