Lucio Saviani

JR, Unframed. Marseille

Intorno alla metà degli anni novanta del secolo scorso Václav Havel, l’ex dissidente da poco eletto presidente della Repubblica Ceca, pronunciò alcuni storici discorsi in occasione di visite ufficiali in diverse città e capitali europee. All’importanza storica e alla levatura teorica di quei discorsi si è via via aggiunta, nei due decenni successivi, una straordinaria forza premonitrice.

Erano riflessioni, quelle di Havel, intorno all’idea di Europa, alle sue radici, alla ricchezza di culture che la abitano, al suo significato e al suo destino per la storia della cultura occidentale. Quei discorsi sono stati tradotti in italiano e raccolti da Růžena Hálová nel libro Cinque discorsi sull’Europa (Euno Edizioni, 2014). Nei discorsi tenuti a Dublino e ad Aquisgrana, in particolare, Havel parla esplicitamente di Europa “come compito” e di “anima” dell’Europa: “che cosa l’Europa era, in cosa credeva, che cos’è, in cosa crede e cosa dovrebbe e potrebbe essere, ovvero quale ruolo potrebbe avere in futuro”.

Le note che seguono vogliono essere un tentativo di corrispondere all’invito, spesso esplicito nei discorsi, a cogliere i contorni di quell’ “anima” nel suo “viaggio” storico.

Inizierei con un’immagine che appare in tre versi di Dante Alighieri. Siamo al Canto XXV dell’Inferno, vv. 65 e sgg.:

come procede innanzi da l’ardore,

per lo papiro suso, un color bruno

che non è nero ancora e ‘l bianco more.

Il bruno che si spande sulla carta prima di bruciare, allorché il nero si perde sul bianco che sotto il nero muore. Dunque un foglio che lentamente sta bruciando, con quel confine che si sposta di continuo tra la parte non ancora nera e il bianco che piano muore.

Quella pagina che scurisce, proprio come fa il cielo al tramonto, corrisponde ad un’immagine con cui è stato pensato l’Occidente: la terra dell’occàso, del tramonto. Proprio nel discorso tenuto ad Aquisgrana, Havel afferma: “ho di recente indagato su come l’Europa abbia ottenuto il suo nome. E un po’ sorpreso ho appurato che, secondo molti, la sua prima origine è indicata nella parola accadica erébu che significa crepuscolo, o tramonto del sole. Dalla parola accadica asû, che significa aurora, avrebbe ricevuto il suo nome l’Asia”. In una nota Růžena Hálová chiarisce: “Con questo rimando, Havel rende ancora più ampia la gamma dei riferimenti etimologici circa il nome di Europa. Più spesso, la radice è indicata nella coppia di termini greci εὐρύς (eurus), “ampio”, e ōps, “occhio”, da cui Eurṓpē, “largo sguardo”. Talvolta si ricorre anche al fenicio ereb, “occidente”. Così come “occidente” è inteso come il luogo del tramonto, del latino occasus”.

I modelli attraverso i quali, di solito, viene interpretato il concetto di Occidente sono due: il Compimento e il Tramonto. Il Compimento come realizzazione di un’intima essenza: l’Occidente ha compiuto la storia perché ha realizzato i suoi valori: la libertà, il progresso, la pace. Opposto è l’altro modello: l’Occidente tramonta proprio perché non è riuscito a compiersi realizzando i propri valori. L’Occidente è rimasto irrisolto, rovesciando come un guanto la libertà in oppressione e genocidio, il progresso in sfruttamento e distruzione, la pace in guerra, morte e fame. I due modelli sembrano opporsi ed escludersi a vicenda. Eppure, riescono entrambi a cogliere nel segno. Ma vi riescono soltanto se non si escludono reciprocamente, solo se li consideriamo l’uno come il rovescio speculare dell’altro: proprio perché l’Occidente ha realizzato i suoi valori esso tramonta, e proprio perché tramonta l’Occidente realizza i propri valori. Insomma, più che un luogo, l’Occidente può essere pensato solo come una linea progressiva e polemica, che avanza continuamente. Un Occidente condannato a dover continuare a divenire; la pena di non poter davvero “occiděre”, di dover sopravvivere alla propria fine senza poter finire di sopravvivere.

