Guido Bartorelli e Cristina Grazioli in dialogo con Valentina Valentini

Valentina Valentini: Da quale esigenza nasce la mostra su Bruno Munari a Palazzo Pretorio?

Guido Bartorelli: Uno dei maggiori fraintendimenti commessi di fronte all’opera di Bruno Munari è di spezzarla, di ritrovarsi a considerare tre segmenti non comunicanti: l’artista, il designer e il pedagogo. Il nostro intento è ritrovare l’organicità del percorso di Munari, partito dalla pittura per giungere all’idea che il compito dell’artista sia quello di distribuire la creatività a tutti, tramite quelle palestre del fare che sono i laboratori didattici da lui ideati.

VV: Mi puoi chiarire come i laboratori didattici vadano intesi entro una ricerca artistica?

GB: Per Munari la società è arrivata a un punto per cui è moralmente inaccettabile che solo pochi possano godere delle gioie della creazione attiva, mentre alla maggior parte di tutti noi non resterebbe che ammirare opere fatte da altri. Ecco allora che il compito dei pochi – degli artisti – è istruirci a farci da sé la nostra arte. Il Munari cosiddetto pedagogo è l’artista che ha intrapreso questa via. Non ha cambiato mestiere, semmai è penetrato in una concezione dell’arte tra le più radicali e democratiche, dove l’opera è laboratorio, ossia relazione didattica, incoraggiamento alla partecipazione altrui. Rispetto a un esito così avanzato il Munari designer si attesta a una tappa intermedia: il designer rende opera un’idea progettuale che si può realizzare in modo potenzialmente illimitato, quindi accessibile a livello popolare. Ma l’apertura divulgativa sta solo alla foce, non alla sorgente: egli mantiene il controllo sulla creatività, un privilegio dal quale gli altri sono esclusi. Per questo il designer è, per Munari, una figura di transizione: prima o poi l’‘arte per tutti’ sarà rimpiazzata dall’‘arte di tutti’. E questo è un punto di mirabile attualità: studiare Munari offre strumenti preziosi per decodificare la frenesia creativa scatenata dal digitale.

VV La forma laboratoriale ha una notevole tradizione in ambito teatrale, cui Munari si rivolge in più occasioni. Quale impulso sperimentale ne ha ricavato?

Cristina Grazioli: Nell’accostare Munari dal punto di vista della sua attività teatrale (o in senso lato delle sue relazioni con il teatro) in effetti mi sono imbattuta in una presenza che mi è sembrata subito estremamente consonante con il presente. Può sembrare una cosa ovvia (se ci occupiamo di un artista significa che la sua poetica risuona nei nostri giorni), ma in Munari c’è qualche cosa di più. Lo spostamento dalla centralità dell’artista ‘creatore’ ad un’arte come dimensione propria all’Umano, fa parte delle grandi utopie del Novecento, ma forse solo oggi lascia intravvedere concrete possibilità di messa in atto, pur in un quadro di enormi contraddizioni. Questo punto mi sembra richiamare – attraverso il suo contrario, ovvero l’appiattimento delle peculiarità artistiche nell’indeterminato calderone culturale – l’interrogativo circa l’esito possibile di questa aspirazione nel mondo contemporaneo. Un interrogativo che a mio avviso l’esposizione invita a porsi quasi istintivamente. Questa dimensione ha segnato tra l’altro alcune delle pronunce più radicali della teatralità novecentesca, secondo le quali il teatro coincide con la vita stessa.

VV È forse l’obiettivo ultimo della vita stessa a dare continuità all’operare di Munari?

CG: A quanto detto da Guido, aggiungerei che proprio la ‘continuità’ tra le diverse espressioni dell’operare di Munari rivela una autenticità rara nel mondo dell’arte. Sono le ‘e’ a non reggere… non artista e designer e grafico (e tante altre cose) ma un unico artista nelle sue molteplici declinazioni. I laboratori mi sembrano un punto focale: è una delle pratiche che negli ultimi decenni hanno costituito una via per ‘riscattare’ la perdita di senso delle pratiche artistiche (penso al teatro), assottigliando quanto più possibile la distanza tra la dimensione estetica e quella quotidiana ed esistenziale. Lungi dal costituire un esercizio propedeutico alla ‘vera’ Arte, vanno visti come la spina dorsale di tutta l’attività di Munari. Questo progetto ha voluto sin dalla sua concezione una mostra che non ‘mostrasse’, bensì invitasse al ‘fare’ (che non esclude la riflessione su questo fare); anche qui ritrovo analogie con la dimensione spettacolare: allestire mostre teatrali è difficilissimo perché spesso si incorre nell’errore di presentare ‘oggetti’ anziché ‘divenire’.

