Luigi Azzariti-Fumaroli

«Attraverso gli alberi percorsi da impercettibili vibrazioni […] sbucò un uomo di mezza età, il quale teneva davanti a sé un retino bianco attaccato a un bastone e, di tanto in tanto, eseguiva strani saltelli […]: It’s the butterfly man, you know. He comes round here quite often». W.G. Sebald in questa pagina degli Emigrati (Adelphi 2007) rende omaggio alla passione entomologica di Vladimir Nabokov, ovvero a quella particolare eccitazione che – si legge in Parla, ricordo (Adelphi 2010) – coglieva lo scrittore russo quando, al cospetto delle farfalle, avvertiva la possibilità di eludere il tempo: quei «teneri spettri» indicavano con le loro coreografie orbicolari il fuoco prospettico dal quale si dipartivano le linee di fuga di uno spazio immaginativo che il «montaggio dei ricordi» avrebbe formato e animato. Sarebbe tuttavia improprio definire, con Danilo Kiš (Homo Poeticus, Adelphi 2009), l’opera di Nabokov una proustiana ricerca del tempo perduto, benché «esploso e frantumato», e rispetto al quale il reliquiario infantile delle farfalle si porrebbe essenzialmente quale emblematico rappel. Come La gloria (scritto in russo fra il 1930 e il 1932 e apparso a puntate sulla più importante rivista dell’emigrazione russa, «Sovremennye zapiski» e nel 1971 tradotto in inglese dal figlio Dmitri, sulla cui versione – dopo quella di Ettore Capriolo pubblicata da Mondadori, col titolo Gloria, l’anno seguente – si basa ora quella, molto nitida, di Franca Pece) testimonia con la sua artificiosa architettura concentrica, in Nabokov – sebbene la superficie fenomenica non sia mai un dato, ma sempre un elaborato – la «facoltà formatrice sulla vita, quell’ordinarla a partire dalla meta», non può costituire il proprio dell’opera d’arte. La «realtà» nabokoviana non accetta d’essere risolta in una struttura eminentemente razionale, per quanto complessa essa possa essere. All’«implacabile raziocinare» di Proust (così Franco Fortini, Note su Proust, in Verifica dei poteri, 1965; ora il Saggiatore 2017) Nabokov sembra preferire l’incertezza dei sogni: anche quando questi si snodano in spire bizzarre e misteriose, simili ai recessi di un bosco inoltrandosi nel quale si può restare intrappolati.

Questo è il rischio che corre, nella sua incoscienza, Martin, il protagonista di quella «impresa valorosa», di quell’«atto nobile», che il termine russo «Podvig» esprimeva certo con maggior efficacia del nostro «gloria», tanto magniloquente quanto sbiadito, quando fu scelto – da quel delibatore di parole ch’era Nabokov – quale titolo della versione russa del romanzo. Il cedere, in un serafico abbandono, ai lenocinii di un onirismo a occhi aperti, può infatti sì far credere che nulla, a dispetto dei pogrom rivoluzionari, sia andato perduto, e che «tutto è come deve essere, niente cambierà mai, nessuno mai morirà»; ma l’indulgere troppo a lungo nel prestar fede alla consistenza «densa e compatta» dei propri sogni rende invero soltanto più inclini a ingannarsi, più deboli ed incerti di sé, più disposti a rinnegare l’esistenza che non si sia rivelata all’altezza delle proprie fantasticherie.

Già Jean Paul nella Storia di se stesso (Editrice Pisana 1997) aveva avvertito che il concedersi ai sogni della fanciullezza per trovare appiglio «in questa ondivaga esistenza» può tanto riavvicinare «alle porte della vita custodite dalle notti e dagli spiriti», quanto indurre a credere di poter trovare la propria libertà solo lontano dal proprio «corpiciattolo di uomo», nel mezzo d’un corteo di decrepiti spettri. Nabokov non ignora la portata dell’«enigma», come egli lo definisce nel breve romanzo del 1930, L’occhio (Adelphi 1998). Il dare soluzione all’alternativa non sembrerebbe del resto compito che possa essere assolto dalla letteratura, alla quale dovrebbe spettare unicamente la funzione di affabulare e incantare. Nondimeno nella Gloriapur dietro una spessa cortina di funambolismi stilistici, ora più ora meno felici – tale indecisione permea l’intera diegesi, così da porla sotto il segno di una profonda inquietudine. La difficoltà provata da Martin, «il più gentile, il più retto, il più commovente di tutti i giovani uomini creati» dalla penna di Nabokov, a superare lo stallo nel quale si è condotti dal troppo confidare nei propri sogni, una volta che si sia chiamati a fare i conti con la realtà della vita, fa maturare l’idea, compiutamente espressa da Nabokov all’inizio delle Lezioni di letteratura (Garzanti 1982), che, sebbene il mondo debba concepirsi anzitutto come «potenzialità narrativa», la «sostanza mondana» non possa mai essere del tutto trascurata; essa, anzi, sembra doversi mantenere sempre viva e guizzante, così da contemperare l’immaginario che ogni autentico scrittore coltiva l’ambizione di creare e abitare.

La scoperta simpatia che Nabokov nutre per il personaggio di Martin sembra in tal senso doversi ricondurre non già soltanto al suo incarnare le passioni, le ansie, i successi e i travagli che in larga misura lo stesso scrittore aveva provato, fuggendo dalla Russia, nei primi anni in Europa, quanto piuttosto al suo rappresentare lo stare in bilico sulla frontiera fra l’evocazione d’un tempo «abbigliato di porpora e d’oro» e il tentativo disperato di rivivere quel tempo, di ritrovare gli stessi luoghi e le stesse persone, partecipi di un gioco di luci e di ombre sotto lo stormire di un «fiabesco fogliame». Al contrario del suo eroe, Nabokov non soccombe però inseguendo quell’immaginazione di cui la memoria è forma. Egli si concede a un tipo più discreto e raffinato di nostalgia, quello che solo la lingua permette di coltivare. Lo scrivere in russo, il lasciarsi guidare dalle parole che appartengono alla lingua del pensiero e del respiro, alla lingua dell’anima, era (e lo è stato anche quando – l’ha mostrato in modo assai convincente Martin Amis nel recente The Rub of Time, Penguin 2017 – si è compiuta l’ibridazione con l’inglese), il modo per continuare a nutrire il suo «senso ipertrofizzato dell’infanzia perduta». C’è una poesia, scritta nei primi anni Trenta, nella quale Nabokov – ricorda Norman Manea in Conversazioni in esilio (il Saggiatore 2012) – si rivolge direttamente alla lingua russa con la consapevolezza ch’egli non le si può affrancare, perché la sua vita è scritta in quella lingua: solo il russo è per sempre dentro di lui e in lui rimane, solo il russo «è lui stesso». La sua gloria.

Vladimir Nabokov

La gloria

traduzione di Franca Pece

Adelphi, 2017, 245 pp., € 20

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