Maria Pia Pozzato

In genere si dice che discorso orale e discorso scritto rispondano a due technicalities diverse e che ognuno di noi sia più versato nell’uno o nell’altro. Paolo Fabbri, uno dei più importanti semiologi europei, pur essendo brillante autore di moltissimi saggi, è famoso soprattutto per il fluire maestoso e accattivante di un eloquio che ci teneva avvinti in tre-quattrocento nell’aula III di Lettere a Bologna, anche molto dopo che avevamo finito gli studi. In un’epoca in cui gli studenti vanno a lezione solo in vista dell’esame e per fotografare con il cellulare le slide del powerpoint, l’immagine di quell’aula gremita e silenziosa è decisamente vintage: si andava ad ascoltare Fabbri per il puro piacere di farlo, nella convinzione di assorbire comunque qualcosa di interessante. Nella sua gratuità, l’andare a seguire una sua lezione, magari seduti per due ore su uno scalino dell’aula, era quel che si dice un bel gesto, qualcosa che sta all’intersezione fra la fedeltà a un maestro e la capacità estetica di cogliere il bello, l’interessante, il piacevole dell’esistenza senz’altro tornaconto immediato. È stata quindi un’idea eccellente quella di Gianfranco Marrone di raccogliere in volume le trascrizioni di ventuno conversazioni-intervista che il nostro autore ha avuto con altrettante persone dal 1998 al 2016. Come molto azzeccata, per ragioni che riprenderò in chiusura, è la scelta del titolo dato al libro: L’efficacia semiotica.

Nella prefazione Marrone sottolinea il fatto che i materiali raccolti sono solo apparentemente eterocliti perché in realtà, leggendo di seguito le varie interviste, si profila un orizzonte di ricerca con alcuni punti fermi precisi come lo strutturalismo, la testualità, il racconto, l’enunciazione, le passioni, la semiosfera, il dialogo costante con discipline come la linguistica, l’antropologia, la teoria della comunicazione, la storia dell’arte, la critica letteraria. Così, anche se ritornano alcuni temi specifici, evidentemente nelle corde dell’autore (ognuno ha i suoi!) come ad esempio le strategie, il camouflage, gli zombie, la profezia, il falso, il terrorismo, ecc., ciò che struttura in profondità il discorso di Fabbri è una riflessione epistemologica che differenzi la semiotica strutturale da altre possibili, di fatto esistenti e praticate. La lunga parabola professionale e l’immensa cultura gli consentono di tratteggiare, lungo le varie interviste, una storia molto articolata delle idee linguistiche e filosofiche da cui è emersa un certo paradigma semiotico. Come faceva nei suoi corsi, anche in alcune di queste conversazioni Fabbri insiste sull’aspetto socio-storico delle teorie. Rileggendo in particolare Thomas Kuhn, ne sposa l’idea secondo cui in ogni epoca e in ogni ambito disciplinare ci sono delle persone, dei gruppi di individui che credono in alcuni assunti di base e li organizzano in paradigmi sempre più strutturati finché altre teorie, inizialmente confuse e in progress, non li soppiantano relegandoli in soffitta. Quindi anche la semiotica strutturale farà questa fine? È, quella del Nostro, la classica profezia auto-avverantesi? A giudicare da quello che afferma ironicamente l’autore stesso, sembrerebbe di sì: “Ho amici che pensano che la semiotica sia stata una dei più grandi fallimenti intellettuali del secolo scorso, altri, meno amici, che dicono che la semiotica è una moda degli anni Settanta” (intervista con F. Marsciani, 2014). È indubbio che molti filosofi, linguisti, studiosi di letteratura, massmediologi ne hanno decretato da tempo la morte. Se si guardano i loro riferimenti, si nota che questi ultimi non sono aggiornati, e la disciplina viene criticata in base a tre fondamentali pregiudizi: da un lato la si accusa di apporre modelli linguistici a ciò che non è linguistico in senso stretto, come ad esempio la comunicazione visiva; dall’altra di ridurre a modelli narrativi standard, molto semplici e astratti, la testualità complessa; infine, al contrario, la si taccia di dire in modo astruso e complicato qualcosa che può essere parafrasato in maniera semplice, seguendo il senso comune.

