Silvia Cegalin

Cindy Van Acker, Drift – foto © Louise-Roy

Il magnetismo è quel fenomeno in cui un corpo dotato di particolari proprietà, genera una forza tale da attirare a sé altri corpi, venendo così a creare un campo magnetico in cui agiscono e operano determinate cariche elettriche. Questo concetto di attrazione/repulsione magnetica supera i confini del mondo scientifico e, aprendosi, giunge a toccare anche quel mondo umanistico in cui certe nozioni sembrano non trovare spazio. Ed è proprio seguendo questa linea di pensiero che Enrico Pitozzi (studioso di arti performative e docente allo IUAV di Venezia) ha analizzato le opere della coreografa belga Cindy Van Acker all’interno del suo libro Magnetica. La composizione coreografica di Cindy Van Acker. Pitozzi rompe gli argini categorizzanti e porta in un contesto artistico-performativo assiomi e principi provenienti prevalentemente dall’universo scientifico, facendoli interagire e dialogare con quelli scenici e assumendo un’ottica radiografica che sfonda la superficie e guarda dentro la materia, fino a coglierne i processi, coerentemente alla pratica della Van Acker.

Per l’artista belga, lo stare in scena è, prima di ogni cosa, un continuo esercizio di ascolto e percezione, dentro quelle trame corporee destinate a diventare movimento e azioni visibili. Per citare Berthoz (professore di Fisiologia della percezione e dell’azione al Collège de France) ricordato dallo stesso Pitozzi: “La percezione è già un’azione”, perché le coreografie di Van Acker nascono da una partitura interna; è l’occhio della mente che genera i futuri movimenti che il cervello ordina e organizza mentalmente

La lettura che propone Pitozzi, a differenza delle classiche analisi che si concentrano spesso sulle forme o “sul che cosa mi vuole comunicare l’artista”, analizza il processo che determina le azioni, il perché il corpo si comporta e reagisce in un determinato modo se posto in specifiche condizioni.

Cindy Van Acker, Diffraction, foto Louise Roy

Da una prospettiva filosofica, al centro del testo viene affrontata la definizione di corpi. Seguendo le orme di Spinoza, a diventare basilare non è più il concetto di sostanza, ma quello di moto e riposo, in quanto l’entità dei corpi dipende dalla loro condizione dinamica. I corpi infatti non agiscono mai in maniera solitaria, ma sono sempre attraversati da altre forze (interne ed esterne) che li influenzano, li cambiano e li direzionano verso nuove traiettorie. Senza volerlo si ritorna dunque al principio del magnetismo, e sintetizzando Faraday, si può dire che: tutti i corpi capaci di risentire l’azione di un campo magnetico nel quale sono immersi, sono in grado di diventare a loro volta dei magneti.

I corpi, e in questo particolare caso, il corpo di Cindy Van Acker, di per sé performativo, viene visto da Pitozzi come ricettivo, perché si modella in relazione con ciò che lo circonda e in questa sua esplorazione, si reinventa. Lo spazio scenico è, per sua natura, un campo in cui agiscono forze che non sono sempre visibili e tattili, ma che spesso agiscono a un livello più profondo. E Cindy Van Acker, che è un’artista consapevole di queste dinamiche impercettibili, rende la scena un luogo alchemico dove si compiono metamorfosi che sembrano richiamare il principio di Paul Klee, in cui: “L'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Sullo spazio scenico agito da Van Acker, sono specialmente due le entità che modellano e scompongono il corpo della danzatrice, conducendolo verso quella forma d’astrazione che non trova una facile definizione : la luce e il suono.