Questa definizione dell’Occidente come linea progressiva e oppositiva, avanzante e polemica, in sé problematica – perché si tratta di definire attraverso un finis, un confine, sempre in movimento – lascia scoperta, come un nervo, la contraddizione strutturale dell’Europa: una dialettica di identità e differenza, di identità per differenza. Il suo essere unitas multiplex, molteplice nell’unità e unità come molteplicità è la sua caratteristica più viva e originale: da sempre spezzata tra grecità e latinità, tra romanità e cristianesimo, tra impero occidentale e orientale, tra papa e imperatore, tra cattolicesimo e Riforma, si può dire che proprio da questi conflitti e guerre l’Europa sia stata messa in ordine, messa “in forma” e regolata.

Il Polemos è innervato fin dalle origini nel tessuto d’Europa. Fin da un suo evento fondativo: la guerra di Troia, che ha origine da un rapimento e da una fuga, da un trafugamento. Così come nel celebre mito: Europa, la fanciulla rapita da Zeus nelle sembianze di un toro che con lei vola attraversando il mediterraneo fino alla terra che fronteggia l’Asia.

Anche nella più antica opera teatrale pervenutaci, I Persiani di Eschilo, la regina Atossa, madre di Serse re di Persia, sogna una lotta in cui si affrontano due sorelle: una ha un nome, Asia, l’altra è senza nome. Vince la sorella senza nome, ma per regnare deve andarsene via, lontano dalla reggia.

Ma il Polemos che segna l’identità più propria dell’Europa è un conflitto che non è solo distruttivo; è il Polemos dei frammenti 53 e 80 di Eraclito. (Il conflitto “padre” di tutte le cose). Polemos che è anche Logos: la ragione delle cose implica che l’unità sia dia solo nella molteplicità e che l’identità viva della differenza. Il conflitto è generativo delle differenze, che esso mette in opposizione e che tuttavia rispetta mettendole, appunto, in movimento. Il conflitto come differenza e differenziazione, anche paradossalmente pacificazione – non come omologazione e identificazione, bensì come negoziazione permanente.

E’ su questi concetti che si fonda l’idea di Europa in Hans-Georg Gadamer. Sono i temi dell’incontro, del dialogo, della tolleranza, dell’altro. E sono proprio le radici e l’anima di Europa di cui Havel parla nei suoi discorsi. Ed è la ragione di fondo per cui l’idea di “Mediterraneo” sta a fondamento della riflessione di Gadamer sull’eredità dell’Europa.

In una delle conversazioni che alcuni fa curai per Il cammino della filosofia (Rai, 1997), Gadamer ricordava: “Nell’epoca delle colonie, i Greci avviarono un’ampia politica di fondazione di nuove città; in questo arco di tempo distribuirono per tutto il Mediterraneo una moltitudine di giovani, imbarcati su navi greche. È noto che sulle coste dell’Asia minore si trovavano grandi città come Mileto ed Efeso e lo stesso vale per la cosiddetta Magna Grecia, e cioè la Sicilia, il Meridione italiano, il Sud della Spagna, il Nord dell’Africa (…) la Francia meridionale. Dovunque troviamo colonie greche”. E’ l’immagine vibrante di una natura ‘sismica’ del Mediterraneo che assesta, sistema, a volte fa sussultare, sprigiona e lascia salire dal profondo le sue tante opposizioni.

Oggi il Mediterraneo è sicuramente il luogo del pianeta in cui il nord-ovest del mondo incontra il sud-est, avvertendo con precisione sismografica tutte le tensioni di questo contatto. Questa sua collocazione di frontiera disegna con chiarezza il compito dell’Europa: o guardia dell’impero atlantico del nord-ovest oppure luogo di costruzione di un incontro alla pari, fondato sul reciproco rispetto, sulla curiosità e sulla speranza di trovare al di là delle differenze, anche ciò che accomuna. Una riflessione sul Mediterraneo non è una questione regionale, che riguardi solo il sud d’Europa o i paesi che si affacciano direttamente su quel mare, ma un momento decisivo della ricostruzione di un modo autonomo di pensare e di rappresentarsi dell’Europa nel suo complesso.