La lettura di queste interviste a Paolo Fabbri potrebbe finalmente sgombrare il campo da queste tre visioni del tutto inattuali della semiotica. Innanzi tutto la vastità degli ambiti di applicazione (grandissima, ad esempio, l’attenzione alle immagini) spazza via l’idea che la semiotica possa affrontare solo ciò che è espresso linguisticamente o traducibile sub specie linguistica; ma soprattutto la visione della significazione, e il linguaggio teorico della sua descrizione, sono tutt’altro che semplificatori o inutilmente complicati. Come dice Fabbri nell’intervista che apre la raccolta: “È il mondo che è complicato, non le spiegazioni che ne diamo. Il linguaggio naturale non è ingenuamente dato e semplice e le spiegazioni complicate. No! Il mondo naturale e il linguaggio sono complicatissimi e sono già là. E non possiamo revocarli o ricostruirli. Però possiamo tentare di rispecificarli, e i meccanismi di rispecificazione sono di una grandissima complessità” (intervista raccolta da A. Toftagaard 1998).

Non sarà che la semiotica, oggi, è attaccata proprio perché la sua via, che è quella della complessità, va poco di moda? O perché la sua vocazione formale è vista con sospetto in un’epoca in cui tutto deve essere immediatamente funzionale e concreto? Non dimentichiamo infatti che si tratta di “una disciplina metodologica a vocazione interdisciplinare” e quindi non legata a nessun tema o medium in particolare. Che essa non sia un “prodotto” facile da vendere lo suggerisce Fabbri stesso quando, nell’intervista raccolta da Gianfranco Marrone che conclude il volume (2016), oppone il guru al maestro: il primo, istrionico protagonista di festival, farebbe informazione; mentre il secondo, chiuso per giornate intere in una stanza a dirigere piccoli seminari, farebbe formazione. Proprio questo tipo di lavoro, duro e poco appariscente, renderebbe efficace la semiotica: efficace nel rompere logore consuetudini di pensiero, nel trovare piani di traducibilità fra diversi linguaggi e addirittura nello scovare, attraverso il confronto con l’Altro culturale, cioè che è ancora “impensato” dalla propria cultura. Facendo riferimento al lavoro del sinologo François Jullien, Fabbri dice: “Io non vado verso la Cina, cioè verso l’esotico, ma verso il ‘mio’ esotico, cioè verso qualcosa che non sono riuscito a pensare”. Qui, accanto a mille altri temi contenuti nella raccolta di cui non posso dar conto in questo breve spazio, emerge uno snodo cruciale del dibattito culturale contemporaneo, quello del ritorno all’ontologia. Dice Fabbri: “Quando Eco sostiene che c’è una ontologia di fondo, gli tocca prendere una metafora, lo zoccolo duro. […] Per questo la cosiddetta deontologia non può essere fondata su principi di funzionamento ‘di ultima istanza’, ma sull’idea di un confronto culturale. È per quello che mi interessa il ragionamento di Jullien, quando dice che la relazione con le culture altre è un saggio di deontologia”.

Paolo Fabbri

L’efficacia semiotica. Risposte e repliche

a cura di Gianfranco Marrone.

Mimesis, 2017, 299 pp., € 26

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2 Risposte a Paolo Fabbri, la conversazione infinita

  1. EXISTENTIA ha detto:

    Innanzitutto ringrazio l’autore dell’articolo, capace di stimolare riflessione critica e grazie naturalmente a Paolo Fabbri.

