Federico Francucci

Solo un anno dopo Amore (1981), libro di vagabondaggio e furibonda metamorfosi, Manganelli pubblicò il Discorso dell’ombra e dello stemma ( o del lettore e dello scrittore considerati come dementi, recita il decisivo sottotitolo); il genere sei-settecentesco del discorso, già rivisitato in passato dall’autore che gli aveva dato l’aspetto di un intervento accademico presto virato in febbricitante concione (inHyperipotesi e nel Discorso sopra la difficoltà di comunicare coi morti), gli consente di unire le due andature a lui così tipiche, quella trattatistica e pseudodidascalica e quella divagante, in continua uscita dal solco, fatta di incessanti deviazioni dalla strada principale, o metodo. In questo caso però con un’ulteriore acrobazia fondativa, perché la strada principale del libro è proprio l’erranza, la de-menza, il delirio. «Il presente libro è stato trascritto da un fool», si legge all’inizio del testo preparato da Manganelli per il risvolto di copertina della prima edizione Rizzoli (e riportato, in questa adelphiana, in appendice). Si dis-corre di e da un discorso, si devia dalla deviazione, per arrivare a un centro che si sposta sempre – dove?

Il libro – forse uno dei più alti di Manganelli, e di sicuro uno dei più importanti per capirlo – è tornato da poco disponibile in una nuova edizione ottimamente curata da Salvatore Silvano Nigro, che firma una preziosa postfazione in cui segnala i refusi della princeps (poteva un’opera che predica il refuso creativo esserne priva?), rintraccia la storia delle due figure messe a titolo, l’ombra e lo stemma, nell’opera manganelliana, ne discute non tanto il significato quanto le funzioni svolte in quella grande battaglia, insieme reale e cerimoniale, che è la scrittura di Manganelli, e individua alcune fonti (James Hillman, Giorgio Colli), o piuttosto zone di tangenza attraversate e oltrepassate da uno scrivere che tenta sempre di sottrarsi a sé stesso nel timore di cristallizzare, di immobilizzarsi in “cultura”, entità che per Manganelli è una sorta di antimateria rispetto alla letteratura. Proprio in ragione di questo il Discorso è un libro che rinchiude i suoi critici in una stanza senza uscita, o forse con due false uscite; da una parte neutralizza ogni attacco che voglia “spiegare” il testo partendo da un piano da esso distinto e superiore, costruito com’è sull’assunto che non si può parlare delle parole, ma solo aggiungere a esse altre parole (l’assunto, insomma, che non c’è metalinguaggio); così facendo lascia intravedere la seconda e non meno improduttiva ipotesi, quella di manganelleggiare sulle piste di Manganelli, magari ricalcandone le volute stilistiche più appariscenti, e in questo modo escludendosi dal movimento della sua scrittura e del suo pensiero. Fallimento per fallimento, scelgo di non scegliere e vado incontro a entrambi.

Proviamo dunque a “spiegare”. La situazione basilare del libro, il piano su cui gli altri poggiano e si dispongono, è semplicissima: c’è un io che scrive, e scrive che sta scrivendo “il presente libro”, come già visto, a casa sua, nel suo studio, interrotto da telefonate e altri minimi eventi che gli fanno perdere il filo, ossia smarrire e insieme mantenere la strada senza strada dell’opera in progress o in regress. Questo “io” non si nomina mai, e la perdita del nome proprio è il primo passo che lo condurrà alle parole dell’ombra e a quelle dello stemma; tuttavia non è difficile riconoscere le sensibili analogie che lo avvicinano al signor Giorgio Manganelli, voracissimo lettore e infaticabile acquirente di libri da non leggere, prospetti di futuri possibili che mai si realizzeranno (le opere dello psicanalista Géza Roheim, di cui si parla nel bellissimo capitolo quindicesimo, fanno tuttora mostra di sé sugli scaffali della biblioteca d’autore, conservata a Pavia ), compulsatore di vocabolari, amante delle edizioni economiche, sempre in litigio amoroso con un’indisciplinata macchina da scrivere e una volta, tempo prima, “professore pessimista”. Si può dire senza timori che il Discorso sia il libro in cui si vede meglio, più in dettaglio, l’esistenza di Manganelli; ma la si vede al netto di ogni “autobiografia”, vale a dire di ogni ricostruzione ex post che presupponga l’esistenza come serie ordinata e sensata di avvenimenti, come fosse la trama di uno scadente romanzo preteso “realista” (e Manganelli era straordinario nel mostrare quanto fantastico e alla lettera sconclusionato fosse il realismo di certi grandi dell’Ottocento, Dickens per esempio). Si veda in proposito, ancora nel capitolo 15, il fulmineo, dolcissimo quanto scontornato ricordo di gioventù, “davanti alla Pilotta, a Parma”: un atollo verde in un oceano deserto.

La “spiegazione”, però, non soddisfa, non coglie l’essenziale. Imbarchiamoci allora nell’altro fallimento, quello acrobatico. Una capriola da poco: questo libro in costante scarto da sé stesso, cominciamolo dalla fine, dal trentunesimo e ultimo capitolo. “Quale che sia la numerazione delle pagine che il lettore troverà dentro di sé, la pagina che mi si sta scrivendo davanti porta il numero novantanove. […] Ora questa pagina mi sta davanti, e cerco di vedere che c’è dentro”. Sul dattiloscritto dell’opera, che si può consultare al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia, la parola “novantanove” è sovrascritta a una precedente lezione, cancellata col bianchetto ma ancora leggibile: centonovantuno”. Che è il numero della carta su cui il testo è stato effettivamente battuto a macchina. La pagina che si compone davanti alla prima persona discorrente del libro, dunque, non è più quella che Giorgio Manganelli, in persona, aveva sul rullo della macchina da scrivere. Abbiamo così un segno tangibile di ciò che, nelDiscorso, viene chiamato “errore esatto”, e la dimostrazione di cosa può essere il “doppio” di cui pure tanto parla, a vanvera, il fool. “Questa pagina” che, illusionisticamente, sembra si stia scrivendo sotto gli occhi del trascrittore mentre la scrive, e poi dei nostri, è una pagina-doppio a cui si accede solo dopo aver commesso l’“errore” che ne apre le porte. Ed è solo grazie alla pagina-doppio, ripetizione della grigia e immobile pagina della vita, ma con un piccolo e decisivo dettaglio alterato, che si può arrivare alla parola ombra e alla parola stemma. Nella mitologia insieme angosciante e risibile inscenata da Manganelli, solo l’unione di parola-ombra e parola-stemma può scampare scrittore e lettore dal fuoco puramente distruttivo del Moloch per consegnarlo a quello, mortale e rigenerante, di Dioniso.

Sofferenza e angoscia, sebbene inevitabili, non bastano per fare letteratura, dice a un certo punto il fool; vanno rese impersonali, astratte, lavorandole in forma di parole esattamente erronee. Solo quando non ci riguarderanno più di persona, potranno darci qualcosa di buono. Che lezione, per tanti scrittori di oggi: se solo volessero ascoltarla.

Giorgio Manganelli

Discorso dell’ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi

a cura di Salvatore Silvano Nigro

Adelphi, 2017, 192 pp., € 19

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