Tommaso Gennaro

«La storia ha divorato la geografia»: l’ha detto una volta Paul Celan all’amica Ilana Shmueli, ed è vero per ogni guerra di ogni tempo; ma forse per il Novecento c’è un grano di verità in più, se non altro per l’aberrante voracità espansionistica dei diversi fronti e per l’uso spregiudicato delle armi di devastazione che hanno inciso con violenza inumana sul territorio la loro traccia indelebile, compromettendo così irreparabilmente il paesaggio.

Paesaggi del trauma di Matteo Giancotti è una lucida, dettagliata e convincente analisi sugli spazi visitati dalle guerre. Lungo il corso di un secolo, il XX, emblematizzato dagli eventi che l’hanno maggiormente funestato – le due guerre mondiali (e, in aggiunta, quella nei Balcani, «l’uscita di scena più caotica che si potesse pensare per il Novecento», alla quale è dedicata l’ultima sezione del libro) – Giancotti ricostruisce, osservandolo dalla prospettiva italiana, il carattere plurale e mai univoco del concetto di paesaggio. Quest’ultimo, infatti, viene letto dall’autore con attenzione appassionata, evidenziandone appieno anzitutto la profondità, ovverosia quella dimensione nella quale lo spazio alberga il tempo. La «permeabilità dei paesaggi alla storia», spiega Giancotti, è la «consapevolezza che sulla superficie dei luoghi la guerra ha lasciato delle tracce [...] che saranno leggibili e interpretabili non solo poco dopo la battaglia, ma potenzialmente per sempre». Si delinea efficacemente nel corso di queste pagine – ed è uno dei meriti del libro l’aver affrontato entrambe le guerre mondiali, evidenziandone la natura non dissociata – il tema della «simultaneità», la «dimensione diacronica» del paesaggio (che sia il Carso di Ungaretti o l’Altipiano di Meneghello), ma, si potrebbe aggiungere, dialogica; perché la guerra, con tutti i suoi effetti, dura, e l’autore lo riconosce con amarezza: «l’eclissi dell’estetica in certi luoghi non può essere passeggera». Ma le alterazioni sul paesaggio sono provocate anche dagli stessi scrittori, che producono in momenti peculiari quali le guerre quella «lievitazione di valori» che ne arricchiscono la semantica (senza dimenticare che, è ancora Giancotti a dirlo, «senza letterarietà [...] nemmeno il paesaggio esiste»).

Quasi un’antologia, per la generosità dei passi riportati dall’autore, il libro di Giancotti è dunque uno studio approfondito su uno dei temi più affascinanti fra quelli relativi alle guerre del Novecento (a testimoniarlo, oltre al ricorso a una bibliografia critica valida e aggiornata, sono soprattutto il rigore metodologico, che non lo distanzia mai dai numerosi testi presi in esame, e la chiarezza dello scopo della ricerca). Utili risultano inoltre gli approfondimenti che seguono i due capitoli principali, dedicati alla Grande guerra e alla Resistenza, che ragionano sui generi dei testi scelti dall’autore. Fra le pagine migliori, oltre quelle dedicate a Lusso, Comisso, Meneghello e Fenoglio (ma si scoprono anche, in questo libro, voci meno note, come quella straordinaria di Emanuele Artom, partigiano ebreo autore di alcune considerazioni memorabili), di grande impatto è l’analisi serrata dei rapporti fra il paesaggio e la visione che ne ebbero i partigiani nel corso dei rastrellamenti nazifascisti. All’immobilità solo apparente che precede l’attacco, nella quale si infiltra la paura (con il suo grado di alterazione), non appena si rivela l’irruzione delle truppe nemiche, con lo choc, «le coordinate spazio-temporali saltano» e la visione dello spazio si scombina; le «visioni del “dopo”», invece, «sono filtrate, di solito, da una forte commozione, da uno stato post-traumatico che fa vedere tutto da una prospettiva alterata». E «nel mezzo del rastrellamento», nel suo «epicentro», si produce quello che Giancotti definisce un «effetto centrifugo» che «disarticola il nucleo» dei partigiani e «scaglia lontano i suoi elementi».

Né la cura storiografica, che pure non cede mai nel libro, sacrifica l’attenzione per i protagonisti mancanti di questo lavoro: quanti quelle guerre le combatterono venendone sopraffatti. C’è un verso di Zanzotto duro come pochi, che racconta senza mezzi termini la condizione effimera dei soldati sul campo: «quando come a pidocchi si sentenziavano destini». A leggerlo così, isolato dal resto del componimento, viene subito in mente l’Ungaretti più celebre – «Si sta come d’autunno / sugli alberi le foglie» –, di cui le parole del poeta di Pieve di Soligo potrebbero costituire una sorta di controcanto disincantato e ben più amaro, giusta il paragone squalificante e l’uso di un verbo che non lascia scampo. Perché alla precisazione di una particolare stagione dell’anno, che Ungaretti impiegava metaforicamente per definire l’esperienza bellica, Zanzotto ha preferito un’indicazione temporale meno dettagliata, volta a chiarire il verso immediatamente precedente («Nell’ora che più intenta al suo banco squartava la battaglia») senza però determinare la durata di quell’esperienza: non puntuale (col rischio di risultare episodica) ma durevole, e persistente – e la continuità della guerra, l’«onda lunga» che, come ha mostrato Giancotti, agisce sulla società e ancor più sulla letteratura, ritorna nelle ultime, bellissime pagine del suo libro, dedicate al romanzo Zona (2008) di Mathias Énard. Al lieve cadere delle foglie di Ungaretti si sostituisce la sorte ineluttabile dei pidocchi nel verso di Zanzotto, non certo per mancanza di rispetto per i morti, ma, al contrario, per ricordarne la sorte più infame, destinata da sempre agli ultimi (che sono la fiumana inarrestabile rievocata nell’opera struggente di Énard): espulsi dal paesaggio della vita senza alcun riguardo, come se la Storia se li fosse grattati via distrattamente.

Matteo Giancotti

Paesaggi del trauma

Bompiani, 2017, 264 pp., € 12

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