In uno degli scritti raccolti in L’eredità dell’Europa (Einaudi, 1991) Gadamer afferma: “Anche nell’Altro e nel Diverso noi possiamo in qualche modo incontrare noi stessi. (…) L’Europa può costituire più che un argine alla globalizzazione: la possibilità di ripensare e sperimentare possibili forme di convivenza e di comunità. Perché l’Europa può ritrovare nella propria storia la capacità di aprirsi all’altro – fosse anche l’invasore – integrandolo e valorizzandone le qualità peculiari. Gli europei possiedono un comune patrimonio storico, artistico, linguistico e letterario. Perché dovrebbero limitarsi alla moneta unica e alla caduta di qualche barriera doganale?”.

Credo che proprio oggi, a quarant’anni dalla stesura del manifesto di Carta ‘77, assuma un valore particolare poter corrispondere a questo invito ricordando le parole di Jan Patočka, il più grande filosofo ceco del Novecento, filosofo e martire, morto dopo un duro interrogatorio della polizia durato ore. Platone e l’Europa. (4): “Mi sembra di poter affermare che l’Europa – l’Europa occidentale soprattutto, ma anche quella che si denomina ‘l’altra Europa’ – è nata dalla cura dell’anima. Ecco il seme da cui è nata l’Europa… Si parla senza fine dell’Europa in senso politico, ma si trascura la questione di sapere cosa sia realmente, e da dove è nata. Noi vogliamo parlare dell’unificazione dell’Europa. Ma l’Europa è qualcosa che si può unificare?... Dobbiamo innanzitutto comprendere che l’Europa è un concetto che si basa su fondamenti spirituali”. (Platone e l’Europa, Vita e Pensiero, 1997).

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2 Risposte a Dialogos, Polis, Polemos. Idee di Europa

  1. Silvana Barillaro ha detto:

    Non c’è dubbio che le terre che abitiamo siano stati e siano tuttora luoghi di scambi continui e di esperienze uniche foriere spesso di sviluppi originali, oggi come migliaia di anni fa. Si invertono, tuttavia, i termini.Oggi è un esodo quasi biblico di popoli disperati e con una storia culturale chiusa e diversa, alla ricerca di un benessere difficile e insicuro, allora era e rappresentava la conquista di un territorio ampio e primitivo da parte di popolo maturo per cultura e esperieze politiche ed istituzionali. Ora come allora si parla in ogni caso di esseri umani spinti da necessità, bisogni o desiderio di conquista(certo non è la stessa cosa) che come talidevono essere guardati e trattati.

  2. Federico La Sala ha detto:

    RICORDANDO I “PLASTIC PEOPLE OF THE UNIVERSE”, PORTARSI CON LE ASTRONAUTE (cfr. Samantha Cristoforetti) E GLI ASTRONAUTI(cfr. Paolo Nespoli, in questa “ora”, oggi) ALL’ALTEZZA DEL PIANETA TERRA E DELL’INTERO GENERE UMANO.

    A quarant’anni dalla stesura del manifesto di Carta ‘77, un contributo a ripensare i “fondamenti spirituali” (Jan Patočka) dell’Europa… *

    “Su cosa è stato edificato il nuovo mondo? Genocidi e stermini. Chi ha dato il nome a questo nuovo mondo? Un Vespucci ((in verità non lui direttamente, ma ricordiamoci dei ragni e delle formiche di Bacone). Chi ha chiamato così l’Amazzonia? E, chi così il Brasile? A Napoli, sì sempre a Nea-polis, questo nome ricorda la brace, il braciere, persone intorno a un fuoco che riscalda, un cerchio familiare che si apre e accoglie chi ha freddo – non la devastazione e il deserto di chi cieco e folle si mette a distruggere tutto: Edipo con in mano il lancia-fiamme a volontà – Platone, il Tecno-crate. Di fronte alla Foresta gli uomini ciechi e folli di potenza (ma qui si parla anche delle donne-amazzoni) vedono nulla e fanno e … faranno il Brasile?” (Federico La Sala, La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica, Antonio Pellicani Editore, Roma 1991, pp. 180-181)

