Paolo Carradori

Agnese Toniutti, foto © Tommaso Gasperini / Massimo Sestini

Il pianoforte antiromantico, antiborghese del ‘900 al Museo Zauli di Faenza. Non è così fuori posto, anzi esiste un sottile filo rosso con l’opera dell’artista faentino. Carlo Zauli alla fine degli anni ’60 giunge alla scultura dopo aver attraversato tecniche e linguaggi della ceramica in un processo di ricerca dove la materia rimane la stessa ma, perdendo la propria funzionalità tradizionale, si apre a nuove forme, prospettive e volumi, alla contemporaneità. In fondo anche il pianoforte impregnato di retoriche salottiere ottocentesche nei primi del Novecento viene rimesso in discussione, qualcuno ci mette le mani dentro. Quello che pareva uno strumento simbolo, intoccabile, un’orchestra perfetta, viene preparato per emettere suoni nuovi, per raccontare storie più vicine alla nostra complessa attualità.

Quattro appuntamenti per una coraggiosa rassegna “Ossessioni-Concetti sonori per menti libere”, progetto del Museo Carlo Zauli, la Scuola di Musica Sarti con la direzione artistica di Donato D’Antonio. Dove l’ossessione non è solo quella degli organizzatori, la loro urgenza culturale di proporre la nuova musica ma anche quella dei compositori, la loro ostinazione verso mondi sonori come frattura con il passato.

  • Viti, bulloni, gomme…il paradosso Cage

Nella terza serata il set di Agnese Toniutti si muove sul filo del paradosso. Tutto dedicato a John Cage - salvo un brano di Tan Dun comunque omaggio al compositore americano - la pianista ce ne rivela aspettinuovi grazie ad un rigore esecutivo - i più severi direbbero non interpretativo - una aderenza totale alla pagina cageana che spesso molti esecutori tirano dalla propria parte: ognuno vuol rappresentare il proprio Cage. Allora può succedere che una lettura decisamente conforme non risulti penalizzante anzi possa far riemergere dettagli dimenticati. Lo si percepisce subito con Suite for Toy Piano (1948) dove nei limiti tonali sviluppati dalla mini tastiera il percorso ritmico/metrico è decisamente coerente. Lo strumento è un giocattolo, la musica no e la Toniutti ne scolpisce con puntualità tutti gli aspetti coinvolgenti. La selezione da Sonatas and Interludes (1946/48) esalta la preparazione maniacale dello strumento: viti, bulloni, plastiche, gomme inserite come da partitura tra determinate corde lo rendono ora balafon, ora vibrafono, armonicamente statico ma timbricamente affascinante. Un labirinto variegato di grovigli ritmici, alterazioni del suono estranianti che stupisce sempre. La pianista friulana che cura particolarmente anche il gesto riconoscendolo come elemento musicale, crea poi un filo diretto con il pubblico invitandolo ad avvicinarsi e sbirciare dentro il pianoforte. Una scelta non usuale che sarebbe piaciuta a Cage.

C-A-G-E Fingering for piano (1993) di Tan Dun è quasi tutto sviluppato sulle corde, come un’arpa ne sfrutta le vibrazioni. La tastiera è usata con una forte valenza percussiva nelle sonorità più gravi. Le fascinazioni orientali cageane emergono come ombre di suono tra glissando e silenzi. Tutto però suona programmato, stride con la logica della non-struttura dell’evento musicale che ha caratterizzato il percorso del compositore americano. Ma è con l’ultimo brano in programma che la Toniutti ci rende appieno la bellezza di un capolavoro come In a landscape (1948). Una composizione rischiosa per molti esecutori che si lasciano andare spesso a tentazioni melodiche, addirittura romantiche. Con una esecuzione di rara concentrazione, prosciugata, cristallina, la poesia del brano esplode, Spazio zen, gioco di specchi, dove la ripetizione ammaliante di una frase dolce e sospesa, emoziona nel profondo. Sullo sfondo l’ombra di Satie.

  • Cowell, Bussotti e la teoria del pingpong

Matteo Ramon Arevalos chiude la rassegna con una proposta variopinta. Subito Satie di Le Piège de Méduse (1913) composta per una commedia lirica la musica saltella, sgorga fresca. Quasi un ragtime, colonna sonora per cartoni animati che i fogli di carta sulle corde trasfigurano in qualcosa di indefinito. Il Cowell di Aeolian Harp (1923) dove una mano preme i tasti senza suonarli e l’altra manipola le corde è tutt’altro mondo e ci riporta con i piedi per terra (veramente stavamo bene lassù…). Torna Cage con il suo primo pianoforte preparatoBacchanale scritto nel 1940 per un balletto estende la lezione di Cowell, il pianoforte diventa un’esaltante orchestra di percussioni. A salvarci dal labirinto cageano di suoni distorti segue una meraviglia assoluta: Palais de Mari (1986) di Morton Feldman. Composizione che Arevalos esegue con una esemplare limpidezza del tocco, gestione dei silenzi e sapiente pazienza nella distribuzione delle riverberazioni. Feldman estremizza magicamente la concezione del tempo e della durata che Debussy aveva già intuito. Difficile cambiare pagina. Novelletta (1974) di Sylvano Bussotti si basa sull’astrattismo grafico di una partitura che lascia una quasi totale libertà interpretativo-improvvisativa all’esecutore. Rischio che il pianista affronta con una visionarietà coinvolgente, tra il gestuale e l’happening. Le palline da pingpong gettate sulle corde oltre che sorprese sonore sanno di abbandono edonistico, aspetto rituale. Sa di rito anche Per Piano 2 (1983) di Fausto Razzi, composizione tutta concentrata sulla cordiera dello strumento alla ricerca di sonorità inusuali che si muovono come inquiete isole sospese in una drammaturgia spaziale di grande fascino.

Ossessioni” Concetti sonori per menti libere

Museo Carlo Zauli – Faenza

10>13 Settembre2017

Direzione Artistica Donato D’Antonio

Agnese Toniutti, pianoforte, Matteo Ramon Arvelos, pianoforte

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