CindyVanAcker, ION, foto Louise Roy

Come scrive lo stesso Pitozzi: “Un’opera di Cindy Van Acker la si percepisce, non la si vede”. In questo processo artistico, dunque, la luce non assume una valenza ontologica, ossia non incarna la sua classica funzione svelatrice, di “mettere in luce”, di “far vedere”. La luce assume una carica diversa, in quanto gioca a un livello subliminale con le ombre, illuminando non per rilevare, ma per sottrarre, per far intra-vedere quei corpi che, defigurati in fasci di oscurità e chiarore, accompagnano lo spettatore verso una percezione attiva e partecipativa che agisce a livello neurale. Basti, ad esempio, pensare a coreografie come Nixe e Obtus, in cui a divenire protagonisti sono quegli elementi che stanno ai limiti della visibilità, incorniciati in quel gioco intermittente di svelamento/nascondimento manifestato tramite rapidi bagliori, scintillii e variazioni infinitesimali dello spettro luminoso.

La luce non è soltanto un mezzo per “incantare” lo spettatore e spingerlo a ispezionare quelle zone visiva fondamentale: la Cromia. La gradazione cromatica è in pratica la firma che appartiene al luogo in cui si è e si agisce, in quanto rivela in modo visibile la temperatura e l’atmosfera che vi è in esso, quei confini percettivi carichi di senso e potenza. La luce è anche lo strumento necessario per costruire geometrie e volumi, rendendosi così unità spaziale e architettonica. Nelle coreografie della Van Acker il fattore luce non agisce mai da solo, infatti è sempre accompagnato da un’altra componente che è il suono. Per avvicinarci all’idea di suono adoperato dall’artista belga nelle sue opere dobbiamo dimenticare il concetto di musica come sottofondo o come quell’elemento decorativo che vuole suscitare emozioni. Perché, proprio come la luce, anche il suono assume una valenza fisica, avvicinandosi a quel principio della Cimatica (ovvero la scienza delle onde) che conferma che gli effetti acustici e la vibrazione influenzano la materia, creando di conseguenza un legame tra le onde, la sostanza e la forma. Seguendo questo ragionamento, quindi, il suono: all’inizio viene percepito a livello fisico, come una scarica elettrica che entra nel corpo e lo modifica, alterandone le sue proprietà intrinseche; per poi diffondersi (anche all’esterno) in una forma molecolarizzata che, come la luce, organizza spazi, forme e atmosfere rendendo la scena un luogo del sensibile e dell’immaginario in cui ogni limite viene quasi annullato. Attraverso queste componenti sceniche si può asserire che il corpo della danzatrice e dei suoi ballerini sono coinvolti in un processo d’astrazione perché, ad essere presentato agli spettatori, non è un insieme corporeo unitario e significante, ma segmenti di corpi visualizzati attraverso i singoli organi; in questa poetica abbiamo dunque un corpo privato della sua interezza e formato solamente da parti distinte e autonome. Ci sono gli organi ma non c'è un corpo.

Cindy Van Acker, Obtusby, foto Isabelle Meister_

Tale poetica può essere considerata come il ribaltamento della famosa idea di matrice artaudiana del corpo senza organi (CsO), che qui si trasforma in organi senza corpo (OsC). Se in Artaud si cerca una estensione dei sensi, superando quindi i limiti della fisicità, nella Van Acker l'organismo rimane presente solo all'interno di una logica organica spezzettata e divisoria. Nei suoi spettacoli inoltre il concetto d'astrazione porta con sé un altro fattore, quello di Animalità. I movimenti e le sequenze coreografiche dell'artista belga, non fondandosi su un continuum di senso e rappresentazione, ma su un sentire istintivo, opera sulla scena proprio come un animale che, lasciandosi guidare dagli impulsi corporei, cerca il suo territorio. Un’animalità che si avvicina molto al pensiero filosofico di Derrida e Deleuze sul “divenire animale”, ovvero su quel “mettersi a nudo” scarno da qualsiasi sovrastruttura.

Proprio come in un concatenamento magnetico, l’arte di Cindy Van Acker tocca ed esplora vari campi e pensieri che si intrecciano e si contaminano tra loro. E Pitozzi, grazie a questo suo libro, riesce a rendere significativi e spiegare questi legami, che conducono il lettore verso un’altra danza. Una danza prismatica.

LINK

http://www.quodlibet.it/libro/9788874628179

http://www.ciegreffe.org/

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=uMWZPijKC6M

https://www.youtube.com/watch?v=HJyNwEE_mT4

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