VV Non è rischioso proporre il fare e il divenire in una mostra su un artista scomparso da vent’anni? Come assicurare che quel che è esposto è conforme alle sue intenzioni?

GB: Non si voleva sgattaiolare nel solito addomesticamento di Munari come astrattista o progettista di qualche bell’oggetto. Si è voluta prendere di petto la difficile relazione tra il museo, la storicizzazione, e l’opera che si dà come processo. Come dice Cristina, il punto focale sono i laboratori: ma come rimetterli in atto in una mostra? Con quale garanzia di autenticità? Cristina mi insegna che a teatro l’impossibilità di fissare l’opera è costitutiva, ma questa fluidità risulta molto problematica in arte, dove di norma tutto si deve conservare come è stato fatto. Semmai il problema di smuovere l’opera dalla sua determinazione storica si è posto per le performance: è possibile eseguirle nuovamente? Magari da un interprete diverso dall’artista che le ha realizzate? Le stesse questioni valgono per l’‘esposizione’ dei laboratori di Munari. Per noi è stato risolutivo rivolgerci all’Associazione Bruno Munari, fondata allo scopo di tutelare e tramandare i laboratori dell’artista. Ne è risultata una serie di quattro ‘stanze del fare’, dove il pubblico è stimolato ad azioni semplici ma straordinariamente pregnanti, esemplificative del procedere di Munari. A pensarci bene si è lavorato secondo un principio di delega che è radicato in Munari: egli stesso ha delegato altri operatori – in parte i medesimi che hanno poi fondato l’Associazione – a diffondere i laboratori al di là delle sue possibilità. Allo stesso modo, per Palazzo Pretorio, l’Associazione ha ideato le stanze del fare e delegato noi della loro realizzazione in mostra; a nostra volta abbiamo delegato degli operatori a condurre le azioni secondo la propria intelligenza e sensibilità. E in fondo gli stessi operatori non devono che stimolare il visitatore a fare da sé. È un’assunzione di responsabilità a catena. O più ancora torniamo all’‘arte di tutti’, all’idea meravigliosa della vita stessa come arte.

VV Quali altri aspetti dell’opera di Munari avete focalizzato?

CG: Se i ‘laboratori in mostra’ ne sono il centro ideale e concreto, il progetto Bruno Munari: aria / terra si è articolato in ‘azioni’ diverse, che vedono come territorio di confronto la mostra di Palazzo Pretorio ma si sono sviluppati contemporaneamente su altri piani. Mi riferisco al catalogo della mostra, frutto di un percorso tracciato da studiosi di discipline diverse, che in alcuni casi si sono confrontati per la prima volta con il lavoro e il pensiero di Munari. La bella edizione di Corraini da un lato conferma l’organicità del progetto (ricordiamo che Corraini continua ad essere l’editore storico ‘di Munari’), dall’altro porta forse nuovi apporti e nuovi sguardi nel complesso dell’opera munariana. Dall’insieme dei contributi (che portano lo sguardo al Munari ‘futurista’, al teatro, al cinema, al ritratto fotografico, alle lampade) mi sembra esca proprio lo spirito ‘organico’ e pulsante del suo lavoro di cui dicevamo in apertura.

Vorrei anche ribadire l’importanza e il senso che dà al progetto il fatto di nascere dall’interno della ricerca universitaria, non disgiunto dalla formazione grazie al coinvolgimento di studenti e nella forte interazione con la sfera extra-accademica, in una dimensione collettiva che certamente Munari avrebbe apprezzato…

Palazzo Pretorio – Cittadella (PD)
Fino al 5 novembre 2017
www.fondazionepretorio.it

Mostra e catalogo (ed. Corraini) a cura di Guido Bartorelli, con contributi di Elisa Baldini, Marco Bellano, Giovanni Bianchi, Alberto Cibin, Alessandro Faccioli, Giulietta Fara, Cristina Grazioli, Mariana Méndez-Gallardo, Fernando Miglietta, Silvana Sperati, Federica Stevanin, Giuseppe Virelli.

Il progetto è il frutto della collaborazione tra la Fondazione Palazzo Pretorio, il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e l’Associazione Bruno Munari

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