    Autorevolezza, formazione, ricerca, pluridisciplinarità e multidisciplinarietà problematizzano ciò che intendiamo per ‘reale’.
    Esse ci pongono di fronte a relazioni complesse fra oggetto e soggetto, fra significato e significanti.
    Esse ci immergono nella complessità del mondo, per cercare di comprendere come ognuno di noi si relaziona nel suo contesto di vita e come funzionano i diversi sistemi sociali.
    Un mondo caratterizzato da metafore e metonimie che pongono in discussione le ‘certezze’ del comunicare e del comprendere individuale e sociale, delle diverse organizzazioni sociali, comprese quelle della società dell’immagine che oggi viviamo (reti, lobby, social network, etc)

    Tutto ciò, insomma, che la semiologia e alcune discipline come l’antropologia culturale, la sociologia, l’arte, etc. hanno proposto come centrale nel loro lavoro, nel XXI secolo, attraverso l’approccio interdisciplinare ed il metodo della partecipazione.

    Detto questo, l’interesse che l’articolo ha suscitato in me emerge dai principi vitali, enunciati e spesso dimenticati:
    a. l’importanza dell’autorevolezza nella formazione dei giovani, ma anche per tutto il percorso della vita. (La formazione non può limitarsi esclusivamente ad una condizione anagrafica). Perché? Perché la formazione è fondamentale nel processo di crescita individuale e sociale e quindi per la creazione del consenso e della democrazia.
    b. l’importanza di vedere e capire il mondo nella sua complessità e quindi attraverso conoscenze specifiche settoriali che si confrontano e trovano il loro terreno comune per meglio comprender e valutare i fenomeni: la multi-interdisciplinarietà.
    Un approccio multidisciplinare e interdisciplinare problematico, ma che ci aiuta a conoscere la realtà, allontanarci da false certezze che rischiano di trasformare i processi di incontro delle diversità in processi di omologazione culturale e a rischio autoritario.
    Nel nostro paese, l’Italia, qualcuno con coraggio ha intrapreso tale percorso e meriterebbe di essere ricordato e studiato. Mi riferisco alle esperienze, di ricerca partecipata, quindi di politica , come quelle di Ernesto De Martino e la sua equipe, nelle quali attraverso studi e riprese di rituali si è cercato di porre in evidenza le differenziazioni tra significati e significanti permettendo non solo di demistificare alcuni fenomeni come la diversità sociale, la magia, follia, ma di collegarci con i gruppi di avanguardia europei.
    E’ in questo contesto che nel sud dell’Italia emersero avanguardie politiche come quelle di Michele De Risi, allora vice sindaco di Roccanova (Potenza) che in forma organica al gruppo interdisciplinare di ricerca non solo introdusse, come garante, la ricerca nei mondi che praticavano i riti, ma ne musicò canti , danze e rituali. Fino allora trasmessi solo oralmente. Il tutto senza comparire o firmare.

  2. Federico La Sala ha detto:

    LA LEZIONE DI FERDINAND DE SAUSSURE, IL MAESTRO, E IL GURU. Due note …

    ANTROPOLOGIA E FILOSOFIA. IN PRINCIPIO ERA IL LOGOS – NON IL “LOGO”! La questione della “Parola” e della “Lingua” …

    RILEGGERE SAUSSURE. UN “TRATTATO TEOLOGICO-POLITICO” RIDOTTO A UN BANALE “CORSO DI LINGUISTICA GENERALE”!!! DUE PERSONE CHE DISCORRONO… Il punto fermissimo della ricerca saussuriana:
    cfr. http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3360.

    AL DI LA’ DELLA “FATTORIA DEGLI ANIMALI”!!! A DANTE ALIGHIERI E A FERDINAND DE SAUSSURE, A GLORIA ETERNA…..
    LA LIBERTA’, LA “PAROLA” E LA “LINGUA” DELL’ITALIA, E IL COLPO DI STATO STRISCIANTE DEL PARTITO “FORZA ITALIA”, cfr.
    http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3282

    Federico La Sala

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