    Se vogliamo parlare di identità europea, oggi che dovremmo parlare di identità terrestre (siamo le generazioni che hanno visto e vedono la Terra dalla Luna, e dallo Spazio!!!), parliamone con più ampiezza, profondità, e altezza: reinterroghiamo il mito, antropologicamente!!! […]

    “Lula, dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2002, aveva detto che per una volta «la speranza aveva vinto la paura». Domenica, tre anni dopo, è stata ancora una volta la paura a vincere sulla speranza. Non solo sulle armi da fuoco” (cfr. Maurizio Matteuzzi, “La libertà e la speranza. Le armi in Brasile”, il manifesto, 25.10.2005, p. 1). Il risultato è stato: 64% no, 34% sì.

    Ma, nonostante questo, si continua a non capire: come Edipo, siamo diventati ciechi, ciechi psichicamente! Intanto peste e devastazione avanzano dappertutto – su tutta la Terra, come avanza la distruzione finale dell’ultima grande foresta, quella amazzonica. Il Brasile non è l’‘altro’ mondo, è il nostro stesso mondo allo specchio e non lo vogliamo né lo sappiamo riconoscere. Non abbiamo ancora capito – e continuiamo a non voler capire!

    All’inizio, e su tutta la Terra, gli esseri umani sapevano, sapevano che cosa facevano, e che cosa dicevano! La foresta era la foresta, il deserto il deserto, e sia dall’una sia dall’altra, sapevano trarre energie per vivere, vivere – né morire né distruggere tutto. La foresta, come il deserto o la montagna e il mare, era la loro maestra e palestra di vita e di libertà (dopo millenni, J. J. Rousseau – il primo grande maestro del sospetto – aveva cominciato a capire!). Ed Europa non significava quello che si è voluto che significasse: tramonto, notte, occidente … e morte!!!

    In origine il nome “Europa” designò un territorio ristretto, forse la regione a nord dell’Egeo; in seguito i geografi indicarono con questo nome tutte le terre a nord del Mediterraneo. E, se ci fidiamo delle parole greche, significava e indicava un “buon” (gr.: “Eu”) luogo dove si poteva “far fascine”, “far legna” (gr.: “ropeuo”). Lì, i greci impararono a ‘orientarsi’ e a ‘leggere’: a ‘scegliere’, a ‘raccogliere’, a ‘legare’ e a ‘collegare’, cioè a “far legna”, e a “far fasci” … ma non di tutte le erbe, né di tutta la legna!!!

    Impararono, e impararono presto, divennero saggi (sofòi) e, infine, molto, troppo saggi (sofisti) … e fu l’inizio della fine! Nietzsche, che ha tentato di chiarire l’enigma, qualcosa aveva capito: se è vero che “la grecità fu la prima grande unificazione e sintesi di tutto il mondo orientale e appunto perciò l’inizio dell’anima europea, la scoperta del nostro ‘mondo nuovo’”, è anche vero che il “nuovo mondo” che abbiamo costruito dimostra quanto presto abbiamo dimenticato la ‘lezione’ delle foreste, dei mari, dei deserti, e dei fiumi e delle montagne!!!

    Così Eu-ropa ed Eu-angelo hanno finito per condividere lo stesso ‘destino’ di cecità e di morte, e una sola parola: la volontà di potenza ha finito per accecare l’una e l’altro – e tutti e tutte abbiamo cancellato il “ben” (“eu”) dall’intelletto e dalle nostre Parole!!! E abbiamo esportato solo e sempre e ancora ….. ‘Fascismo’, e ‘Van-gelo’!!! Questo il nostro Logos?! Questo Logos era all’inizio?! Non scherziamo col fuoco: In principio era Eu-ropa…. ed Eu-angelo. Non dimentichiamolo! Sappiamo distinguere e dire quale Logos era in principio?! O no … o non più?!

    *
    RIPENSARE L’EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE “EU-ROPEUO”. Per la rinascita dell’EUROPA, e dell’ITALIA. La buona-esortazione del BRASILE. Una “memoria” – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=901

    GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITÀ E RICONCILIAZIONE… – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5269

    Federico La Sala

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